Il calcolo morale

Stanotte, causa figlio infante che poppava, ho avuto il piacere di leggere un pezzo di Charles P. Pierce su Grantland, dal titolo “The Death of Evan Murray” sulla morte del giovane Quarterback della Warren Hills Regional High School in New Jersey. L’articolo ha posto alcune domande così importanti, riguardo al gioco che noi così apprezziamo, che ho deciso a mia volta di fare alcune considerazioni.

Lungi da me il desiderio di acchiappare qualche view speculando sulla morte di Murray, o su quella di Ben Hamm, avvenuta il 19 del mese scorso, o su quella di Tyrell Cameron avvenuta il 4 settembre, i lutti vanno rispettati e mi auguro che non vi venga in mente di andare a cercare su youtube le immagini dei colpi che hanno portato a queste disgrazie. Tuttavia è sotto gli occhi di tutti che il football è uno sport in cui i colpi che hanno generato queste morti, sono quelli che la stragrande maggioranza dei tifosi apprezza di più, quelle “big hit” che fanno saltare dalla sedia esclamando qualcosa tipo “Va là che stai col culo per terra!”. Pierce fa una breve analisi del sistema sportivo americano indicando in buona sostanza due sport dove le persone muoiono regolarmente: il football e le corse automobilistiche. Si dimentica ovviamente il motociclismo, lo sci e lo snowboard (che solo in Italia miete una trentina di vittime all’anno, fonte ISS) e basta andare a sfogliare i morti per la sola scalata dell’Everest che si capisce quanto l’alpinismo sia pericoloso.

Quindi, in buona sostanza, gli sport pericolosi sono tanti, gli sport dove si muore regolarmente sono diversi, ma il football ha una caratteristica peculiare rispetto a questi altri, ovvero che a morire possono essere anche ragazzi molto giovani, sedici, diciassette anni, quelli che Pierce chiama in maniera commovente “childs“, quelli che poi, nella grancassa dei social network, diventano delle icone su cui rovesciare la tristezza dedicata alle giovani vite che se ne vanno, succede per le malattie, succede per gli incidenti stradali, succede in guerra. Ci sono giornalisti sportivi che boicottano il football, ma sono una minima parte, perchè negli Stati Uniti questo sport è un centro gravitazionale enorme, sicuramente il più grande, che muove interessi enormi, valanghe di giornalisti, tecnici televisivi/radiofonici, presentatori, commentatori, tecnici, ex-tecnici, operatori ci campano. Anche noi che viviamo alla periferia della galassia, e che abbiamo in tutto lo stivale si e no dieci persone che campano scrivendo di football (alcuni, come visto di recente, forse a torto), ci rendiamo conto che la pericolosità di questo sport è quasi completamente nascosta dalle montagne di adrenalina che produce: il football ha una stagione intensissima, spasmodica e breve, un fuoco d’artificio di quattro mesi, una bazzeccola in confronto alle dieci mensilità del calcio (anche undici, in caso di Mondiali o competizioni continentali) o anche di sport più affini agli amerindi come il baseball, tutto succede in questo lasso di tempo così breve, che nel football di HS è ridotto a 10-11 settimane, tutto è esaltato al mille percento così come al mille percento vanno tutti gli addetti ai lavori.

Credo che tutto questo deformi il calcolo morale che facciamo quando guardiamo/scriviamo/commentiamo il football, e quando ci esaltiamo per le pigne che la nostra safety tira al WR girato di spalle pronto per ricevere il pallone, il football ha dentro di sé una componente che Pierce definisce di “physical destruction” che nella storia dell’essere umano ha sempre attirato folle agli spettacoli: i gladiatori dell’Antica Roma, i roghi degli eretici e delle streghe, le esecuzioni a morte, le ghigliottine. Come dico da anni, aveva ragione la visione pessimista di William Golding, espressa ne “Il Signore delle Mosche“, e la moltiplicazione dei Jack, e di chi trae piacere nel vedere i Jack impegnati nella difesa della propria sacra terra, il campo da football della propria scuola, della propria città. Checchè ne dica Don DeLillo, il cui giocatore di football del suo “End Zone” stacca profondamente la visione della guerra dalla visione del football, visto come un passatempo quasi noioso, il football è a tutti gli effetti una guerra, la meno ritualizzata e la più vicina alla realtà, con feriti e, a volte morti.

Ma è l’America, colei che manda a gran frotte i suoi “child” a morire in posti sperduti del globo, che ha sviluppato questo gioco, ed in cui ci si specchia, ed a cui è indissolubilmente legata. Non è possibile parlare di queste vicende, non è possibile fare nessun tipo di considerazione se non si parte dal presupporto che il football è in buona sostanza la preparazione dei futuri soldati, ma è al tempo stesso un luogo dove le ipocrisie tipiche della società americana vanno a ramengo: nel campo come in guerra, non ci si nasconde. Nel 1889 dei ragazzi della Penn University “folli” per questo gioco, spostarono le sedie dalla Academy of Music di Philadelphia, buttarono per terra della colla e uno strato di feltro, ricavandone un campo di 200 piedi per 50, ed invitarono gli dei del football di allora, ovvero Princeton. La gara, in questo contesto “indoor” che oggi sarebbe ritenuto più stringente di una gara di Arena Football, fu una zuffa tremenda, sotto gli occhi della Philadelphia “bene”, eccitata dal vedere dei ragazzotti sbattersi contro le balaustre per acchiappare la palla, usciti infine laceri e ammaccati per lo 0-0 finale. E’ quindi l’ambiente circostante al campo che vive anestetizzato dal proprio stesso voyeurismo ed evita ipocritamente di valutare questo sport per quello che è: un eccitante, spettacolare e saltuario tritaragazzi, che lascia a terra feriti, contusi, scarificati, zoppi, dementi, morti.

Pierce infine ricorda come Teddy Roosevelt, a cui piaceva il football, nel 1905 avesse minacciato di far cessare il gioco, e sotto questa minaccia avesse convinto i più prestigiosi college a lavorare assieme per decidere regole che lo rendessero meno violento di come era, quando facevo una ventina di vittime all’anno nelle sole gare tra college. Le nuove regole hanno permesso a questo sport di evolvere non verso la sicurezza, ma semplicemente verso una minore pericolosità.
Non è pensabile, a mio avviso, uscire da questo circolo se non con un brutale, ed idiota, divieto di giocare a football, e non è pensabile neppure, come ha proposto l’autore del pezzo, di vietare il tackle football ai minori di 21 anni quando nessuno vieta loro di guidare una macchina a 16 o andare in guerra a 18.
Chiudo con le parole di Rosalind Burns Gammon, madre di Von Gammon, morto in una gara tra Georgia e Virginia il 30 ottobre 1897, che scrisse al governatore intenzionato a vietare il football dopo la morte del figlio:

“It would be the greatest favor to the family of Von Gammon if your influence could prevent his death being used for an argument detrimental to the athletic cause and its advancement at the University. His love for his college and his interest in all manly sports, without which he deemed the highest type of manhood impossible, is well known by his classmates and friends, and it would be inexpressibly sad to have the cause he held so dear injured by his sacrifice. Grant me the right to request that my boy’s death should not be used to defeat the most cherished object of his life.”

L’America è così, e tutto sommato abbiamo vagliato uno degli aspetti meno cruenti del suo trattare i suoi “child”. E poi si è fatto tardi, domani si accenderanno di nuovo le Friday Night Lights, buono spettacolo a tutti.
Ad maiora.