Week11: BENGALS 31 @ Cardinals 34, la “vendetta” di Palmer?

Nel Sunday Night Football, in una partita molto combattuta, è arrivata la seconda sconfitta consecutiva per i Bengals, che sono ora 8-2 con due partite di vantaggio sugli Steelers (6-4) in division. In entrambe le partite lo svantaggio finale è stato meno di un TD, 6 punti con Houston e 3 con Arizona. Sembra che qualcuno non aspettasse altro per le solite critiche banali, fatte più per intrattenere il pubblico che per offrire un’analisi tecnica, vero Deion Sanders? Sarà anche stato uno dei più forti giocatori di sempre, ma non basta un completo da migliaia di dollari e qualche frase ad effetto per diventare un buon opinionista, o forse sì? La frase in questione è: “Bengals aren’t built for ‘the moment’ ”, non ho molto altro da aggiungere.

In generale non mi piace fare il riassunto della partita, molti lo fanno già, meglio di quanto lo possa fare io, preferisco fare un’analisi critica, nel bene e nel male, di tutti gli aspetti legati alla partita in tutte le sue sfaccettature, basandomi sui fatti.

La settimana non era proprio iniziata benissimo, per due giorni si è parlato dello scambio a distanza tra J.J. Watt e Andy Dalton. In breve, alla fine della partita con i Texans, evidentemente e giustamente entusiasta della vittoria, Watt ha detto in diretta nazionale ai microfoni di ESPN che avevano fatto sembrare il Red Rifle (il soprannome di Dalton) un Red Ryder BB Gun, un famoso giocattolo per bambini. Dieci minuti dopo in conferenza stampa l’affermazione è stata riportata a Dalton, non si sa bene in che forma, il quale dopo una sconfitta per 10-6 non aveva molta voglia di ridere e ha risposto che l’uomo copertina della Lega non dovrebbe fare affermazioni di quel tipo in diretta nazionale. Nonostante il giorno dopo Dalton abbia detto di non aver nessun problema con Watt, di aver fatto l’errore di aver risposto al giornalista che aveva riportato la frase e che non era comunque interessato a sentire le vere parole del DL dei Texans, sono piovute critiche su Dalton per la sue reazione considerata “da debole e da perdente”. La battuta era ovviamente del tutto innocua, ma è comunque raro che appena finita la partita si facciano commenti che vadano a sminuire (o prendere in giro) l’avversario piuttosto che ad esaltare la prestazione della propria squadra e spero che questo trend non si diffonda. Ci ha deliziato della sua opinione a riguardo anche Bart Scott, dimostrando che all’essere (o essere stati) brillanti in campo non corrisponda anche esserlo ai microfoni.

