Week 11 recap: Chiefs @ Chargers

Nelle sue conferenze stampa infarcite di cliche, Mike McCoy parla spesso di “preparation” e “health”, per non parlare di “dobbiamo finire le partite, essere continui per tutti i 60 minuti”. Ecco, l’imbarazzante sconfitta per 33-3 contro i Chiefs ha ribadito che ormai l’ex OC di Denver ha i giorni contati sulla nostra sideline, dopo una figuraccia che non può essere imputata a nessuno dei fattori di cui sopra; reduci dalla bye week e con una settimana extra di lavoro che, secondo i giocatori, aveva dato buoni frutti (sic), con la formazione migliore che potessimo mettere in campo – a parte Allen e Floyd, alle prese con problemi fisici più complessi – questo è il risultato. Il rientro di Dunlap e Franklin avrebbe potuto sicuramente giovare a Melvin Gordon, seppur contro un front seven aggressivo come quello di Kansas City, ma l’annata disgraziata del rookie da Wisconsin si è arricchita di un altro capitolo, uno da 15 portate per 37 misere yard. L’ennesima pessima giornata della nostra o-line (ben evidenziata dalla prova orribile di King Dunlap, al rientro dopo alcune giornate di stop per un problema alla caviglia, contro Tamba Hali, che lo ha costretto a concedere 2 sack e un holding, più svariate pressioni) si è tradotta ancora una volta in un altro fiasco per Gordon, che pure dimostra di avere (ancora?) una visione di gioco e una capacità decisionale estremamente limitate. In più occasioni è stato utilizzato il fullback David Johnson, o Chris Hairston come extra lineman ma, ciononostante, i Chargers sono riusciti a guadagnare la miseria di 2.1 yard a portata (per Woodhead 7 yard su 6 portate, mentre Donald Brown è rimasto a guardare). Philip Rivers ha vissuto decisamente la sua giornata più problematica della stagione, finendo con 178 yard (19/30), 0 TD e 1 INT, merito di Derrick Johnson, capace di leggere uno screen pass per Woodhead e ritornarlo in endzone per il 19-3 che in pratica ha chiuso la partita. Rivers ha subito per tutta la partita la pressione della difesa di KC, autrice di 3 sack, costringendo anche il QB ad uscire più volte dalla tasca per correre ai ripari, e la mancanza di target non ha certo aiutato: Stevie Johnson (7-54-0) è stato l’uomo più cercato, mentre di Gates neanche l’ombra. Gli altri ricevitori si chiamano Dontrelle Inman e Javontee Herndon, rookie promosso la scorsa settimana dalla practice squad per adempiere principalmente ai compiti di ritornatore dopo il taglio di Jacoby Jones, ed ora catapultato in lineup visti gli infortuni dei compagni di reparto. Anche come special teamer, il numero 81 non è riuscito a contribuire, finendo con 18 yard guadagnate su kickoff e 0, tanto per cambiare, su ritorno dei punt. Anzi, un suo fumble ha permesso a Kansas City di iniziare un drive alle 44 di San Diego, senza che però ciò abbia portato ulteriori punti per gli ospiti.
Se l’attacco è rimasto a secco, la difesa ha offerto il solito spettacolo osceno, finendo asfaltata dal terzo RB dei Chiefs, tale Spencer Ware, che ha aperto in due il nostro reparto con 96 yard e 2 mete. Ancora una volta, a segnalarsi sono i più giovani, e cioè Jerry Attaochu, che è stato uno dei più continui nel portare pressione ad Alex Smith – che ha comunque giocato un’egregia partita – e Jason Verrett, che ha oscurato Jeremy Maclin risultando anche protagonista di qualche ottimo tackle attorno alla linea di scrimmage, dimostrandosi giocatore completo. Ma anche Te’o ha giocato una discreta gara, con un sack, 5 tackle e una buona presenza in coverage. Per il resto, nulla di interessante o nuovo, se non un’altra brutta partita di Flowers, che si è visto sovrastare dai non irresistibili ricevitori dei Chiefs, e di Donald Butler, che finisce con un tackle messo a segno.
La cosa migliore della serata è stata senza dubbio il ritiro della maglia numero 21, quella del grande LaDanian Tomlinson che, in attesa di vedere il proprio busto nella Hall of Fame di Canton, può vedere il suo banner appeso al Qualcomm Stadium – in attesa di capire che ne sarà del football a San Diego, nei prossimi mesi si saprà tutto con più certezza. A lui sono legati gli anni migliori di una franchigia storicamente sfortunata, che però ha saputo ergersi al ruolo di contender nella seconda metà degli anni 2000. I tempi sono decisamente cambiati, in peggio, ma il disastro di quest’anno dà, forse, un’altra opportunità ad una squadra che, per quanto difettosa, ha comunque diversi pezzi interessanti da ambo i lati del campo. Quello che poteva andare male, quest’anno, è andato, e ora dalla stagione non abbiamo più nulla da chiedere. Solo qualche sconfitta in più, per ripartire meglio il prossimo anno. LT ci perdonerà per lo spettacolo.