La corazzata Potëmkin #2: la vendetta del luogo comune

Sinceramente, inizio ad avere le tasche piene di articoli scritti con i piedi, se andiamo bene, scritti da google translate se ci va un po’ meno grassa.

Questa volta siamo finiti dentro la tragedia che ormai alcuni giornalisti italiani definiscono “comune”, perchè stiamo parlando di uno sport ovviamente tra “piu violenti a causa dello scontro fisico estremo”. Parliamo della MMA? Del Kick Boxing?

No, ovviamente del football americano, di nuovo sotto gli occhi dei media italiani, che ne danno come al solito una visione di parte, scarsamente strutturata e dettata da un sensazionalismo peloso ed impreciso.

Meglio ripercorrere brevemente i fatti, rimanendo all’asciutta cronaca. Kostadinos “Kosta” Karageorge, senior walk-on DT di Ohio State, è stato trovato morto in un sobborgo di Columbus dentro ad un cassonetto dell’immondizia, vicino ad una pistola, dopo che era scomparso mandando un messaggio alla madre che riportava le seguenti parole:

“I am sorry if I am an embarrassment but these concussions have my head all fucked up”

Dopo tre anni nella squadra universitaria di lotta, era stato inserito nel roster dei Buckeyes football come tackle difensivo, ruolo a cui si adattava perfettamente date le sue origini di lottatore, da cui molti lineman provengono per la base tecnica che fornisce ai giocatori. Era atteso alla cerimonia in cui si rende onore ai senior all’ultima gara casalinga contro Michigan, ma la sua sparizione aveva messo in allarme famiglia, scuola ed infine forze dell’ordine.

Da qui parte la carovana del banale e del già sentito. Caspita, lo ha scritto lui stesso che si era massacrato la testa a forza di concussion… Cosa c’è di meglio che una dichiarazione servita su un piatto d’argento per ripartire con la zagana dello sport violento e delle concussion?

Di qui una serie di articoli su testate giornalistiche sportive e non italiche, in cui si mischiano dichiarazioni di Obama a statistiche sui suicidi tra i giocatori di football, fino ad arrivare alla famigerata Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE). Praticamente una mucca pazza che ha giocato a football.

Non so come lavora un giornale, una testata giornalistica qualsivoglia, e nemmeno conosco le sue dinamiche interne. E, a ben vedere, non me ne frega nulla, mi frega quello che esce, o meglio, quello che dovrebbe uscire, ovvero un prodotto corretto, ben confezionato, preciso, dai contorni chiari. I polpettoni allarmistici invece imperano in ogni dove ed ormai ne siamo colpiti anche noi appassionati di football.

Ma basterebbe documentarsi qualche secondo su internet “e non dico scomodarsi per chiamare esperti medici” per scoprire che la CTE è una malattia per cui i defensive tackle (e non difensore d’attacco) hanno scarsa per non dire nulla attinenza a differenza di giocatori come runningback o linebacker, coloro che hanno notoriamente più “spin” in campo. Secondariamente che un giocatore che si è unito ad un gruppo di football ad agosto difficilmente potrà avere subito un tal numero di concussion che portano a CTE in appena tre mesi di pratica.

Se a questo vogliamo aggiungere che il giocatore non ha ancora subito autopsia e che quindi assegnargli una malattia del genere è, a tutti gli effetti, una accusa non provata di negligenza agli staff medici della Ohio State University e della NCAA, siamo di fronte ad un caso di giornalismo che assomiglia molto al giornalettismo.

Sarebbe invece interessante iniziare a ragionare sui protocolli sanitari che vengono costruiti per gli studenti-atleti, in funzione delle pressioni psicologiche che questi ragazzi subiscono. Non basta la corretta cura degli infortuni, ma anche un corretto percorso psicologico nel rapporto con il proprio infortunio ed il suo superamento. I giocatori difficilmente vanno fuori di testa per una capocciata, men che meno i tackle che giocano a mezzo metro dal proprio avversario diretto, ma possono andare fuori di testa se sono delle figure psicologicamente fragili o non pronte all’attesa di una convalescenza post trauma, con tutto quello che ci va dietro in termini di perdita di visibilità mediatica e futuri eventuali contratti milionari con le squadre professionistiche.

Ma questo, in fondo, a chi interessa, tra quelli che sfogliano distrattamente il giornale? Meglio una notizia che conferma quanto l’italiano medio pensa: gli sport americani sono solo per gli americani.

Con buona pace di chi questi sport li ama ma fatica a seguirli, li pratica con sacrificio, e li diffonde sottraendosi tempo libero nella speranza che i pregiudizi che tutti i giorni osserviamo, vadano prima o poi nel cassetto.