La nuova Frontiera
Per la prima volta in 18 anni, la stagione 1982 si aprì per i Cowboys con una sconfitta, per di più casalinga: furono i Pittsburgh Steelers ad espugnare il Texas Stadium col punteggio di 36-28.
I texani si ripresero, vincendo l’incontro successivo: sul parziale di 1-1, i giocatori NFL scesero in sciopero per ben 2 mesi. La loro agitazione portò alla cancellazione di ben 7 gare.
Quando il campionato riprese, i Cowboys vinsero 5 partite di fila, candidandosi ai playoffs. Ma 2 sconfitte nelle ultime gare costarono loro il primo posto, e chiusero la stagione sul 6-3.
Al primo turno, i Cowboys superarono agevolmente i Tampa Bay Buccaneers per 30-17. La formazione di Dallas riuscì poi, a distanza di anni, a vendicare la sconfitta patita nell’Ice Bowl, piegando i Green Bay Packers per 37-26 al Texas Stadium. La vittoria proiettò i Cowboys al Championship NFC, con avversari i Redskins, nella Capitale.
Tuttavia, per il terzo anno di fila, la stagione dei texani si concluse ad un passo dal Super Bowl: i Pellerossa, infatti, si imposero per 31-17, dopo aver spedito in infermeria il QB Danny White con un trauma cranico.
Il 1983 vide una splendida partenza dei Cowboys, che vinsero le prime 7 gare stagionali: sul parziale di 12-2, si apprestavano ad affrontare i Washington Redskins al Texas Stadium, in una sfida chiave per il titolo divisionale. La partita non fu mai in equilibrio, e vide i Cowboys soccombere per 31-10, ma le speranze di conquistare la NFC East non erano ancora svanite: una settimana dopo, i texani vennero nuovamente sconfitti, ed approdarono ai playoffs col record di 12-4, giocando però il peggior football della stagione.
Il trend negativo proseguì nella sfida di Wild Card, che i Cowboys persero in casa contro i Los Angeles Rams per 24-17.
Nel 1984 H.R. “Bum” Bright acquistò i Dallas Cowboys da Murchison. Ancora un buon inizio in quella stagione, con 4 vittorie nelle prime 5 gare; tuttavia, l’inconsistenza e le troppe primavere di diversi giocatori si fecero sentire, tanto che i Cowboys persero poi 4 incontri su 7.
La formazione di Dallas si rimise in carreggiata, vincendo le 2 successive partite e, sul parziale di 9-5, pareva la candidata numero uno alla postseason.
Tuttavia, perdendo le ultime 2 gare stagionali, i Cowboys passarono sul 9-7: per la prima volta in 10 anni, e la seconda dal 1966, non disputarono i playoffs.

H.R. “Bum” Bright
Fedeli alla tradizione, anche nel 1985 i Cowboys cominciarono alla grande, con 5 vittorie nelle prime 6 partite, installandosi così in vetta alla NFC East.
Nonostante un’alternanza di vittorie e sconfitte nelle restanti 10 gare, il record di 10-6 dei texani fu sufficiente per conquistare il titolo divisionale.
Ma nel Divisional Playoff le debolezze dei Cowboys emersero impietosamente, e la formazione di Dallas fu estromessa dai playoffs per mano dei Rams, che si imposero per 20-0 nella Città degli Angeli.
Ennesima buona partenza dei Cowboys nella stagione 1986, con 6 vittorie nelle prime 8 gare: i texani parevano ormai in piena corsa, insieme ad altre due formazioni, per il primato nella NFC East. Ma in una partita chiave a Meadowlands, i Cowboys vennero piegati per 17-14 dai New York Giants: a rendere la sconfitta ancor più pesante fu l’infortunio alla mano rimediato dal QB Danny White, che mise fine alla sua stagione. Con il backup Steve Peuller in cabina di regia, il resto della stagione fu disastroso: i texani vinsero ancora una sola partita, e chiusero con un deludente 7-9, mettendo così fine ad una striscia di 20 stagioni consecutive con records vincenti, nelle quali avevano disputato i playoffs per 18 volte.
Nel 1987, sul parziale di 1-1, la NFL scese in sciopero, e le franchigie utilizzarono delle riserve per continuare la stagione. Tuttavia, durante quella fase, i Cowboys ebbero un chiaro vantaggio, dato che molti dei loro migliori giocatori non presero parte all’agitazione: i Cowboys vinsero agevolmente le prime 2 gare, ma nell’ultima vennero battuti da un gruppo di rincalzi dei Washington Redskins in un Monday Night al Texas Stadium.
