Week 4: New York Jets @ Miami Dolphins

I Miami Dolphins perdono 27 a 14 nella loro seconda partita “in casa”, questa volta contro i New York Jets.

Chiediamo scusa in anticipo se questo articolo sarà meno “ordinato” dei precedenti ma come già saprete ci sono considerazioni da fare che vanno ben al di là della mera analisi della partita, di cui peraltro dal punto di vista dei Dolphins c’è davvero poco da dire.

Per riassumere.
Il team ha attraversato l’oceano partendo da South Beach e arrivando in quel di Londra per il secondo anno di fila, ed in entrambi gli anni il viaggio è costato il posto di lavoro ad un head coach: l’anno scorso toccò all’ HC dei Raiders (Dennis Allen), quest’anno purtroppo – o per fortuna, o finalmente – a quello dei Dolphins.
Tutti a Miami sapevano di giocare un “must-win-game”, e come spesso accade quando si perdono le partite che devono essere vinte, qualcuno si ritrova free agent.
La partita è stata un replay dell’esibizione precedente; 60 primi di umiliazione contro una squadra avversaria di conference che si è dimostrata superiore in tutte le fasi.
L’attacco è stato incapace di generare yard. Colpa di Philbin, colpa di Lazor, colpa di Tannehill e di tutti gli altri: per quanto il resto del comparto non abbia certo brillato, il momento delle scuse per questo trio è finito.
A parte Albert, spesso infortunato (ma lo si sapeva già quando venne preso in FA che questo era il suo principale tallone d’Achille), e Pouncey, che ha giocato comunque in maniera egregia, l’unico giocatore che può vantare un contratto sostanzioso è il QB, che deve iniziare ad innalzare il suo livello di gioco.
Tutte le promesse fatte durante la preseason non sono state mantenute, anzi, al momento il suo rendimento è inferiore a quello della prodotto durante la stagione da rookie.
Non aiuta di certo il fatto che a quanto pareTannehill prenda in giro i giocatori della practice squad dei Dolphins per il loro basso stipendio quando questi riescono ad intercettarlo. E da tifosi di Miami piace ancora di meno prendere lezioni di umanità, oltre che di football, da Tom Brady che a quanto pare incoraggiava, anche economicamente, i DB’s del suo team ad intercettarlo.

Possibile che dopo un anno le squadre abbiano capito il gioco di Lazor & Co.? Possibile, è ciò per cui i Defensive Coordinator sono pagati. Anche il nostro Offensive Coordinator viene pagato per prendere a sua vota le giuste contromosse ed evolvere il proprio gioco, per essere sempre un passo davanti agli avversari.
Possibile che siano necessari tre anni e quattro partite per capire che i lanci lunghi sono efficaci anche perché attraggono le pass interference? Vabbè, meglio tardi che mai.
Ora che Philbin è stato tolto dall’equazione dell’attacco si dovrà capire chi dei due, o meglio in che percentuale ciascuno dei due, sia l’incognita che porta ad un risultato così scadente.

La difesa è stata nuovamente bullizzata dal gioco di corse degli avversari, capaci di estorcere con facilità i soldi della merenda e tutte le yard che volevano ai nostri undici spaesati difensori.
Per citare la statistica forse più indicativa: Ryan Fitzpatrick ha corso per 34 yard, l’attacco dei Dolphins 59. Stiamo parlando di Fitzpatrick, non di Cam Newton o Russel Wilson..
In questo caso tuttavia il colpevole è più evidente e fortunatamente non sono i giocatori, che in difesa sono realmente talentuosi e tutti scontenti degli schemi e delle chiamate di Kevin Coyle, candidatissimo per il prossimo licenziamento. I piani alti di Miami si sono già mossi prendendo contatti con Schwarz (ex HC dei Lions e DC con i Bills l’anno scorso), il quale però ha rifiutato l’offerta, probabilmente poiché in attesa di un lavoro da Head Coach, Smith (ex HC dei Falcons) e Schiano (ex HC dei Buccaneers).

Detto questo, quali sono le novità?
Philbin è stato licenziato ed il suo sostituto ad interim si chiama Dan Campbell, promosso dal ruolo di Coach delle TE a quello di generale maximo.
Di lui si sa poco, è cresciuto nel Texas, ha frequentato il College di Texas A&M, ha giocato come TE nell’NFL per 11 anni e non ha esperienza come HC.
Il mix di severità, serietà, e – si può scrivere in un articolo? – cazzutaggine espresso dal suo aspetto da Marines trentanovenne (HC più giovane e muscoloso della lega, almeno un record nelle statistiche non ce lo toglie nessuno) imprime una particolare fiducia di primo acchito. E ciò che dice con il linguaggio del corpo è il linea con ciò che dice a parole; ha dichiarato infatti di voler cambiare la cultura della squadra, rendendola più aggressiva e meno conservativa. Un cambio di cultura radicale, tendente alla filosofia di Rex Ryan e che sembra essere stato accolto in maniera estremamente positiva dai giocatori.
Guardando qualche filmato è subito evidente che il giovane Dan debba essere preso sul serio. In un filmato di Hard Knocks del 2012 lo si vede prendere a spintoni due giovani TE per spronarle, in un altro intimare al non compianto Egnew di non azzardarsi mai più a camminare e guardare da lontano il suo RB correre, ma di partecipare bloccando qualche difensore.

In sostanza emana leadership da ogni poro: sarà in grado di contagiare i giocatori e di sollevare le sorti del campionato? La sua inesperienza tattica verrà messa in evidenza dai HC avversari? Riuscirà a diventare il nuovo “Dan the Man” di Miami?
Ci toccherà aspettare, ma almeno adesso possiamo consolarci con la speranza.

 

Mattia Cabinata e Luca Contu