Dopo questo siparietto abbastanza divertente i media hanno deciso di concentrarsi sulla partita successiva abbracciando un altro bandwagon (lo scrivo con un po’ di malizia, ma tutto fa brodo): Carson Palmer. Già, colui che sta per affrontare la franchigia che gli ha voltato le spalle, non ha saputo dargli la squadra per vincere, ne ha sprecato gli anni migliori e lo ha scaricato facendolo finire prima ad Oakland e poi ad Arizona e proprio quest’anno sta vivendo l’anno del riscatto, a 36 anni suonati, con statistiche stellari e lanci da cineteca. Che storia, una di quelle che piace tanto agli americani (e di riflesso anche a noi) e che sono bravissimi a raccontare, potrebbero quasi farci un film. E devo dire che sono stati convincenti, si poteva leggere un po’ ovunque “La vendetta di Carson Palmer”, ho letto la stessa storia anche su qualche articolo italiano, il problema che la realtà è un po’ diversa. Nel 2003, dopo 15 anni di buio per Cincinnati, arrivò come Head Coach Marvin Lewis e scelse alla prima assoluta proprio Carson Palmer, il golden boy da USC fresco vincitore di Heisman Trophy, molto desiderato soprattutto dall’owner Mike Brown. Il primo anno lo passò in panca (dietro a Kitna) ma dall’anno seguente divenne titolare, non solo gli venne consegnata la squadra ma, come spesso succede nelle realtà più piccole, rappresentava molto di più, una franchigia e una città con tanta voglia di riscatto. Raggiunse i playoff nel 2005 ma venne messo fuori gioco al primo lancio del wild-card game da un’entrata non proprio pulita di un DL degli Steelers e nel 2009 ma perse subito contro i Jets di Mark Sanchez, che poi si sarebbero giocati il Championship con New England, con una prestazione da 18/36, 146 yard, 1 TD e 1 INT. Con lui giocarono Rudi Johnson e Cedric Benson come RB e Chad Ochocinco, T.J. Housmandzadeh e Laveranues Coles come WR, dei buoni giocatori. I Bengals gli proposero nel 2005 un’estensione di contratto da 119 milioni di dollari per i successivi 9 anni, sarebbe scaduto nel 2014. Nel 2010 vennero draftati 1 TE e 2 WR da mettergli a disposizione, ma dopo il 2-1 iniziale persero 10 partite e finirono 4-12. Palmer ad inizio 2011 disse che non avrebbe più giocato per i Bengals, aggiungendo che aveva già 80 milioni in banca, e chiese di essere scambiato, altrimenti si sarebbe ritirato. I Bengals furono costretti a draftare un QB al Draft 2011 e, dopo aver scelto A.J. Green con la quinta assoluta, scelsero Andy Dalton al secondo giro. Nonostante i problemi estivi legati all’holdout NFL Dalton iniziò la stagione 6-2, dopodiché i Bengals proposero a Palmer il posto da titolare, ma rifiutò e venne conseguentemente scambiato con i Raiders per due scelte che sarebbero poi state usate per Dre Kirkpatrick e Giovani Bernard. Inizialmente tutti (compresi i tifosi) si erano schierati con Palmer contro il mai amato owner Brown, che si ostina a svolgere anche il ruolo di GM nonostante non sia esattamente la sua vocazione, ma quando la verità venne a galla, l’intera città si sposto dalla parte di Brown, contro Palmer. Nel 2012 Palmer tornò a Cincinnati in maglia nero-argento e venne ovviamente fischiato, perse la partita 34-10 con 2 intercetti, insomma una brutta giornata.

Ecco spiegato perché a mio parere parlare di vendetta non è esattamente corretto, possiamo dire che qualcuno può anche essersi dimenticato di come sono andati davvero i fatti, ma non a Cincinnati, non tra coloro che in Palmer vedevano una nuova speranza e che poi si sono sentiti traditi. Per Dalton non c’è neanche lontanamente la stessa passione che c’era per Palmer, forse perché non vogliono rimanere delusi di nuovo, o forse per il trattamento che riceve dai media, dovuto alla questione primetime-playoff, ma le statistiche e i risultati parlano chiaro su chi abbia al momento ottenuto di più.

Tutto questo non toglie nulla alla prestazione dei Cardinals di domenica, una squadra solidissima e completa, in grado quest’anno di riprendersi anche da due sconfitte abbastanza brutte in casa con i Rams e a Pittsburgh contro Landry Jones. La chiave per fermarli è, a mio parere, limitare Chris Johnson, i Bengals ci sono quasi riusciti (63 yard in 18 carries) e il punteggio è stato in bilico fino alla fine, nonostante l’ottima serata di Palmer.

Nonostante il primetime Dalton ha giocato un’eccellente partita 22/39, 315 yard e 2 TD, pochi big-play e pochissimi errori, nonostante una linea collassante e un gioco di corse insufficiente. Dalton è il secondo QB che tiene meno tempo in mano la palla (2,20 secondi), secondo solo a Tom Brady (2,13) ma più di una volta non ha neanche avuto il tempo di effettuare il dropback che si è trovato maglie rosse addosso e ha dovuto o lanciare fuori o correre per qualche yard e limitare i danni (oltre ai 4 sack subiti). Paradossale che sia il runner con la media più alta (4,3) mentre sia Jeremy Hill che Giovani Bernard non superano le 3 yard a portata, non fatevi ingannare dai due TD di Hill, sono stati realizzati a ridosso della goalline, il suo contributo per arrivarci è stato pochissimo. Bernard invece ha almeno la scusante di essere stato molto efficace in ricezione, con 8 catch e 128 yard. Finalmente forse abbiamo capito che usarlo sul corto “alla Tom Brady” può essere una risorsa notevole, era ora. Niente di eccezionale dai ricevitori, che non hanno saputo sfruttare più di tanto l’utilizzo pesante di blitzer a loro vantaggio, merito sicuramente della eccellente secondaria dei Cardinals (compreso Eifert che ha ricevuto 2 TD ma non è andato oltre le 22 yard). Nelle ultime 4 partite, cioè dal ritorno di Burfict, la difesa sulle corse ha ottenuto notevoli miglioramenti, tuttavia quella sui passaggi non è stata al livello di quella dei Cardinals, all’assenza di Adam Jones e all’infortunio del suo sostituto Dennard (stagione finita) e di Shawn Williams ci sono stati anche alcuni errori dei titolari George Iloka e Kirkpatrick, in particolare sul TD da 64 di J.J. Nelson, il gioco più lungo della partita. La DL ha lasciato generalmente troppo tempo a Palmer (soprattutto nel secondo tempo), mettendo a segno solo un sack da parte di Geno Atkins, mentre Dunlap se ne è mangiato uno sul primo TD di Palmer. Ovviamente sto analizzando i difetti, la partita è stata giocata ad altissimo livello da entrambe le squadre, per cui anche le piccole cose possono aver fatto la differenza.