Quando i titolari fecero ritorno, i Cowboys persero 6 dei successivi 8 incontri. Nonostante la vittoria nelle ultime 2 giornate di campionato, i Cowboys chiusero col record negativo di 7-8.
Il 1988 vide i Cowboys in caduta libera: sul parziale di 2-2, i texani persero infatti 10 incontri di fila, chiudendo poi con un allucinante 3-13. L’unica nota positiva della stagione venne dal RB Herschel Walker, che totalizzò 2.019 yards tra corse e ricezioni.
Ma quell’annata segnò soprattutto la fine di un’era: poco dopo la fine del campionato, i Cowboys vennero acquistati da Jerry Jones.
Jerrel Wayne Jones, nato a Los Angeles e vissuto a Little Rock, Arkansas era ed è un petroliere di successo in Oklahoma, con trascorsi da discreto runningback nelle high schools e da linea d’attacco all’Università di Arkansas.
Jones assunse anche gli incarichi di General Manager, licenziando Tex Schramm, simbolo storico della franchigia, ed il suo primo passo lo rese subito inviso a gran parte dei tifosi dei Cowboys: lo stesso giorno del suo insediamento, licenzò anche il coach Tom Landry, che era stato l’unico allenatore della squadra in tutti i suoi 25 anni di storia.
Al suo posto mise il suo ex-compagno di Università e di squadra, il texano Jimmy Johnson. Inoltre, spinse al ritiro Danny White, che considerava scudiero di Landry, e quindi una minaccia per la stabilità dello spogliatoio.

Jerry Jones
Come prima scelta del draft venne preso un giovane quarterback da UCLA con trascorsi anche presso l’Università di Oklahoma, Troy Aikman. Inoltre, Jones cedette anche il runningback Herschel Walker in cambio di cinque giocatori ed otto scelte di draft.
La prima vittoria della stagione giunse sul campo dei Washington Redskins, battuti per 13-3.
Quello sarebbe stato però l’unico successo dell’anno, dato che i Cowboys chiusero con un imbarazzante 1-15, il peggior record in assoluto nella loro storia. Ma le basi della rifondazione erano state gettate.

Herschel Walker
Nel draft 1990, benché avessero perso la loro prima scelta selezionando il QB Steve Walsh, i Cowboys operarono molto bene: il colpo migliore fu certamente la scelta del RB Emmitt Smith a metà del primo giro. Quella che sarebbe stata poi chiamata “The Triplet” venne completata: Smith, Aikman ed il receiver Michael Irvin sarebbero stati i cardini portanti della dinastia dei Cowboys negli anni ‘90.
La stagione si aprì con una vittoria, ma i Cowboys faticarono ancora, con un parziale di 3-7 dopo i primi 10 incontri. I texani, tuttavia, cominciarono ad ingranare, e vinsero 4 partite consecutive, entrando nella corsa ai playoffs.
Con il QB Babe Laufenberg a rimpiazzare un infortunato Troy Aikman, i Cowboys persero le ultime 2 gare stagionali, chiudendo sul 7-9. Se avessero vinto entrambi gli incontri, sarebbero andati ai playoffs. I Cowboys finirono la stagione con il record di 7-9, ma Smith viene nominato NFC Offensive Rookie of the Year, e Jimmy Johnson eletto Coach of the Year.

The Triplet
Con il record di 11-5, nel 1991 i Cowboys riuscirono ad approdare ai playoffs, grazie ad una striscia vincente nelle ultime 5 gare di regular season, nonostante un infortunio rimediato da Troy Aikman. Nella sfida di Wild Card, i texani, guidati dal QB Steve Beuerlein piegarono in trasferta i Bears per 17-13.
Ma una settimana più tardi, la stagione dei Cowboys si chiuse anticipatamente, con la sconfitta per 38-6 rimediata per mano dei Lions a Detroit.
Il draft 1992 vide una buona messe di giocatori di livello, tra i quali il CB Kevin Smith, il LB Robert Jones, la S Darren Woodson ed il CB Clayton Holmes. Oltre a loro, i Cowboys si assicurarono il DE Charles Hailey, al fine di dare alla propria giovane difesa un punto di riferimento ed un leader di grande esperienza.
