NCAA Game Of The Week: Southern California @ Notre Dame

Quando scendono in campo i Fighting Irish ed i Trojans, e si iniziano a ricordare ed a contare i titoli nazionali, gli Heisman Trophy, gli all-American, gli Hall Of Famer che le due università hanno prodotto nella loro lunga esistenza, si respira a pieni polmoni quell’aria piena di storia che le sfide come questa producono. Notre Dame–USC per tutti è una delle rivalità più famose, ma per molti è LA rivalità, quella che mette a confronto due stili di football, due filosofie, due mondi, anche quando il mondo ormai è un unico grande villaggio globale.

“Play like a Champion” (come capeggia nel tunnel dello stadio a South Bend) perché per Fighting Irish-Trojans vanno in campo 22 titoli nazionali, 47 Bowl vinti, quasi 180 all-American. E tutto, se vogliamo seguire forse più la leggenda della storia reale, fu causato dall’allegro parlottio delle mogli del direttore atletico di USC Wilson e dell’allenatore di Notre Dame Rockne sulle tribune dell’impianto di Nebraska mentre Notre Dame giocava contro i padroni di casa. A Rockne non sfagiolava molto l’idea di andare a giocare fino a Los Angeles, tuttavia alle mogli pareva molto meglio fare una gita una volta ogni due anni nella soleggiata California del sud, piuttosto che sciropparsi una trasferta in mezzo alle nevi del Nebraska (per poi magari perdere pure 17-0 come successe quella volta). Le mogli parlarono con i mariti e nel 1926 iniziò questa fantastica tradizione.

In realtà la storia vera parla di ovvi interessi commerciali legati soprattutto alla crescente popolarità di Notre Dame ed alla sua impossibilità a giocare gare nella Western Conference per il bando di Michigan, certo motivo meno poetico ma più lucroso per un college football che stava diventando miniera d’oro per le università ed i loro programmi sportivi: le due gare al Soldier Field di Chicago del 1927 e del 1929 (vittorie di ND su USC 7-6 e 13-12) furono seguite nell’impianto da un’oceanica folla di (circa 120.000 spettatori la prima, oltre 112.000 la seconda), in fondo erano anni in cui le due squadre avevano team fortissimi che collezionarono cinque titoli nazionali tra il 1928 ed il 1932 lasciando agli altri solo le briciole.

Gli anni ’40 furono invece decisamente a favore di Notre Dame che portò nella propria bacheca ben quattro titoli nazionali. Resta del decennio il pareggio del 1948, un 14-14 che mise fine ad una striscia di Notre Dame fatta di 21 gare senza pareggi e senza sconfitte. La decade successiva, pur non portando agli Irish allori così importanti come quella precedente a livello nazionale, ne replicò grosso modo i risultati per quanto riguarda la rivalità: 7-3 per i caschi dorati che videro sbilanciare il record della sfida decisamente a loro favore.