Eppure a 1:15 dalla fine stavamo per vincere, terzo e 2 sulle loro 25, sotto 28-31 nel punteggio, ampiamente in raggio da field-goal. Dalton lancia in endzone, Green riceve ma mette un piede sul piloncino, incompleto. Marvin Lewis ha difeso la chiamata, dicendo che si voleva andare per la vittoria, e per davvero pochissimo non è arrivata, ma io non posso che criticarla, se anche fosse andata a buon fine Palmer avrebbe avuto la palla con un minuto da giocare, e in quei casi è meglio non ridare la palla all’attacco avversario, ma lavorare col cronometro, senza contare la possibilità di un intercetto.

Soprattutto nel primo tempo ci sono state una marea di penalità, nelle quali i Bengals hanno avuto la peggio giocando spesso secondi o terzi e 20. Non posso che constatare il pessimo livello arbitrale anche in questa partita, come durante tutta la stagione, questa settimana tra il whistlegate di New England, gli errori di Vikings-Packers e questa partita gli arbitri hanno dato il peggio. Forse merito delle regole talvolta poco chiare o dell’incapacità degli arbitri in questione. Non voglio star qui a fare polemica, perché la partita è finita e non serve a nulla, ma in ottica playoff se è questo il livello ci saranno una marea di polemiche. Non aggiungo altro, guardatevi la partita se volete, vi anticipo solo qualche spunto di riflessione: PI su un ricevitore che scivola, se l’arbitro sbaglia non capisco perché non si possa chiamare il challenge in questi casi, inoltre sarebbe così semplice se la crew che sta nel box comunicasse l’errore all’arbitro e la penalità fosse ritirata; per la seconda settimana consecutiva è stata chiamata un’illegal formation inesistente su un guadagno da 50 yard, essendo nei due minuti finali Marvin Lewis ha potuto chiamare solo il timeout, gli arbitri hanno riguardato l’azione e tolto la penalità, un timeout sprecato, per fortuna però l’avevano altrimenti ci sarebbe stato un TD in meno a referto nel primo tempo. Su un ritorno i Bengals hanno perso più di 50 yard per un illegal block in the back molto dubbio, ma non hanno visto un helmet-to-helmet clamoroso su Green in un terzo e lungo. E ancora holding lasciati correre, ma questo succede molto spesso, e non mi è ben chiaro se per Patrick Peterson ci sono delle regole particolari, visto che viene esaltato per il suo giocare fisico, ma se lo facesse qualcun’altro sarebbe fallo (ovviamente oltre le 5 yard).

PP holing

In ultimo l’antisportivo chiamato a Peko a 6 secondi dalla fine, sarebbero andati all’overtime per falsa partenza, ma il ref ha detto che era stata causata da Peko che simulava lo snap count, non lo sapremo mai, Peko sostiene di aver urlato “Get set! Get set!” sul no huddle di Palmer, che è molto diverso dall’ “Hike!” di Palmer. E’ ovvio che l’NFL fa finta di niente, ma se succede durante Cowboys-Packers ai playoff è tutta un’altra storia.

Il migliore in campo è sicuramente Dalton, seguito a ruota da Bernard. Se si gioca a questo livello non si dovrebbero avere problemi nelle prossime due contro Rams e Browns, anche se ritrovare il gioco di corsa e trovare una soluzione agli infortuni nelle secondarie diventano le due prerogative principali in ottica playoff.