Le mosse della offseason furono realmente azzeccate, tanto che la formazione di Dallas si dimostrò un vero e proprio rullo compressore, con una partenza sul 9-1. La regular season si chiuse con un eccellente 13-3 e la conquista della NFC East per la prima volta in 7 anni.
Nel Divisional Playoff, i Cowboys distrussero i Philadelphia Eagles per 34-10, volando così a San Francisco per disputarsi l’accesso al Super Bowl con i 49ers. A distanza di 10 anni, si riproponeva così una sfida che aveva segnato un’epoca: in quell’occasione, i ‘Niners avevano dimostrato di essere la miglior squadra della NFL, ma questa volta le cose sarebbero andate diversamente: dopo aver chiuso il primo tempo in parità sul 10-10, i Cowboys sconfissero i 49ers per 30-20, staccando il biglietto per la finalissima NFL.
Il Super Bowl XXVII, giocatosi a Pasadena, vide il ritorno dei texani al Grande Ballo dopo 15 anni; gli avversari furono i Buffalo Bills.
Proprio questi ultimi misero i primi punti sul tabellone, capitalizzando al meglio un fumble commesso dai Cowboys in prossimità della goal line, e portandosi così sul 7-0.
I Cowboys riuscirono a ribaltare la situazione, facendo pagare a carissimo prezzo agli avversari i propri errori: i texani misero infatti a segno 14 punti in soli 25 secondi nel primo quarto.
Il trend continuò anche nel secondo quarto, con i Cowboys a segnare 14 punti in 18 secondi, ed a chiudere il primo tempo in vantaggio per 28-10. Dopo aver chiuso il terzo quarto con un parziale di 7-3 in favore degli avversari, i Cowboys misero in ghiaccio la partita, realizzando 21 punti e portandosi sul 52-17, approfittando di ben 9 turnovers commessi dai Bills.
Alla fine, i Cowboys realizzarono un nuovo record in fatto di punti messi a segno in un Super Bowl, totalizzandone 59, ma il lungo ritorno di fumble di Leon Lett non si convertì in TD quando il giocatore cominciò a trotterellare nei pressi della goal line, ed il pallone gli venne strappato dalle mani da Don Beebe.
Ormai non c’erano dubbi: i Cowboys erano tornati in vetta alla NFL, guidati da un Troy Aikman ormai affermatosi come uno dei migliori quarterbacks in assoluto, premiato con il titolo di MVP del Super Bowl.

Uno dei TDpasses di Aikman nel Super Bowl XXVII
La stagione 1993 non si aprì nel migliore dei modi: Emmitt Smith era infatti nel bel mezzo di una disputa contrattuale con Jerry Jones, e non giocò le prime 2 partite di campionato, che videro la sconfitta dei texani. Ma dopo la positiva composizione della vertenza, i Cowboys non fallirono un colpo, vincendo 12 delle restanti 14 gare, trascinati proprio da Smith, che fu giustamente nominato NFL MVP con 1.486 yards su corsa all’attivo. I Cowboys vinsero il titolo della NFC East e si assicurarono anche il vantaggio campo.
Nel Divisional Playoff, i texani sconfissero i Green Bay Packers per 27-17, pronti al rematch contro i 49ers nel Championship NFC. Dopo uno stallo sul 7-7, i Cowboys ruppero gli indugi, mettendo a segno 21 punti consecutivi: l’incontro si chiuse col punteggio di 38-21, ed il coach Jimmy Johnson promise la vittoria nel Grande Ballo.
Il Super Bowl XXVIII, il settimo nella storia dei Cowboys, si svolse al Georgia Dome di Atlanta, e vide i texani nuovamente opposti ai Buffalo Bills.
Il primo tempo si chiuse con i Bills in vantaggio per 13-6, ma la vera svolta del match, in favore dei Cowboys, giunse all’inizio del terzo quarto, quando James Washington recuperò un fumble commesso da Thurman Thomas e lo riportò in meta per 46 yards, portando il punteggio in parità. Da quel momento in avanti, Emmitt Smith diede inizio al suo show personale, mettendo a segno 2 TDs e guadagnandosi il titolo di MVP del Super Bowl. Col punteggio di 30-13, i Cowboys conquistarono il secondo Vince Lombardi Trophy consecutivo. La sconfitta relegò i Bills nel club dei “losers” con quattro apparizioni perdenti al Superbowl, in compagnia dei Minnesota Vikings e dei Denver Broncos.