Quello che gran parte dei tifosi considera il periodo aureo della sfida invece inizia negli anni ‘60 quando le due squadre tornarono prepotentemente a lottare per obbiettivi importanti, collezionando, tra il 1960 ed il 1978 ben otto titoli nazionali. E pensare che gli anni ‘60 non è che si fossero aperti in maniera eccellente per le due squadre: la sfida del 1960 vide presentarsi Notre Dame con quello che, ad oggi, è la sua peggiore striscia negativa con otto sconfitte consecutive, mentre sulla sideline di USC c’era, per una prima stagione mediocre, John McKay, quello che poi in maglia rosso-gialla vincerà quattro titoli di cui il primo nel 1962, condito dal 25-0 rifilato a Notre Dame come vendetta per il 30-0 dell’anno prima. USC darà un altro grosso dispiacere ai rivali dell’Indiana nel 1964, presentatisi al Los Angeles Memorial Coliseum da #1 del rank e accreditati di un vantaggio di 11 punti secondo gli esperti, ma i Fighting Irish video crollare i loro sogni di gloria dapprima con una controversa chiamata arbitrale che diede a USC il 20-17 dopo essere stata sotto 0-17, poi con un passaggio di Huarte a sei secondi dalla fine, reso vano da quattro Trojans. Nel 1966 invece va sicuramente ricordato il pesantissimo 51-0 rifilato da Notre Dame ai ragazzi di McKay che valse alla squadra di Parseghian il titolo nazionale dopo il famoso “bacio alla sorella”, ovvero il pareggio 10-10 con Michigan State di una settimana prima: il risultato, ottenuto peraltro con il QB backup Coley O’Brien, rimane la peggior sconfitta per USC e l’unica gara in cui hanno subito più di 50 punti di distacco. Si potrebbe continuare ancora a lungo per questa sfida che pare avere sempre un sapore speciale, come nel 1968 quando i Trojans agguantarono e difesero il pareggio 21-21 nonostante fossero #1 del rank, o nel 1970 quando Notre Dame #2 fu sconfitta nonostante la paurosa prestazione di Joe Theismann da 526 yard su passaggio, ottenuta sotto una pioggia torrenziale. Ma forse, sulle altre dovrebbe essere posta la gara del 1974 quando USC, sotto 24-0 a 10 secondi dall’intervallo lungo, si impose 55-24 e scambiando una battuta con il reverendo Hesburgh, direttore di Notre Dame, McKay gli piantò una burlesca stilettata “That’s what you get for hiring a Presbyterian!” (la fede di Parseghian, coach di ND).

Alla decade degli anni ‘70 in cui fu USC ad accaparrarsi otto sfide contro le due di Notre Dame, fece seguito un lungo periodo, dal 1983 al  1993, dominato da undici vittorie dei Fighting Irish, compresa quella storica del 1988, anno del titolo nazionale dei ragazzi di Lou Holtz, che per la prima volta nella rivalità vide arrivare alla gara le due squadre con rank #1 e #2. Notre Dame si presentò a Los Angeles da sfavorita causa assenza di due giocatori come Ricky Watters e Tony Brooks per motivi disciplinari. Grandi giocate difensive e un ispirato Tony Rice diedero un’inaspettata vittoria ai Fighting Irish.

Peraltro, la sfida, in tre occasioni (1971, 2009 e 2011) ha prodotto, con la vittoria di USC su Notre Dame, quello che in California è goliardicamente chiamato “Perfect Day” ovvero quando USC vince, e Notre Dame e UCLA perdono le rispettive gare della giornata, che dal 1960 è successa solo in 35 occasioni.

La sfida dello scorso anno, con USC che ci arrivava dopo una stagione pessima e con il QB di riserva causa un infortunio a Matt Barkley, è stata vinta da Notre Dame 21-13. Gli Irish si presentavano da imbattuti e #1 del BCS, e la portarono a casa con la solita splendida difesa che a qualche minuto dalla fine negò ad USC il touchdown per quattro down all’interno delle proprie 3 yard.

Vuoi diventare un QB nella NFL? Non andare a USC.

USC QB - Kessler e Wittek

Titolo senz’altro provocatorio, ma quantomeno fondato. Una statistica? Nell’era Super Bowl sei QB di USC hanno vinto un titolo nazionale. Undici se si considera anche l’era pre Super Bowl. Ma nessun QB di USC ha mai vinto un Super Bowl da titolare. Una maledizione che a confronto Babe Ruth sembra davvero un bimbo. Per restare in California, una squadra storicamente non dei livelli di USC come Stanford ha prodotto QB come John Elway, Jim Plunkett, per fermarci a quelli che per adesso hanno vinto un Super Bowl.

Solo per citare i più recenti, Leinart, Cassel, Palmer, Sanchez, Barkley. Nessuno di questi sembra avviato ad una carriera scintillante tra i Pro nonostante una carriera più che discreta con i Trojans.

