L’ULTIMO DEI NEURONI (BLU)

Ci sono partite che mi costringono a riflettere. Non perché io di solito non lo faccia prima di scrivere l’articolo, ma è per me raro trovarmi davanti alla tastiera e non sapere da dove cominciare (e vi assicuro che non soffro della sindrome da pagina bianca).
Al termine della partita pomposamente definita Manning Bowl, l’unica cosa che avevo in mente era la confusione vista in campo e sulla sideline; a un certo punto era evidente come nessuno sapesse cosa fare o, anche in caso contrario, era altrettanto evidente come fosse la cosa sbagliata. Ok, si giocava contro una pretendente al Superbowl e dopo lo spettacolo offerto contro Dallas era dura immaginare chissà che, ma quasi alla fine del terzo quarto essere sul 17 a 16 per Denver senza aver brillato ma anche senza aver commesso gravi errori, lasciava qualche spiraglio per pensare che almeno una minima reazione dei Giants rispetto a sette giorni prima c’era stata.
Poi, come capita spesso, qualcuno o qualcosa ha spento la luce a partire da Eli e il cuore visto fin lì è finito sottoterra. Insomma, da quel punteggio ritrovarsi poi a 38 a 16 in cinque minuti è sconfortante, come lo è la deriva che la squadra prende quando la partita gira male.
La riflessione di cui sopra mi porta a dire che è assolutamente necessario…

1) Ripensare e ricostruire la mentalità. Ho capito che la sfiga ci mette del suo, che contro Dallas un drop comico di Scott ha dato la palla ai Cowboys stroncando la possibilità di vincere la partita a due minuti dalla fine e che domenica il colpo di tacco del CB dei Broncos (degno del miglior “Le comiche”) ci ha precluso la possibilità di restare punto punto, ma ciò non può innescare una parabola distruttiva immediata. Si perde la palla e la squadra affonda, lo sguardo si annebbia ed è come se tutti fossero già nello spogliatoio invece di dare il sangue nelle azioni seguenti per recuperare l’ovale. Se poi il tuo capitano e uomo simbolo è il primo a entrare nel loop comatoso, apriti cielo. Questo è l’aspetto che mi preoccupa di più: vedere in campo undici uomini assenti, la cosa peggiore in una partita di football.
2) Ripensare e ricostruire la difesa. Il reparto che a inizio anno ci preoccupava di più, o almeno uno dei reparti, erano le secondarie, che per assurdo in due partite non sono state affatto male (vedere Thomas correre per tutto il campo ed essere incisivo mi allarga il cuore). Insomma, arrivare a 3/4 di partita e tenere Payton Manning a un TD quando alla prima aveva passeggiato sui Ravens (e che certo non hanno la nostra difesa), è un merito che non si può tacere ma, come si dice “il pesce puzza dalla testa”. Abbiamo due zone del campo nelle quali i nostri giocatori sono praticamente inesistenti; seppure ieri il tentativo di Fewell di giocare con tre (a tratti due) LB veloci escludendo Herzlich (mi chiedo a questo punto a cosa serva tenerlo), per un po’ ha dato i suoi frutti (ottimo anche il controllo su Welker), ma senza una presenza aggressiva sulla OL e qualcuno di peso capace di superare i bloccatori avversari, c’è poco da fare. Emblematiche le due corse con le quali Moreno, in redzone, ci ha segnato: due schemi identici, coi nostri LB che venivano bloccati senza patemi e io che non riuscivo a capire come si potessero subire due schemi fotocopia a breve distanza senza battere ciglio.
Ma la nota più dolente arriva dalla DL. Speravo che prestazioni di livello potessero servire a mascherare le nostre debolezze appena più indietro, e invece quello che per anni è stato il marchio di fabbrica, e di forza, dei G-Men è letteralmente scomparso e, anzi, si sta rivelando una debolezza. Tuck è l’ombra di se stesso e JPP, che in settimana aveva dichiarato di essere molto lontano da una forma accettabile (ma anche se non l’avesse detto lo si vede a occhio nudo anche da questa parte dell’oceano e senza satellite), viene fatto giocare per quasi tutta la partita senza che riesca a fare mezza cosa rilevante, foss’anche una capriola da solo. Ora non ci resta che sperare nella guarigione di Moore (l’ho già detto anche la scorsa settimana) e che qualcuno rinsavisca facendo giocare Trattou che, sebbene abbia la metà del talento di JPP, almeno è sano e dà l’anima. L’unica zona ben presidiata è quella dei DT, ma tanto gli avversari si guardano bene dal correre in mezzo… E perché dovrebbero quando possono tranquillamente girarci intorno anche indossando scarpe tacco 15 di Naomi Campbell?