Dallas segnò un nuovo record, mandando al Pro Bowl ben 11 suoi giocatori: Troy Aikman, Emmitt Smith, Michael Irvin, Thomas Everett, Daryl Johnston, Russell Maryland, Nate Newton, Ken Norton Jr., Jay Novacek, Mark Stepnoski ed Erik Williams.

Emmitt Smith, MVP del Superbowl XXVIII
Verso la metà della stagione 1994, i Cowboys passarono da America’s Team ad America’s Soap Opera: nonostante i successi, la debordante personalità di Jerry Jones venne mal digerita dal suo vecchio amico Jimmy Johnson, che lasciò l’organizzazione.
Al suo posto viene chiamato Barry Switzer, un coach semisconosciuto a livello NFL ma molto noto nell’ambiente universitario.
Oltre ad avere uno dei record più vincenti a livello di college, Switzer era stato allenatore di Jones, Johnson ed Aikman, che aveva portato con sè da Oklahoma ad UCLA. Dimessosi nel 1989 con un records di 157-29-4, venne ripescato dal divano di casa sua dal vulcanico Jerry Jones e proiettato sulla ribalta della NFL.
Nonostante le tensioni interne alla squadra per l’accaduto, i Cowboys conquistarono nuovamente il titolo divisionale, con un eccellente 12-4.
Nel Divisional Playoff, i texani si sbarazzarono agevolmente dei Green Bay Packers, superati col punteggio di 35-9, qualificandosi per il Championship NFC, nel quale avrebbero affrontato i 49ers per la terza volta di fila. La partita, che ebbe luogo a San Francisco, venne considerata come il vero Super Bowl, al quale i Cowboys sembravano i candidati numero uno.
Ma quando i padroni di casa si portarono rapidamente sul 21-0, i Cowboys non riuscirono più a rimontare, e dovettero inchinarsi ai californiani, che si imposero per 38-28.

Jones, Switzer ed il Superbowl XXX
Nel 1995, mentre i Cowboys stavano iniziando la stagione con un 35-0 ai danni dei Giants in quel di New York, Jerry Jones stava concludendo un contratto con il free agent CB Deion Sanders.
Con quest’ultimo a roster, i Cowboys conquistarono agevolmente il loro quarto titolo divisionale consecutive, grazie ad un record di 12-4. Emmitt Smith stabilì un primato, con 25 touchdowns segnati.
Nel Divisional Playoff, i Cowboys sconfissero agevolmente i Philadelphia Eagles per 30-11, avanzando al Championship NFC, nel quale affrontarono i Green Bay Packers, che avevano piegato i San Francisco 49ers una settimana prima. I Cowboys si portarono sul 28-27, prima di far definitivamente loro l’incontro col punteggio di 38-27, mettendo a segno 10 punti nell’ultima frazione di gioco. Fu così che i texani staccarono il biglietto per il Super Bowl XXX.
Di nuovo al Grande Ballo per la terza volta in 4 anni, i tifosi dei Cowboys meno giovani ebbero un flashback degli anni ’70, quando si trovarono opposti ai Pittsburgh Steelers in quel di Tempe, Arizona. La formazione di Dallas sembrava controllare perfettamente l’incontro, avanti per 20-7 dopo che un intercetto del CB Larry Brown aveva portato ad un TD su corsa di Emmitt Smith.
Ma segnando 10 punti nell’ultimo quarto, gli Steelers riaprirono l’incontro.
Dopo uno stallo offensivo da parte dei Cowboys, l’attacco di Pittsburgh entrò in territorio avversario, e pareva sul punto di mettere a segno, quantomeno, il pareggio. Ma Larry Brown intercettò nuovamente un passaggio di Neil O’Donnell e lo riportò in profondità, mettendo nuovamente Emmitt Smith in condizione di realizzare un’altra meta su corsa, che mise il sigillo sul quinto Super Bowl nella storia della franchigia, conquistato col punteggio di 27-17. Grazie ai 2 decisivi intercetti, Larry Brown fu nominato MVP dell’incontro.

