God bless Kaep

Dio salvi Colin Kaepernick.

Dio lo salvi e lo benedica.

Ma prima di arrivare a spiegare questa personalissima affermazione ai limiti della blasfemia, meglio spiegare per sommi capi chi è Kaep.

Colin Rand Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers (ex Nevada Wolf Pack), è la rappresentazione vivente di quanto il football americano possa essere imprevedibile e beffardo. Nato da madre single che lo ha posto in affidamento, di padre sconosciuto, è stato cresciuto da Rick e Teresa Kaepernick, una coppia di Fond du Lac, Wisconsin, poi trasferitasi in California all’inizio degli anni ’90. Versatile sportivo, era stato scelto dai Chicago Cubs nel MLB draft 2009, ma aveva preferito passare in attesa del Draft NFL dopo essersi affermato come un temutissimo dual-threat QB che negli ultimi tre anni di college ha sempre superato le 2.000 yard di lanci e le 1.000 di corsa chiudendo con 141 TD, con la maglia dei Wolf Pack. Dopo il draft 2011 in cui era stato selezionato dai 49ers, saliti per lui dalla #45 per la #36, si era accomodato in sideline come backup di Alex Smith, trovando ovviamente poco spazio durante la sua prima stagione. Nel 2012, partito come backup (ma di lui si parlava come di un pupillo di coach Harbaugh) è subentrato ad Alex Smith durante la partita contro i Rams in week 10 a seguito di una concussion. Colin riesce a recuperare lo svantaggio e a portare i 49ers al pareggio 24-24, evento raro in questo sport. Grazie alle sue prestazioni, l’allora Head Coach Jim Harbaugh, prende al volo l’occasione e decide di sostituire Smith nelle gerarchie di roster a favore di Kaepernick.
La scelta paga, Kaep è inarrestabile, segna a ripetizione correndo come un running back con un fisico da corazziere (6’4 per 230 libbre), portando i 49ers ai playoff e alla vittoria del titolo Divisionale contro Atlanta arrestandosi poi solo in finale contro i Baltimore Ravens di Joe Flacco.

Conquistato il posto fisso da titolare per la cessione di Alex Smith ai Kansas City Chiefs, durante il 2013 l’atleta da Milwaukee, mette insieme una serie di ottime prestazioni segnando touchdown in scioltezza e arrivando ai playoff sino alla finale divisionale poi persa contro i Seattle Seahawks che in finale andranno ad asfaltare i Broncos di Peyton Manning.
Nel 2014, dopo la stagione precedente da grandi numeri (più di 3.000 yard passate e 21 TD, 524 yard corse e 4 TD) firma il rinnovo con i rosso-oro per sei anni, contratto da 114 milioni di dollari, 61 garantiti. È a tutti gli effetti il contratto della vita, strappato in un momento il cui le squadre sono disposte a spendere valanghe di soldi per tenersi stretti i loro franchise QB in una lega sempre più pass-friendly. I 49ers quell’anno inaugurano anche il nuovissimo Levi’s Stadium, in cui si svolgerà il Super Bowl di quell’anno. Insomma si possono intravedere tutti gli elementi di una favola annunciata, ma che in realtà si rivela l’inizio della fine.

Colin alterna momenti di buon football ad intercetti a ripetizione, nel complesso migliora la precisione ma peggiora il proprio rating, si dimostra incostante e la squadra chiude miracolosamente con un 8-8  ma non si qualifica per i playoff e il guru Harbaugh lascia il posto da HC per andare a Michigan, in NCAA, dove viene ricoperto di dollari.
Il 2015 è storia dell’altro giorno, 
annus horribilis per la franchigia della baia che ha una preseason definita “la peggiore della storia della NFL” in cui perde pezzi in continuazione, e coach Jim Tomsula, agnello sacrificale di quell’anno, panchina Kaep dopo Week 8 a favore di Blaine Gabbert (e qui già si capisce qual onta) ed il 21 novembre dichiara Kaep out for season per un infortunio alla spalla che necessiterà di un intervento chirurgico. Kaep non sembra più l’eroe in città.

La vicenda

Il 26 Agosto durante la partita di preseason al Levi’s Stadium contro i Green Bay Packers, poco prima del kick off, durante il consueto canto dell’inno, Colin Kaepernick decide di restare seduto per tutta la sua durata.