E che nessuno si azzardi ad addossare le colpe a Fewell, costretto ormai da due anni a fare le classiche nozze coi fichi secchi.
3) Ripensare e ricostruire l’attacco. Forse è la tragedia più evidente: definirlo statico, imbolsito e per nulla creativo è un eufemismo. Nulla funziona, neanche quella che, in assenza delle corse, era una nostra prerogativa: il gioco aereo. Se perfino Nicks si mette a droppare palloni ridicoli (facendosi pure male), vuol dire che siamo arrivati. Tutti sembrano avere la testa altrove. Le corse non hanno prodotto errori, alleluja!, ma neanche risultati; l’alternanza di Wilson, Jacobs e Scott ha prodotto 23 yds e penso proprio che quest’anno batteremo il record stabilito nell’anno dell’ultimo Superbowl, quando andammo ai playoff col peggior reparto corse della Lega, peccato però che non si possa arrivare dopo gli ultimi. C’è una cosa che odio con tutto me stesso: le toppe messe per mancanza di programmazione. Ok, lo scorso anno abbiamo preso un RB al primo giro e i continui infortuni di Brown ci hanno lasciato con le pezze al culo, ma lo spettacolo offerto ieri da un Jacobs (che fermerebbe persino mia nonna in carrozzina), Scott che vive benissimo nel suo grigiore (e mi toccherà pure ricordarlo autore di un TD) e un Wilson che, poveraccio, per evitare fumble hanno costretto a correre con la palla protetta a due mani (con l’unico risultato di trasformarlo in un pezzo di legno incapace di usare la sua elusività) è stato quanto di più raccapricciante sia possibile vedere. Posso anche capire che la nostra linea, notoriamente, copre meglio Eli di quanto non apra buchi, ma veder chiamare schemi di corse talmente prevedibili e dalla velocità di una rotazione terrestre mi fa impazzire. Comunque nasce tutto da lì e aivoglia ricordarci la regoletta che senza il gioco di corse anche quello aereo soffre, ci campiamo da tempo anche se in passato una pezza si era riusciti a mettercela. Due rimpianti: vedo Myers droppare palloni (però ne ha anche presi, quel che è giusto è giusto) e cadere da solo in mezzo al campo con una prateria libera verso l’EZ, e penso a quel che sta combinando Martellus a Chicago; vedo Jacobs che, a parte il TD di una yd, chiude con un record negativo sulle corse, e penso alle 4.5 di media con cui sta correndo Bradshaw a Indy… E allora ditelo.