Larry Brown, primo cornerback MVP di un Superbowl
Tuttavia, nonostante l’ennesimo trionfo, i giorni di gloria stavano nuovamente per terminare, anche a causa degli infortuni e alla politica della free agency. Switzer non aveva abbastanza polso per gestire la crisi, e venne accusato (come era già successo durante la sua carriera ai college) di non far rispettare la disciplina da alcuni dei “senatori” della squadra, non ultimo il suo ex-pupillo Troy Aikman. Il 1996 vide inoltre il poderoso attacco dei Cowboys in grandissima difficoltà: il TE Jay Novacek si infortunò, e rimase fuori per tutta la stagione, il WR Michael Irvin venne sospeso per le prime 5 gare di campionato, per non aver rispettato il protocollo NFL relativo all’uso di sostanze proibite, e persino un giocatore affidabile e costante come Emmitt Smith iniziò la stagione infortunato, e non fu mai al 100% della condizione.
I Cowboys iniziarono con un parziale di 1-3, sotto per 10-0 a Philadelphia nella quinta partita in calendario, prima che il ritorno di kickoff di Deion Sanders desse la svolta all’incontro ed alla stagione. Dallas finì col vincere nuovamente la NFC East grazie ad un record di 10-6, ma non riuscì a conquistare il bye al primo turno.
Nella sfida di Wild Card, i texani superarono agevolmente i Minnesota Vikings per 40-15, qualificandosi per il Divisional, che avrebbe avuto luogo in Carolina. In quella che fu da molti considerata la classica sfida “Davide contro Golia”, i Cowboys affrontarono i Panthers, al loro secondo anno di vita: la vincente sarebbe volata a Green Bay per il Championship NFC. I Cowboys, però entrarono in campo eccessivamente distratti e condizionati dalle accuse nei confronti di alcuni giocatori, e furono sconfitti per 26-17.
Ancora alle prese con gli infortuni, i Cowboys iniziarono la stagione 1997 con un parziale di 6-5, preparandosi ad affrontare i Packers al Lambeau Field. La formazione texana venne strapazzata per 45-17, e da lì ebbe inizio una striscia perdente, che avrebbe portato il bilancio finale su di un pessimo 6-10. Switzer si dimette lasciando la NFL con un record di 45-26-0. L’ex offensive coordinator degli Steelers Chuck Gailey viene chiamato a sostituirlo.

Chuck Gailey
Nel 1998, i Cowboys approfittarono dell’indebolimento della NFC East, conquistando il titolo divisionale per la sesta volta in 7 anni, grazie ad un record di 10-6. Nella corsa a quel titolo, i Cowboys divennero la prima squadra di sempre a rimanere imbattuta nella propria Division, con un eccellente 8-0 contro le dirette rivali. Nella partita di Wild Card, i Cowboys furono opposti ad altri avversari di Division, gli Arizona Cardinals, che avevano già piegato due volte in regular season. Questa volta, però, i texani, privi di Deion Sanders vennero sconfitti per 20-7.
Dopo una travagliata offseason, nella quale Leon Lett venne sospeso per tutta la stagione per uso di droga ed in cui l’ex OT Mark Tuinei morì per overdose, i Cowboys iniziarono il campionato 1999 con un buon 3-0.
Ma le nubi nere erano all’orizzonte: la carriera del FB Darryl “Moose” Johnston si concluse anticipatamente, a causa di infortuni al collo ed alla schiena.
Nel quarto incontro stagionale, che li vide sconfitti 13-10 contro gli Eagles, i Cowboys persero un’altra pedina fondamentale: anche Michael Irvin dovette appendere il casco al chiodo a causa di un infortunio al collo. A rendere ancor più amara una situazione già di per sé grave, l’atteggiamento canzonatorio dei tifosi degli Eagles, che brindarono mentre il povero Irvin veniva portato negli spogliatoi in barella, con la schiena ed il collo immobilizzati.
I Cowboys riuscirono ancora a qualificarsi per i playoffs, nonostante un mediocre 8-8. Nella partita di Wild Card, in trasferta contro i Minnesota Vikings, questi ultimi segnarono 24 punti di fila, imponendosi per 27-10. Al termine della stagione, Chan Gailey venne silurato, e la squadra fu affidata a Dave Campo.
Nel primo anno agli ordini del nuovo coach, i Cowboys proseguirono nel loro declino, anche a causa dell’età e della mancanza di giocatori di livello: la stagione si chiuse con un disastroso 5-11. Nel corso del campionato, Troy Aikman subì 2 traumi cranici, e fu costretto al ritiro dopo che i Cowboys l’avevano rilasciato per problemi fisici.
Un vecchio proverbio dice: “Se hai 2 quarterbacks non ne hai nessuno”. Ebbene, considerando anche la preseason, nel 2001 i Cowboys ne ebbero ben 5.
