Never Back Down: la storia di Delvin Breaux

Delvin Breaux può sembrare uno dei tanti giocatori di football che non essendo riusciti subito ad entrare nel mondo del football professionistico statunitense passano qualche stagione a rinfrescarsi le idee nella CFL (lega di football canadese, ndr) sperando poi di farsi notare da qualche squadra della NFL, di essere invitati al ritiro estivo della suddetta squadra ed eventualmente di guadagnarsi un posto tra i 53 del roster ufficiale.

Non è questo il caso di Delvin Breaux.

Come spesso accade nei racconti più avventurosi l’inizio e la fine coincidono perfettamente, il percorso circolare che sembra portare l’eroe così lontano alla fine si chiude. Nel caso di Breaux tutto comincia e tutto si conclude (almeno per ora) nella città del Martedì Grasso più famoso del mondo e del blues sporco e accaldato tipico delle terre del sud: New Orleans.

In Louisiana, nonostante la grandissima componente cattolica, dire che il football è sacro non viene considerato un sacrilegio. L’impatto di questo sport nella vita delle persone è fortissimo in questa zone degli Stati Uniti: il venerdì sera è dedicato alle sentitissime partite di high school mentre il sabato pomeriggio alle ancora più ferocemente combattute partite di college, con LSU che si porta via una buona parte dei tifosi dello stato lasciando alle varie Tulane e Louisiana Tech pochi ma coriacei supporter.

La domenica invece è il giorno dedicato ai santi e il rituale prevede due fasi: quella mattutina, cioè la messa, e quella pomeridiana, ovvero la partita dei Saints, la franchigia che dal 1° novembre 1967 ha portato in Louisiana il football professionistico.

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(Breaux con il padre Lionel dopo un allenamento alla McDonogh 35 presso il Tad Gormley Stadium; pic credit: Twitter.com)

FOOTBALL, SCUOLA E SOGNI

Questo è l’ambiente in cui il piccolo Delvin passa le sue giornate cresciuto a pane e football dal padre Lionel, assistente allenatore alla McDonogh 35 High School. L’approccio al football però inizia ben prima della scuola superiore: Delvin e il fratello iniziano a giocare nella little league con gli Harrell Rams e i due cominciano subito a farsi notare guadagnandosi i soprannomi “Butterscotch” e “Chocolate Chip”, due varietà di cioccolato che, come i due fratelli, si differenziano per la diversa sfumatura di colore (una più chiara, i “butterscotch” e una più scura, i “chocolate chip”).

Da quel momento “Chip” è diventato l’appellativo con cui i compagni di squadra chiamano Delvin e quel soprannome non lo ha ancora abbandonato, tanto che anche i suoi nuovi colleghi dei Saints hanno iniziato a chiamarlo “Chip” dopo che Delvin ha attirato la loro attenzione in allenamento con qualche giocata spettacolare. Ma procediamo con calma. Quando è stato il momento di scegliere la scuola superiore da frequentare Delvin non ha avuto dubbi: McDonogh 35.

Chip ha talento e si vede. Gioca da titolare con i Roneagles e si costruisce una reputazione da “shutdown corner”, con i giornali locali che gli dedicano addirittura foto e titoli di testa. Inevitabilmente il giovane comincia ad attirare l’attenzione degli scout di alcuni college della Louisiana – e non solo. Al Tad Gormley Stadium, la casa dei Roneagles, arrivano osservatori dai college di Ole Miss, Michigan e UCLA per vedere dal vivo che tipo di giocatore è Delvin. Ovviamente ci sono anche quelli di LSU, il college per cui ogni bambino della Louisiana sogna di giocare prima dell’approdo tra i professionisti.

Quando nel 2006, il suo anno da senior, arriva l’offerta di una borsa di studio per frequentare il college di LSU e giocare con i Tigers, Chip non ci pensa due volte e accetta.

27/10/2006

Sembra fatta per Chip, il sogno è davvero ad un passo: una volta approdato nella Death Valley dei Tigers Delvin potrà misurarsi con giocatori di altissimo livello come Patrick Peterson e Morris Claiborne e competere con loro per un posto da titolare, una prospettiva idilliaca per un ragazzo di 17 anni che ama follemente il football e vuole diventare un giocatore professionista.

