Storia di un arbitro in Italia: Intervista ad Angelo Chiello

Del football si parla approfonditamente di tutto: partite, giocatori, dirigenti, coach…mentre passano molto spesso in secondo piano coloro senza i quali giocare questo sport bellissimo sarebbe impossibile: gli arbitri.
Con questa intervista scopriremo l’altra faccia del football, quella meno sotto i riflettori ma ugualmente fondamentale, qui in Italia come in NFL.

Domanda- Ciao Angelo! Innanzitutto presentati ai nostri lettori, da dove vieni e di cosa ti occupi quando non sei “in servizio” nei campi di football?


Risposta– Mi chiamo Angelo Chiello, di Palermo. Sposato ed ho due bambini. Dato che l’arbitraggio non è una professione (neppure in NFL) sono un ingegnere informatico: scrivo software. Devo dire che i computer sono più ostinati del più ostinato coach che ho avuto l’onore di incontrare sui campi, per cui arbitrare mi diverte più che lavorare.

D- Come ti sei appassionato a questo sport e cosa ti ha spinto a diventare un arbitro?

R- Era il Settembre del 1999. A questo punto sorge spontaneo il sillogismo  “È di Palermo, 1999, Mondiali di Football, ha visto le partite, ha fatto l’arbitro”. Ma il ragionamento è del tutto errato. Dei mondiali non vidi neppure una partita (sapevo solo che giocavano nella mia città) perché studiavo e mi preparavo per dare una materia. Tuttavia in casa era entrata Tele+ e facendo zapping vidi che sul canale dello sport c’erano questi tipi con casco e paraspalle che se le suonavano di brutto. Potrei sbagliarmi, ma la prima squadra che vidi furono i Tennessee Titans di Steve McNair, Eddie George ed un rookie fortissimo in difesa, Jevone Kearse… insomma, questi tizi non potevano solo picchiarsi e basta! Decisi quindi di capire come funzionava il gioco. Cercai su internet e trovai il sito della FIAF e lì in prima pagina vidi un banner “Cerchiamo arbitri!”. Lo provai perché mi annoiavo e volevo fare qualcosa di diverso. Scrissi una email alla quale rispose Antonio Pierattelli (oggi arbitro pensionato). Qualche settimana dopo feci il corso con Vincenzo Calandrelli che è l’attuale designatore degli arbitri.

D- Qual’è stata la prima partita che hai arbitrato?

R– Domenica 3 Ottobre 1999, Sharks Palermo vs Blackstars Palermo giocata al campo del “Don Orione”, campionato di Winter League a 8 uomini (una specie di Arena Football). Feci il corso il giorno prima. La prima partita di football che ho visto dal vivo è stata anche la prima che ho arbitrato. La seconda che feci fu Blackstars vs Crusaders. Incontrai un amico la mattina che mi chiese di prendere un caffè. Risposi che non avevo tempo perché dovevo andare ad arbitrare il football. “Vengo con te!” rispose. Fece il corso quello stesso giorno. L’indomani anche lui in campo. Ricordo bene quella partita per un particolare: mentre entravamo in campo, un tizio dagli spalti urlò al mio amico rookie “Arbitru! Cu stu cappeddu pari un gilataru” (trad. “Arbitro! con quel cappello sembri un gelataio”). Oggi ci ridiamo su ma allora fu piuttosto traumatico perché né io ,alla mia terza, né tanto meno lui alla prima riuscimmo a vedere la palla in campo. In quella partita feci per la prima volta il Linesman (l’arbitro di linea che gestisce la catena) perché il mio amico era alla prima, un altro rookie anche lui alla prima e Calandrelli era il Referee. Insomma a parte Calandrelli, io ero il più esperto quindi potevo assumermi altre responsabilità: la catena per l’appunto. Guardando indietro non andò male: i tre rookie in campo da quel giorno ad oggi sommano poco meno di un migliaio di partite tra cui diversi Super Bowl…buono per dei “gilatari”.

D- Sappiamo tutti che la disciplina e il rispetto in campo è esemplare nel football, ma ti è mai capitato di vivere momenti “difficili”?

R– A parte qualcuno che ti chiama “gelataio” dagli spalti intendi? Certo che sì!
Le prima partite sono tutte difficili non solo a momenti, specie per uno come me che non era mai stato un giocatore ed il football lo aveva visto solo in TV per un mese. Era anche un periodo particolare dove le crew erano infarcite di rookie. Oggi c’è una relativa “abbondanza” di arbitri: ci sono uno o due rookie per crew al massimo. Ma sarei un bugiardo se non dicessi che non ho “un” momento difficile. Mi successe a Roma l’8 Maggio del 2005 (Si! Ho database con le partite). Serie A, Marines vs Warriors. Si giocava allo Stadio Flaminio. Ero contentissimo perché arbitrare in uno stadio così, anche se vuoto, fa il suo effetto. Ero Linesman, il mio ruolo preferito fin da quella mia terza partita. Ultimi secondi prima del fischio finale: punteggio 21 a 13 per i Marines ma palla ai Warriors che segnano. 21 a 19: trasformazione a tempo scaduto. I Warriors vanno ovviamente da 2. Per la meccanica della mia posizione, subito dopo lo snap, mi posiziono sul piloncino che sta sulla goal line. Lancio dalla mia parte. Il WR dei Warriors riceve evidentemente il pallone. Ci penso su per 1 secondo. Faccio il segnale di incompleto. Finimondo. Tutti i Warriors a tentare di picchiarmi. Tutti i Marines a tentare di non farmi picchiare. Nessuno mi picchiò, in Italia non succede e per quanto ne so non è mai successo durante la mia carriera. Cosa accadde: quell’ anno ero tra gli arbitri “migliori” ed infatti arbitrai il mio secondo Super Bowl. Ero piuttosto tecnico (“come dice il regolamento”) e nel secondo che mi presi rividi il WR dei Warriors completare il passaggio ma prima di far toccare alla palla il piano che passa per la goal line mise il piede fuori campo. Il guaio fu che per eccesso di tecnicismo non segnalai il giocatore fuori campo ma la trasformazione non riuscita il cui segnale è “incidentalmente” quello di incompleto. Non fu divertente ma imparai ad essere meno tecnico e più pragmatico.