Il titolare fu inizialmente Tony Banks, che venne poi rilasciato a metà della preseason: i Cowboys ne cambiarono altri 4, alla disperata ricerca dell’erede di Troy Aikman. Ma, dopo qualche lampo isolato del rookie Quincy Carter, di Anthony Wright, di Ryan Leaf e Clint Stoener, i risultati furono tutt’altro che positivi, ed i Cowboys chiusero sul 5-11 per la seconda stagione consecutiva, ancora all’ultimo posto nella NFC East.
L’unico motivo di consolazione furono le eccellenti prestazioni di Emmitt Smith, che corse per 1.021 yards, per l’undicesima stagione consecutiva oltre la barriera delle 1.000.
Un’aria di attesa circondò i Cowboys nel 2002: Emmitt Smith iniziò la stagione con un record da battere; con sole 539 yards su corsa, avrebbe infatti infranto il primato di ogni tempo, stabilito da Walter Payton, di 16.726.
Ma le difficoltà palesate dai Cowboys nella stagione precedente si ripresentarono, con un’alternanza di vittorie e sconfitte nelle prime 6 gare.
Dopo una frustrante battuta d’arresto esterna per 9-6 contro gli Arizona Cardinals, i Cowboys tornarono a casa per la Week 8 con il record a portata di mano per Emmitt Smith, che lo superò con una corsa da 11 yards nell’ultimo quarto. Ma la squadra non potè gioire, dato che venne sconfitta per 17-14 dai Seattle Seahawks.
La formazione texana continuò a stentare, passando sul 3-7 ed all’ultimo posto nella NFC East.
Dopo aver arrestato la striscia perdente con un successo sui Jacksonville Jaguars, Emmitt Smith disputò la miglior partita stagionale in occasione del Thanksgiving, correndo per 144 yards; i Cowboys mantennero vive le speranze di playoffs con il successo per 27-20 contro i Washington Redskins.
Ma quello fu l’ultimo momento positivo per i texani, che persero le ultime 4 gare e chiusero per la terza volta di fila col medesimo record, un pessimo 5-11.
Il destino di Dave Campo, già irrimediabilmente segnato dalla sconfitta alla sua prima uscita con l’expansion team degli Houston Texans, si compie. Molti tifosi e media, non avendo nonostante tutto digerito ancora il licenziamento del grande Tom Landry (venuto tra l’altro a mancare nel 2000), iniziarono ad accusare Jerry Jones di essere la causa dei malanni dei Cowboys, rifiutandosi di assumere un grande coach e preferendo mezze figure, allo scopo di poter gestire in prima persona la conduzione tecnica della sua organizzazione e le decisioni ad essa correlate. Per di più, al termine della stagione 2002 Emmitt Smith lasciò volontariamente i Cowboys, prima che Jones lo tagliasse per rientrare sotto i limiti del salary cap. Se ne andò con lui l’ultimo retaggio di quella squadra che aveva dominato la NFL negli anni ‘90. Terminerà la sua carriera un paio di anni dopo come il runningback più prolifico della storia NFL, con 18.355 yards corse.

I Cowboys con il loro vero allenatore?
Ma l’imprevedibile Jones sorprese nuovamente tutti ripescando dall’esilio volontario, nel 2003, il “Grande Tonno”.
Duane Charles “Bill” Parcells, dopo aver portato al Superbowl due volte i New York Giants ed una volta i New England Patriots, ed aver cambiato la storia dei New York Jets, riportandola ai playoffs, accettò l’ennesima sfida e decise lasciare la pensione ad un passo dalla sua introduzione nella Hall of Fame di Canton. Il proprietario dei Cowboys aveva finalmente deciso di puntare su un coach con la reputazione di vincente, che avrebbe sfidato la sua autorità quanto a scelte sul personale.
L’era Parcells non si aprì nel migliore dei modi: i Cowboys, infatti, persero all’esordio in casa contro gli Atlanta Falcons per 27-13.
La seconda settimana fu un ritorno a casa per Parcells, che con i suoi Cowboys affrontò e sconfisse la sua ex squadra, i New York Giants, per 35-32.
In quell’incontro, Billy Cundiff mise a segno ben 7 FGs, tra i quali uno da 52 yards allo scadere, per mandare la partita in overtime e poi vincerla con un altro calcio da 25. Quel successo galvanizzò i Cowboys, che misero a segno 5 vittorie consecutive, portandosi in testa alla NFC East.