Nel post partita, ovviamente stuzzicato dalla stampa, rincara la dose dichiarando:

“I am not going to stand up to show pride in a flag for a country that oppresses black people and people of color. To me, this is bigger than football and it would be selfish on my part to look the other way.”

“Non ho intenzione di alzarmi in piedi e mostrare orgoglio per una bandiera di un paese che opprime i neri e le persone di colore. Per me, questo è più grande del football, e per me sarebbe egoista guardare in un’altra direzione.”

Questa affermazione fa scoppiare una guerra civile mediatica nonostante il tentativo degli stessi 49ers di minimizzare:

“L’inno nazionale è e sarà sempre una parte speciale della cerimonia pre-partita. E’ l’occasione per onorare il nostro paese e riflettere sulle grandi libertà che  ci vengono concesse come suoi cittadini. Nel rispetto di tali principi americani come la libertà di religione e la libertà di espressione, riconosciamo il diritto di un individuo di scegliere se partecipare, o meno, alla nostra celebrazione dell’inno nazionale.”

I già non troppo contenti tifosi di San Francisco per risposta hanno iniziato a bruciare le magliette #7 con il National Anthem di sottofondo. Eric Bolling, noto commentatore politico di orientamento conservatore, ha twittato:

Hey@Kaepernick7 Football is an American sport. If you’re not feeling American feel free to leave you ungrateful clown”

Non sono mancate anche manifestazioni di critica da parte di altri giocatori come il wide receiver dei New York Giants, Victor Cruz che dopo essersi schierato in rassegna militare con la sua squadre durante l’inno nazionale ha dichiarato:

“La bandiera è la bandiera”

Il mancato rispetto all’inno, e quindi alla bandiera, sta costando moltissimo in termini mediatici al giovane atleta, forse per noi europei non è facile comprendere il rispetto e la venerazione che l’americano medio ha per la propria patria. The Flag  è il simbolo di unione dei 50 stati; è una delle pochissime cose in comune in una nazione federale.
Cosa ha in comune la middle class del New Jersey con l’abitato rurale dell’Alabama? Quali sono i punti di contatto tra uno stato progressista come il Colorado ed uno retrivo come lo Utah?

La risposta a tutte queste domande è la bandiera, che è presente nella quotidianità delle persone, oltre che sugli edifici pubblici, la Stars and Stripes si trova facilmente nei giardinetti ben curati dei cittadini, nei campus universitari e nelle scuole. Fa parte del rituale con il quale migliaia di soldati in tutto il mondo si svegliano la mattina e in un paese di 320 milioni di abitanti dove il 7.3 % ha servito o serve tutt’ora sotto le armi non è un dato da sottovalutare. Ma allora perché scatenare questa polemica contro il simbolo più amato degli Stati Uniti?

La questione bandiera è ovviamente simbolica, così come rappresenta un simbolo per chi la venera, così ne rappresenta un altro per chi le volta le spalle. Ripartiamo insieme da un’altra frase detta da Kaepernick subito dopo:

“Ci sono corpi nelle strade […]”

Secondo mappingpoliceviolence.org nel solo 2015, 102 uomini di colore disarmati sono stati uccisi e solo 10 di essi avevano commesso precedentemente un crimine; il 37% delle persone uccise disarmate erano di colore a fronte del fatto che solo il 13%  della popolazione degli Stati Uniti è nera.
Le recenti proteste a Dallas nei confronti della polizia, le rivolte a Milwaukee, i fatti di Minneapolis e la nascita di movimenti come 
Black Lives Matter  sono sintomi di un malcontento sociale e di una forte divisione all’interno della società statunitense. Questa non è disamina sociologica sulla popolazione americana, semplicemente il supporto numerico inconfutabile all’affermazione di Kaepernick. Ci sono dei corpi nelle strade.

Mi domando perché in un paese altamente sviluppato come gli USA dove il dialogo e il confronto civile dovrebbero essere la quotidianità, dove la libertà di culto, parola e stampa è garantita dal primo emendamento della Costituzione. Sembra che tutto stia diventando un assalto alla baionetta mediatico, un carrozzone politico volto a difendere una identità nazionale non ben specificata. Scrive Davide Lavarra su Playit:

Se libertà dev’essere e se un minimo di coerenza ancora esiste, allora anche Colin Kaepernick, in teoria, può sentirsi nel pieno diritto di manifestare un pensiero senza essere additato come estremista, come nazionalista, come novello Mahmoud Abdul-Rauf, come idiota.