D-
Qual’è stata la partita più bella che hai arbitrato e perchè?

R- Sarebbe facile rispondere “Il mio primo Super Bowl”. Non è così. Quelle partite ti mettono ansia: Super Bowl ( o peggio le semi finali ) sono partite difficili e non ti diverti e se non ti diverti nulla è bello. Le partite più belle sono quelle “facili” dove hai una crew esperta ed affiatata che fa il lavoro con automatismo e ti lascia tanto tempo per goderti la partita. Ma poi la partita è quando esci di casa per andare ad arbitrare o a giocare o a fare il coach, quando sei in viaggio con i compagni e si gode della compagnia. Ricordo una partita in particolare con tutti questi requisiti. 6 Maggio 2007, Osio Sotto (BG). Gli allora fortissimi Lions (anche in Europa) perdettero per 17 a 14 contro i Marines. La crew: Massimiliano Introini, Referee; Giovanni Ganci, Umpire; Angelo Chiello, Linesman.. il “mio” ruolo; Giovanni Frisiani, Line Judge; Walter Perona, Field Judge; Antonio Pierattelli, Side Judge. Quella crew fu messa insieme per festeggiare i 75 anni di Giovanni Frisiani, grande arbitro e maestro in campo e non, gran Signore, scomparso di recente. A parte Giovanni Ganci ed io, quella era la “family crew”: una crew che non avrebbe sbagliato anche se fossero stati bendati; una crew nella quale ci si poteva cambiare di ruolo anche ad ogni down senza subire effetti. Era una gran crew e per me essere lì fu non solo un vero divertimento ma soprattutto un onore, la partita fu bellissima!

D- Qui in Italia ovviamente non disponiamo di replay o moviole dettagliatissime, come fate quando vi trovate davanti ad una chiamata difficile?

R– Semplice: fai il replay nella tua testa! E non meno importante, ti basi su quello che hanno visto i tuoi colleghi. In campo non sei mai solo. Gli arbitri hanno tutta una serie di segnali per parlare a distanza: dentro o fuori, si o no, TD o non TD. Talvolta capita che per una chiamata cerchi aiuto dai tuoi colleghi ma non ne trovi, fai il giro con lo sguardo e quello che vedi è il segnale di “non ho visto”. Allora ti basi solo su quello che hai visto tu e fai la chiamata, come mi capitò nella partita del Flaminio. Francamente trovo i replay della NFL frustranti. Quest’anno ho visto partite con una marea di replay. Inoltre è evidente che gli arbitri hanno cambiato attitudine: preferiscono non fare chiamate, specie su fumble/down by contact, e far continuare a giocare. Vedere giocare sarebbe più interessante che guardare 2 minuti di pubblicità, giusta o sbagliata che sia la chiamata.

D- Se qualcuno dei lettori fosse interessato a diventare un arbitro, cosa gli consiglieresti? Quali sono gli step obbligati per arrivare a vestire “zebrato”?

R– Essere un arbitro comporta delle responsabilità. Per questo motivo gli arbitri percepiscono denaro in uno sport che in genere te ne richiede. I giocatori (la maggior parte) pagano per giocare, fare le trasferte, comprare l’attrezzatura. I coach spesso oltre al tempo mettono anche soldi. Ma se la sera prima di una partita o il giorno stesso si vogliono fare una birretta nessuno gli dice nulla. Presentarsi con la barba lunga o in ciabatte non è un problema. L’arbitro non lo può fare e solo al fine di questa chiacchierata ho dovuto chiedere il permesso. Ed è giusto che sia così. Premesso quanto detto, bisogna divertirsi! C’è poco da fare: molti arbitri hanno smesso perché non si divertivano più. Io stesso mi sono fermato per 3 anni perché non mi divertivo ma poi mi mancava troppo l’odore dell’erba calpestata e sono tornato. Quindi divertirsi è uno step obbligato. Essere interessati al gioco ed alla filosofia del gioco è un passaggio obbligato. Voler capire perché un holding non viene chiamato sulla destra quando la palla ed il gioco è a sinistra. Un altro step obbligato è devolvere tempo allo studio del regolamento, incontri settimanali con altri colleghi di zona, assistere a scrimmage delle squadre quando si allenano gratuitamente. Per inciso ne ho fatto uno da poco e mi sono divertito lo stesso.. anzi più di una partita perché si giocava e basta! Alla fine ho dato qualche dritta ai ragazzi, quasi tutti alla prima esperienza.
Nella parte più pratica della cosa, basta mandare una mail a[email protected]  con i propri dati per avere informazioni. Quindi fare il primo corso disponibile e scendere in campo in una crew che vi proteggerà fino a che non avrete messo le piume per volare insieme.
Magari ci si incontra in qualche campo!