Dopo una sconfitta esterna contro i Tampa Bay Buccaneers, che li lasciarono a secco di punti, i Cowboys fecero ricorso alla difesa per vincere le successive 2 gare e portarsi sul 7-2.
Ma una settimana dopo, coach Parcells fece un’altra rimpatriata, stavolta sul campo dei New England Patriots, che si imposero per 12-0.
Dopo un’impressionante vittoria casalinga contro i Carolina Panthers, la difesa dei Cowboys, la migliore della Lega, venne ridicolizzata dai Miami Dolphins, che piegarono i texani per 40-21 nel Thanksgiving. Seguì un’altra sconfitta, sul campo dei Philadelphia Eagles, che si imposero per 36-10 e fecero perdere ai texani il primato in classifica.
I Cowboys chiusero la stagione con 2 vittorie nelle ultime 3 partite, partecipando ai playoffs per la prima volta in 4 anni.
Ma nella postseason, i Cowboys fecero pochissima strada, venendo sconfitti in trasferta dai Panthers per 29-10. In quell’incontro, l’attacco texano venne letteralmente imbavagliato, con sole 204 yards di total offense, la gran parte delle quali conquistate quando ormai la partita era impossibile da raddrizzare.

Bill Parcells
Il 2004 è iniziato in modo tumultuoso sin dalla preseason: il QB Quincy Carter, che aveva giocato un football solido nel 2003, è stato improvvisamente rilasciato all’inizio del training camp, apparentemente per problemi legati all’uso di sostanze stupefacenti.
Senza Carter, i Cowboys si sono affidati al veteranissimo 40enne Vinny Testaverde, che aveva ovviamente già vissuto i propri giorni migliori.
Con Testaverde alle spalle del centro, i Cowboys hanno stentato decisamente, perdendo 7 delle prime 10 partite stagionali, venendo così estromessi in breve tempo dalla corsa ai playoffs.
In occasione del Thanksgiving, i Cowboys hanno testato il rookie QB Drew Henson, che non aveva toccato un pallone da football in 3 anni, avendo giocato in una minor league di baseball con i New York Yankees. La sua prestazione è stata a dir poco disastrosa: soli 4 passaggi completati ed un intercetto riportato in meta.
L’ingresso di Testaverde nel secondo tempo ha creato tensioni tra Jerry Jones, che puntava su Henson, e Bill Parcells, il quale non era invece convinto del fatto che il ragazzo fosse pronto.
Ma durante la disputa tra QBs, un altro giovane Cowboy si è segnalato come possibile grande speranza della franchigia texana: il RB Julius Jones, che aveva saltato gran parte della stagione a causa di infortunio, ha finalmente l’occasione di iniziare a splendere di luce propria, con 50 yards e 2 TDs nella vittoria per 21-7 contro i Chicago Bears. Una settimana più tardi, Jones si è ripetuto, correndo per 198 yards e mettendo a segno ben 3 touchdowns nell’incontro vinto per 43-39 sul campo dei Seattle Seahawks.
Jones è stato il punto focale dei Cowboys per il resto della stagione, chiudendo con un 819 yards su corsa e 7 TDs in sole 8 partite.
Il record finale dei Cowboys è stato tuttavia un deludente 6-10.
L’ultima svolta epocale è storia recente: Dallas ha draftato al primo giro Demarcus Ware e Marcus Spears, per facilitare la transizione della difesa dal classicissimo 4-3 di Landryana memoria ad un più attuale assetto 3-4.
Integrata la squadra da un buon numero di esperti veterani e da una dozzina di rookies dalla free agency, Parcells ha affidato la guida del suo reparto offensivo al fido scudiero Drew Bledsoe, sperando di raggiungere i playoffs come tappa iniziale di quel cammino per il Superbowl che, nella mente del tecnico, dovrebbe completarsi tra due o tre anni.
Ma purtroppo, dopo un esaltante avviso di stagione che ha visto Dallas in testa alla propria Division con un record di 7-3, il giocattolo si rompe: l’infortunio al tackle Flozell Adams e ad alcuni uomini chiave della difesa (tra cui il LB Dat Nguyen, che sarà costretto al ritiro a fine stagione) mettono a nudo le pecche di un roster caratterizzato da scarsa profondità in alcuni ruoli chiave.
