Il muro verde

Chi voleva una gara gagliarda, con le yard guadagnate con fatica e sudore, poteva restare scocciato dall’inizio del Rose Bowl 2014. Poi tutto si è sistemato, per così dire, e le difese hanno iniziato a lavorare. Specialmente una.

A mio avviso questo Rose l’ha vinto la squadra che meglio ha saputo imparare dai propri errori e meglio ha saputo lavorare per mascherare le proprie debolezze. La Michigan State mandata in campo da D’Antonio, fresco di un nuovo contratto che lo pone tra i primi tre coach più pagati della Big 10, ha lasciato a desiderare nei primi minuti, soffrendo l’assenza pesante di un turbolento Bullough lasciato fuori per non meglio precisate violazioni del regolamento interno al team, per poi essere registrata in corsa e realizzare 45′ eccellenti, al limite della perfezione se non fosse stato per un (grave) peccato di gioventù di Connor Cook, giovane QB trovatosi quasi per caso a comandare la squadra è cresciuto pazzescamente, tanto da diventare non più un manager, ma un playmaker.
L’intercetto è stato una macchia di ragù sul tappeto di seta di una gara portata a termine alla grande, aiutato da una difesa che, dopo gli impasse iniziali, si è presa la briga, mentre era in campo, di lasciare appena 3 punti a Stanford in appunto tre quarti d’ora di gioco. Elsworth sostituto di Bullough, al suo primo start di stagione, non ha fatto rimpiangere la scelta di D’Antonio, inserendosi alla grande nell’oliato e feroce meccanismo difensivo approntato da Narduzzi, premiato meritatamente con il Broyles Award come miglior Assistant Coach della stagione.

La partita è, come detto, stata segnata inizialmente da Stanford con un immediato vantaggio 7-0 per una corsa di Gaffney e un FG di Williamson sul finire del quarto per il 10-0, poi la registrata di difesa ed i rischi, forse in alcuni casi troppi, del QB di MSU che ha portato al 10-7 (corsa di un discreto Langford, che più tardi incapperà nel secondo fumble di stagione) ma anche al banale intercetto con una palla buttata morbida morbida nelle mani di Kevin Anderson. Ma il riscatto immediato, dopo cento secondi con il passaggio a Pendleton per il 17-14 per Stanford, preannunciava il secondo tempo fatto una una difesa eccezionale: i Cardinal hanno messo assieme solo 71 yard di corsa in 45 minuti dopo averne fatti 91 nel primo quarto. Hogan non è riuscito ad incidere come aveva fatto fruttuosamente nei primi minuti, terminando con un modesto 10-18 per 143 yard solo in parte addolcito dalle 41 yard su corsa, la difesa è riuscita a contenere in maniera lusinghiera le corse limitandole a 65 yard per l’intero incontro e lasciando Langford abbondantemente sotto le 100.

Dall’altra parte gli Spartans invece, con un FG di Geiger e un ottima ricezione da 25 yard di Lippett si sono portati in vantaggio 24-20. Ma la parola FINE, come se ci fosse un copione scritto, l’ha messa di nuovo la difesa dei verdi: a un minuto e mezzo dal termine un placcaggio volante ai danni di Ryan Hewitt, messo a segno da tre secondarie su un quarto e uno, chiude il conto e regala il centesimo Rose a Michigan State, il quarto in cinque partecipazioni, non male per Sparty e per una squadra che quest’anno è inciampata una sola volta contro Notre Dame.

Stanford chiude amaramente una stagione fatta di alti e bassi ma che alla fine ha fruttato un insperato titolo di Pac 12, e guarda alla prossima stagione come una di transizione per le tante partenze di ragazzi importanti come Amanam, Williamson, Gaffney, Wilkerson.
Cala il sipario sul centesimo Rose Bowl in una stagione da incorniciare, con il migliore dei finali, per MSU, ma lo stadio riaprirà il 6 gennaio perchè sullo stesso campo andrà in scena il BCS National Championship.