Le cause che gli esperti hanno individuato, sarebbero molteplici. Fra quelle di carattere generale si propende per:

1) Ambiente troppo accogliente

Sembra assurdo, ma c’è chi ritiene questa una causa determinante. Molti, ma non tutti i QB di USC provengono da famiglie agiate, per cui sembra che essi siano coccolati oltre misure e dunque non predisposti alla durezza mentale. Poi appena arrivano in NFL, venendo meno quell’apparato così efficiente in cui si trovavano, perdono lucidità mentale. Prove scientifiche in questo senso non ce ne sono, ma non si può negare che questa teoria potrebbe spiegare alcune cose, come diremo più avanti.

2) Il Clima

Tutti i QB di USC si sono abituati a giocare in una valle felice in cui non piove mai, non tira vento e anche il 30 Gennaio c’è chi va a fare il bagno sulla spiaggia. In particolare il clima caldo renderebbe i QB di USC meno predisposti al sacrificio e all’adattamento. Teoria anche questa discutibile, se è vero anche che Aikman è cresciuto a qualche chilometro di distanza ad UCLA. Certo è che in Delaware o in Michigan non è che si stia poi benissimo, chiedete a Flacco e Brady…Quindi anche in questa teoria ci sarebbe un fondo di verità.

3) I grandi coach rendono grandi i giocatori mediocri

Teoria vera e non confutabile. USC è sempre stata allenata da grandi coach che hanno reso il sistema di USC quasi perfetto anche per giocatori senza grosso talento riuscendo a mascherare le loro lacune. La controprova a questa teoria si avrà con Barkley, in quel momento sarà tutto bianco o nero, vedremo la luce alla fine del tunnel. Del resto, se Barkley avrà successo ci si ricorderà del suo HC ad USC, Lane Kiffin…

4) Ammassi sconsiderati di talento ad altre posizioni

Teoria che in un certo senso non esula dalla terza teoria, quella dei grandi coach. Grandi coach rendono grandi anche giocatori mediocri. Ma attirano anche grandi atleti, altrochè. Prendete Leinart, lui ha giocato con Reggie Bush, uno che al college vinceva le partite da solo o quasi. Prendete Barkley, facile giocare con due WR da prima scelta, un LT dominante anche nei Pro e un centro anche lui da NFL vero? La teoria dunque ritiene il livello generale di USC così alto che nessun QB ha mai dovuto vincere le partite da solo. Solo che poi una volta scelti dalle franchigie più scarse, questi QB non riescono ad innalzare il livello di quelli che gli sono attorno, perché nel college erano loro quelli il cui livello era innalzato.

Poi la situazione di ognuno di questi QB va presa singolarmente perché non tutti rispondono a queste linee guida.

Secondo Angelo Braidotti, massimo esperto di college Californiani, i problemi degli ultimi QB di USC sarebbero più da ascrivere a cause specifiche.

Per Leinart, una mancanza di braccio già netta al college, ed una valutazione errata dei Cardinals che lo chiamarono al primo giro nonostante i limiti tecnici del ragazzo. Alcuni infortuni, più l’ultima esplosione di Kurt Warner ne hanno fermato la crescita. Le sue residue chance sono svanite a Houston l’anno scorso quando ritrovatosi titolare, è stato costretto a lasciare il posto per un altro infortunio alla spalla.

Per Sanchez, una mancanza di precisione già evidente ad USC accentuata poi da un sistema non proprio consono alle sue caratteristiche a New York. La scarsa propensione a leggere le progression reads tipiche della West Coast Offense lo hanno reso una macchina da turnover. Sanchez resta nella lega dato l’appoggio di Rex Ryan, ma con un infortunio che lo panchinerà per tutta la stagione ed una pressione mediatica non indifferente non è detto che la sua parabola in NFL non sia già chiusa.