In tutto questo ad oggi a pagare è Colin Kaepernick, prima che atleta, un uomo coraggioso.

Coraggioso perché, a dispetto della modernità che sembra avvolgerla, la NFL è un ambiente chiuso e conservatore. Un ambiente che da sempre ostracizza e considera una distrazione tutto quello che non riguarda strettamente il campo. Un ambiente che mal sopporta mal di pancia anche se riguardano importanti argomenti sociali come nel caso Kaepernick. Perché se c’è qualcosa da non sottovalutare nel gesto di Colin è la potenza. In pochi possono permettersi di alzare la testa e affermare una propria posizione su una questione extra-football. Il rookie LB dei Philadelphia Eagles Myke Tavarres, che voleva emulare il gesto rivelando ad ESPN che non si sarebbe alzato durante l’inno alla successiva partita, è stato rapidamente rimesso nei ranghi dalla franchigia.

 

Il suo agente parla chiaramente di distraction, che sembra la parola chiave per mettere a tacere qualsiasi presa di posizione. Kevin Clarke su un recente articolo per The Ringer ha giustamente affermato:

“[…] Ed è per questo che, indipendentemente che pensiate che la decisione di Kaepernick sia onorabile o vergognosa, è stata significativa. Colin sta mettendo a disagio la lega perché, nonostante impieghi migliaia di giocatori ogni anno, raramente si è trovata a dover gestire qualcosa del genere. E questo dice tanto su Kaepernick e tanto sullo stato del football.”

Coraggiosi non sembrano invece essere alcuni organi di informazione, che ad esempio hanno preferito tirare fuori dalla soffitta la vicenda che vide coinvolto Kaep nel 2014 contro i Bears, quando fu accusato di aver dato del “negro” a Lamarr Houston, dimenticandosi guarda caso di scrivere che vicenda era stata chiusa con l’appello in cui fu confermata la multa ma fu segnalato che non c’erano prove di quanto affermato.

Il canovaccio dell’attacco a chi dissente rispetto alla politica interna o estera degli USA sembra sempre lo stesso, dai tempi di Rashard Mendenhall, che si vide istantaneamente cancellata la sponsorizzazione della Champion per aver osato mettere in discussione i festeggiamenti americani per l’uccisione di Bin Laden.

Eppure qualcuno fuori dalla NFL sta appoggiando la causa del #7 dei 49ers. Da qualche giorno su twitter sta girando l’hashtag #VeteransForKaepernick in cui i veterani a stelle e strisce mostrano grande supporto, non tanto alla causa di Kaep, ma quanto al suo legittimo diritto d’espressione.

Si può dire molto, nel bene o nel male, su Kaepernick, sul suo aver probabilmente gettato al vento le ultime possibilità di trovare una destinazione diversa da San Francisco come QB nella NFL. Ma come ha sottolineato Mike Freeman su B/R, è innegabile che:

“La NFL è una lega che ha messo sotto contratto abusatori domestici, accusati di omicidio, giocatori che hanno ucciso altre persone mentre guidavano ubriache, e tizi che parcheggiano nei posti per portatori di handicap. “

E’ quindi possibile che improvvisamente un giocatore, che semplicemente non si alza per l’inno e lo motiva con argomenti che sono di stretta attualità, diventi il giocatore più odiato della lega?

Evidentemente sì, perché in una Lega che tiene moltissimo alla propria patinata immagine, che comprende il suo essere “d’esempio” per chi la segue (vedi l’esempio di Ray Rice), un giocatore “traditore della bandiera” non può che essere attaccato, perché lede l’immagine di perfetta americanità della NFL. Ma stiamo parlando di un uomo che forse conosce l’inno nazionale meglio di altri, perché l’ultima frase racchiude l’essenza stessa del dibattito:

And the star-spangled banner forever shall wave O’er the land of the free and the home of the brave!”

“E la bandiera adorna di stelle per sempre garrirà sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi!”

[Tabbì, Cidioli, Tracia]