La strada di Chip verso la NFL però prende una brutta piega il 27 Ottobre 2006, due giorni dopo il suo diciassettesimo compleanno.

Durante un kickoff contro la Jesuit High School Chip è schierato come estremo sinistro in modo da poter sfruttare al massimo la sua velocità e raggiungere subito il portatore di palla. L’azione si sviluppa dalla sua parte e Chip va per il placcaggio: al momento del contatto il ginocchio dell’avversario colpisce il mento di Chip spostandogli violentemente la testa all’indietro.

Sembra un’azione come tante altre e i compagni invitano Chip a rialzarsi subito per rientrare in campo nell’azione successiva. Inizialmente Chip non riesce a muovere neanche un muscolo e gli allenatori entrano in campo per sincerarsi delle sue condizioni visto che gli infortuni non sono cosa rara in questo tipo di azioni. Dopo qualche secondo Chip si alza da solo e torna verso la panchina, senza essersi reso conto di avere tre vertebre fratturate.

Mi sono tolto il caschetto da solo. Ero pronto a rientrare in campo, non pensavo di avere il collo rotto” dichiara Chip in un’intervista a Bleacher Report. Una volta smaltita l’adrenalina inizia a farsi sentire il dolore. Lionel, padre di Chip e assistente allenatore, si trova in panchina e cerca di dare al figlio delle pillole per placare le fitte ma Chip non riesce ad inghiottirle a causa di un disco intervertebrale fuori posto che opprimeva il cavo orale, fatica a respirare e dopo poco il dolore si fa insopportabile. “Mio padre mi ha chiesto come stavo e io gli ho risposto ‘Sto bene ma…chiama l’ambulanza!’”.

Una volta arrivati all’ospedale e dopo aver compiuto le prime analisi, Chip inizia a realizzare di essere vivo quasi per miracolo. “Il dottore mi ha detto che dovrei essere morto in campo. ‘Non so come tu faccia ad essere vivo’, ha detto”. Il danno è gravissimo e i dottori non considerano neanche lontanamente la possibilità che Chip possa praticare qualsiasi sport di contatto dopo l’infortunio. Chip però la pensa diversamente.

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(Breaux dopo l’operazione; pic credit: NOLA.com – The Times-Picayune)

REHAB

Dopo due operazioni per riparare le vertebre C4, C5 e C6, l’arteria rotta e inserire una placca metallica per stabilizzare il collo Chip comincia con la riabilitazione. La buona notizia è che i medici sono convinti che Chip possa riprendere a fare attività fisica una volta terminata la riabilitazione con successo. La cattiva è che ci vorranno ben sei anni perchè la ferita guarisca completamente.

Lui però non si scoraggia e ogni anno si pone un solo obiettivo, scritto a grandi lettere su un calendario: “BE AN NFL FOOTBALL PLAYER”. Con tanta forza di volontà e altrettanta pazienza inizia la riabilitazione.

Chip continua gli studi ad LSU che gli garantisce la borsa di studio nonostante il gravissimo infortunio che lo tiene lontano dai campi di football. Nonostante si senta pronto a tornare in campo ben tre medici della scuola gli negano il permesso di allenarsi con i Tigers. Un duro colpo per Chip che vede il suo sogno della NFL allontanarsi sempre di più.

Finito il college Chip trova qualche lavoretto per sbarcare il lunario ma la passione per il football è ancora vivissima in lui e, grazie anche al sostegno della fidanzata (ora moglie) Kasey, torna in campo giocando a flag football, specialità del gioco in cui viene evitato qualsiasi tipo di contatto fisico. E’ la strada giusta e Chip lo sente. Il ritorno su un campo da gioco, un altro obiettivo impresso sul suo calendario, è raggiunto.

Dopo pochi mesi, nel 2012, decide di unirsi ad una squadra di football semi-professionistico locale, i Louisiana Bayou Vipers. Dopo il primo placcaggio Chip si rialza e prova una sensazione che da troppo tempo gli era sconosciuta: guardare dritto in faccia l’avversario con il solo obiettivo di fermarlo a tutti i costi, la palla che si avvicina, lo scontro e la consapevolezza di potersi rialzare e ricominciare tutto da capo nella prossima azione. Sì, il sogno di Chip è ancora vivo e appena se ne rende conto la passione divampa e niente può più fermarlo.