La stagione è terminata con un record vincente (9-7), ma con la franchigia nuovamente fuori dai playoffs.
Ed oggi? Dopo l’ennesimo colpo di testa di Jerry Jones, che si è assicurato i servigi del controverso WR Terrell Owens, ed un robusto rimaneggiamento nello staff tecnico della squadra, i Cowboys si apprestano ad affrontare la stagione 2006 con rinnovati entusiasmi, confidando in quelli che sono i corsi e ricorsi della storia, una storia fatta di grandi uomini e grandi imprese, come quelle che formano la leggenda della Grande Frontiera Americana, a cui la squadra si è sempre ispirata…
Nel novembre 2004, la comunità di Arlington, Contea di Tarrant, ha votato una delibera che dà il via ai lavori di costruzione di un nuovo stadio adiacente l’esistente Ameriquest Field di Arlington. Il Cowboys Complex, costo stimato 59 milioni di dollari, dovrebbe essere completato per l’inizio della stagione 2009. I Dallas Cowboys lasceranno il Texas Stadium dopo 38 anni, e la Contea di Dallas dopo 49 anni. Ma niente paura: in fondo sono stati, sono e saranno per sempre semplicemente “The America’s Team”. E più forti dei grandi presidenti, dei grandi allenatori, dei grandissimi campioni, nell’immaginario collettivo rimarranno per sempre soprattutto quella stella azzurra e la divisa bianca blu e argento, simboli rimasti immutati sin dall’inizio della loro gloriosa storia.

I titoli vinti
Super Bowl Championships (5)
1971 (VI), 1977 (XII), 1992 (XXVII), 1993 (XXVIII), 1995 (XXX)
Conference Championships (10)
NFL Eastern: 1966, 1967
NFC: 1970, 1971, 1975, 1977, 1978, 1992, 1993, 1995
Division Championships (19)
NFL Capitol: 1967, 1968, 1969
NFC East: 1970, 1971, 1973, 1976, 1977, 1978, 1979, 1981, 1985, 1992, 1993, 1994, 1995, 1996, 1998, 2007
Gli allenatori
Tom Landry (1960-1988)
Jimmy Johnson (1989-1993)
Barry Switzer (1994-1997)
Chuck Gailey (1998-1999)
Dave Campo (1999-2002)
Bill Parcells (2003-2006)
Wade Phillips (2007-oggi)
Gli Hall-of-Famers
#8 Troy Aikman (QB 1989-2000)
#33 Tony Dorsett (RB 1977-1987)
#22 Bob Hayes (WR 1965-1974)
#88 Michael Irvin (WR 1988-1999)
Tom Landry (Head Coach 1960-1988)
#74 Bob Lilly (DT 1961-1974)
#20 Mel Renfro (S/CB 1964-1977)
Tex Schramm (Pres/GM 1960-1989)
#12 Roger Staubach (QB 1964-1979)
#54 Randy White (DT 1975-1988)
#70 Rayfield Wright (OT 1967-1979)
Il Dallas Cowboys Ring of Honor
#8 Troy Aikman 1989–2000
#33 Tony Dorsett 1977–1987
#43 Cliff Harris 1970–1979
#22 Bob Hayes 1965–1974
#54 Chuck Howley 1961–1973
#88 Michael Irvin 1988–1999
#55 Lee Roy Jordan 1963–1976
HC Tom Landry 1960–1988
#74 Bob Lilly 1961–1974
#17 Don Meredith 1960–1968
#43 Don Perkins 1961–1968
#20 Mel Renfro 1964–1977
GM Tex Schramm 1959–1988
#22 Emmitt Smith 1990–2002
#12 Roger Staubach 1969–1979
#54 Randy White 1975–1988
#70 Rayfield Wright 1967–1979

http://www.sportsecyclopedia.com/nfl/dallas/cowboys.html
http://www.dallascowboys.com
http://www.wikipedia.org
http://www.profootballhof.com
http://www.superbowl.com
Grazie a Diego e Marcello per aver pubblicato questo bellissimo articolo sulla storia della mia amatissima franchigia.
Perfetto.Complimentissimi!!!
I Cowboys sono per me la squadra che mi ha fatto amare questo sport, oltretutto in tempi non sospetti, ovvero quando non vinceva i SB con Danny White (a mio parere un grande senza fortuna).
Purtroppo ha un "OWNER" altamente antipatico, ma si sa.....nessuno è perfetto!
Grazie ancora!