4) Ripensare e ricostruire Eli. Sette intercetti in due partite sono inammissibili. Ho capito che due sono stati frutto di sfiga abissale e che altri erano in zona disperazione, ma c’è modo e modo di farsi intercettare. Anche qui, e da queste parti lo sappiamo bene, i problemi sono due: in situazioni di scarsa protezione non è il massimo dell’affidabilità e di rado si mangia il pallone; anche in situazioni complicate, ci prova sempre andando incontro a figuracce. Il bello è che non risulta troppo complicato riconoscere i suoi difetti, ma capire fin dove finiscano e invece inizino quelli di Gilbraide è più arduo (per dire, la Redzone, che a NY ormai è Horrorzone, resta un tabù. Eli? Gilbraide? Vero è che a volte vedo chiamati schemi ridicoli e prevedibili ed eseguire roba simile quasi sempre porta all’insuccesso). Ora, lui non sarà mai come Payton, e si sa, soprattutto perché è un esecutore, ottimo esecutore, ma quello resta, ed è raro vederlo cambiare uno schema o prendere l’iniziativa, ed è chiaro che in condizioni disastrate come le nostre ciò lo penalizza. Basta guardare gli ultimi minuti di partita e chiedersi per quale motivo debba aver provato due lanci lunghi consecutivi in EZ su un WR in tripla copertura. Sarebbe cambiato il risultato? No, ma giocatela meglio allora, se non altro per amor proprio. Sull’ultimo intercetto poi ci sarebbe da capire se ha sbagliato lui o il WR che era da tutt’altra parte, cioè “miscommunication”, come piace dire a quelli che ne capiscono. Sta di fatto che mi sembra di vedere la stagione di tre anni fa, quando nelle prime partite aveva già sul groppone una vagonata di intercetti e, quando smise di lanciarne, la stagione era già bella che andata. Ha anche l’attenuante che con gli avversari che si fanno due risate quando schieri un RB, tutto gli è più difficile, ma qui sta il lavoro dell’OC nel rendergli le cose facili. La cosa certa è che se non riparte lui la squadra resta dov’è, ma quest’anno le magagne sono così tante che dubito un suo rimettersi sui binari giusti ci potrebbe portare chissà dove. Nel frattempo ha raggiunto, e superato, i 150 intercetti in carriera, traguardo invidiabile. Per carità, anche Favre ne aveva una collezione ineguagliabile, ma onestamente ne farei a meno.
5) Ripensare e ricostruire una strategia e una stagione. Ovvio che con uno 0-2 non si facciano salti di gioia, malgrado le altre della division con le loro sconfitte ci abbiano dato una mano, ma a questo punto si renderà necessario tornare a lavorare (molto) sui fondamentali, sulle cose semplici, ricostruire una stagione passo dopo passo e, una volta per tutte, stabilire alcune cose certe perché i tempi dell’improvvisazione non sono più ammessi.
Per esempio abbiamo passato l’estate a sentirci dire che Wilson non avrebbe più fatto il KR per non rischiarlo, dato che ormai era il titolare. Bene, quindi dopo due partite andate male, anche per Wilson, e dato che è tornato Jacobs coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti, caro Coughlin rimetti Wilson a fare il KR? A roster abbiamo quattro TE e cinque LB, i DE sono in grande difficoltà e tagliamo un DE (decisamente buono tra l’altro) che avevamo in PS per far posto a un altro LB (che però all’università era un RB) preso in fretta e furia visto l’infortunio di Connor (siamo stati costretti a metterlo in IR perché altrove gli slot erano già occupati) e la cosa ci ha lasciati in braghe di tela. E poi Kiwanuka a roster sta come LB ed è il più grosso, peccato venga usato come DE (ruolo in cui la sua inutilità è da sempre lampante)… E potrei continuare. Eccola la confusione, non solo sul campo, a cui mi riferivo prima. Il che mi sorprende conoscendo Coughlin e il suo essere sergente di ferro.

Insomma, è necessario archiviare quanto prima la prestazione contro Denver (che anzi ci ha aiutato parecchio a restare in partita con un po’ di errori iniziali e regalandoci più di un campo di penalità, oltre al non poter schierare Miller e Baley) e pensare già alla prossima verso la quale l’approccio dev’essere proprio da ABC. L’unica via d’uscita è ricreare un po’ di fiducia (guarda caso anche l’anno scorso nel peggior momento di difficoltà arrivò Carolina) e giocarsela senza voler strafare (capito Eli?) perché tanto, ed è tristissimo dirlo, forse la mediocrità latente della nostra division è la miglior alleata per coltivare ancora qualche speranza di playoff. Qualcuno blatera che anche nel 2008 partimmo con uno 0-2 per poi vincere il SB. Come no… Peccato che all’epoca in squadra c’era gente come Strahan e Pierce, per dirne due, ed erano altri Giants dato che il resto della stagione lo giocarono con la bava alla bocca. Oggi al limite dalla bocca possiamo sperare di veder uscire un vagito da neonato.
Qualcuno si chiederà per quale motivo ho scelto quella foto a corredo dell’articolo. Facile: sono le uniche due cose belle apparse al Metlife Stadium domenica.
Alla prossima, forse.