Per Cassel, la situazione è leggermente diversa. Cassel infatti era sempre stato una riserva anche ad USC e quindi in NFL ci è entrato dalla porta posteriore. Chiamato al settimo giro, è finito nel sistema perfetto di Belichick e dei Patriots per crescere sotto Tom Brady. Nell’anno dell’infortunio al ginocchio del ragazzo di San Mateo, con un sistema oliato e molto “QB Friendly” Cassel ha reso più delle aspettative guadagnandosi un contratto eccessivo per le sue abilità. Aspettative che si è portato dietro a Kansas City dove il GM Pioli aveva puntato su di lui, pentendosi subito dopo un anno discreto ed un secondo insufficiente. Cassel oggi si trova a fare da riserva a Minnesota, e la sua carriera sembra per molti versi simile a quella di un altro QB giramondo come Matt Flynn, che proprio in questi giorni ha l’ultima opportunità della carriera a Buffalo.

Discorso più ampio per Carson Palmer, sicuramente il più talentuoso dei sovracitati. Palmer era forse quello designato ad interrompere la maledizione, ma la militanza nei Cincinnati Bengals è stata una serie di alti e bassi. Un braccione davvero potente, un rilascio molto alto e pulito lo rendono il QB con il tasso tecnico più accentuato uscito negli anni recenti da USC. La mancanza assoluta di leadership, la scarsa durezza mentale lo hanno reso prono agli errori. Dopo l’infortunio gravissimo al ginocchio nel 2006, Palmer ha perso anche qualche granello di mobilità ed è diventato un signal caller più statico, in un’era in cui la parola d’ordine per i QB è atletismo. Dopo anni ad Oakland in cui la squadra non era competitiva, l’occasione per lui di redimersi si era presentata ad inizio anno con i Cardinals: gli arci-noti problemi mentali, uniti alla mancanza di precisione sul medio lungo raggio necessaria per un sistema offensivo per lui nuovo (ed una linea offensiva che definire schifosa è un complimento) lo rendono una soluzione approssimata al dilemma amletico di Arizona in cabina di regia nel dopo Warner.

Per Barkley forse è ancora presto. Di certo Kelly a Philadelphia lo sta tenendo nascosto per bene dietro a Vick e Foles ma non è detto che il biondo prodotto della Mater Dei HS non possa divenire un QB discreto anche in NFL. Saranno fondamentali per lui il sistema offensivo da giocare, la pressione con cui dovrà misurarsi e dei miglioramenti su un braccio molto preciso sul corto, ma decisamente scarso in profondità.

Nessuno dei QB di USC attuali sembra essere quello che risolverà il problema. Nelle prime settimane l’alternanza di Wittek e Kessler ha prodotto il licenziamento di Lane Kiffin e una serie di sconfitte inaudite, come quella con Washington State al Coliseum, gara terminata 10-7 per i Cougars in cui l’unico touchdown è stato quello difensivo proprio su un pick 6 di Kessler.

Ci sarebbe l’ottimo Max Browne, prodotto della Skyline High School di Sammamish, Washington. Ma il ragazzo deve maturare con calma. I presupposti ci sono tutti perché lui possa essere il primo QB di USC a vincere un Super Bowl, ma non stiamo parlando nella migliore delle ipotesi di prima del 2020.

Certo ci sono alcune cose che potremo dire nel 2020, quasi con certezza:

che ogni QB di USC ha giocato con compagni fenomenali, che il clima della Southern California è eccezionale, che nessuno di essi ha mai dovuto adattarsi a situazioni difficili, che i coach di USC sono preparati oltre ogni misura.

 

E che nessun QB di USC ha mai vinto un Super Bowl.

L’appuntamento con USC @ Notre Dame è fissato nella notte tra Sabato 19 Ottobre e Domenica 20 Ottobre alle ore 1:30, con trasmissione a cura della NBC.

Per la prossima settimana, NCAA Game Of The Week si trasferirà in territorio SEC. Pare che da quello parti ci siano due squadre che danno molta importanza al terzo Sabato di Ottobre…

Parte Storica a cura di Gataz13.