ARENA FOOTBALL E CFL

L’esperienza con i Bayou Vipers dura poco, giusto il tempo di testare il fisico e tornare ad essere competitivo a livello di atletismo. Nel 2013 Chip fa un ulteriore passo avanti e firma un contratto con i New Orleans Voodoo, squadra che milita nella Arena Football League, la lega americana di football indoor. Il campo è più piccolo, le dinamiche di gioco sono diverse ma Chip ha ben altri obiettivi in testa e sa che questa è solo una tappa del suo lungo percorso e per il momento va bene così.

Con i Voodoo gioca bene fin da subito e dopo appena tre partite (e nove placcaggi in totale) Chip ha l’occasione di fare un altro step in avanti nella sua carriera e accasarsi nella Canadian Football League, la cui stagione è alle porte. Per quanto lasciare la sua terra per andare a cercare fortuna in un paese così lontano possa essere doloroso all’inizio Chip sa bene che questa è un’occasione che non può farsi sfuggire visto che la CFL si è dimostrata in più occasioni un ottimo trampolino di lancio per arrivare in NFL.

La squadra che lo vuole è quella degli Hamilton Tiger-Cats e a maggio 2013, appena firmato il nuovo contratto, Chip raggiunge la cittadina che si affaccia sul lago Ontario per partecipare al training camp. Nel primo anno con i Ticats si dimostra subito un buon acquisto e porta a casa 29 placcaggi, un sack e un fumble recuperato. La squadra concluderà la stagione con un record di 10 vittorie e 8 sconfitte piazzandosi al secondo posto della East Division e assicurandosi un posto ai playoff. Dopo aver eliminato Montreal e Toronto nelle prime due fasi i Ticats si giocano la finale contro i Saskatchewan Roughriders, perdendo 45-23. “Close, but no cigar”, come si suol dire da quelle parti.

Delvin Breaux

(Breaux festeggia dopo un intercetto durante una partita di playoff contro i Montréal Alouettes; pic credit: John E. Sokolowski-USA TODAY Sports)

Nonostante la buona annata appena conclusasi è nel 2014 che Chip, a 25 anni, riesce a dare il meglio di se’ diventando uno dei migliori cornerback della lega canadese: con 33 placcaggi all’attivo oltre a 5 pass breakup, un pick-six e un fumble recuperato viene scelto nell’All-Star Team 2014 della CFL. Ancora una volta i Tiger-Cats raggiungono la finale nonostante il record poco incoraggiante (9-9) della stagione regolare. Ancora una volta, però, la Grey Cup gli sfugge dalle mani ad un passo dalla conquista e finisce per la settima volta tra le braccia dei Calgary Stampeders (20-16 il risultato finale).

Poco male, il vero obiettivo di Chip è un altro. “I miei compagni continuavano a ripetermi ‘tu devi andare in NFL, qui è troppo facile per te!’”.

504

I Tiger-Cats capiscono che il talento di Chip merita ben altri palcoscenici e decidono di lasciarlo diventare un free agent a fine stagione in modo che possa partecipare ai provini con le oltre 14 squadre NFL che lo avevano contattato.

Durante il tryout con i Tampa Bay Buccaneers Chip riceve una chiamata tanto inaspettata quanto gradita. “Il mio agente mi ha dato il cellulare e mi ha detto ‘di che stato è questo prefisso?’. Sullo schermo c’era scritto 504 (il prefisso di New Orleans, ndr) e io non potevo crederci”.

Senza pensarci un secondo Chip ringrazia i Bucs, fa i bagagli e vola verso casa, a New Orleans. Contratto firmato, maglia #40 sulle spalle e via. Dopo aver partecipato a tutti gli OTA, gli allenamenti estivi volontari, Chip ora è in West Virginia con il resto della squadra per il training camp e tra pochi giorni scenderà in campo per la sua prima, vera partita da “NFL FOOTBALL PLAYER” contro i Baltimore Ravens.

Per il 2015 Chip si è posto un nuovo obiettivo visto che ora in NFL ci è arrivato e ha intenzione di restarci per un bel po’. Quale? La risposta è scontata.

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