Aint’s no more!

Immagine articolo(08-02-2010) - Tutti gli uomini del sogno.

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A volte lo sport regala delle storie incredibili e, bisogna dirlo, quello americano ed in particolare il football è maestro di questa pratica, la storia dei New Orleans Saints campioni NFL è senz’altro una di queste straordinarie vicende che lasciano gli appassionati senza parole. Il celeberrimo mito del sogno americano, spesso tirato in ballo in maniera retorica e un po’ stucchevole, questa volta può tranquillamente essere scomodato senza farci storcere il naso, perché i protagonisti di questa fantastica cavalcata spesso non vengono da un passato da superstar e la città che oggi è in visibilio solo qualche anno fa ha rischiato di essere cancellata dalle cartine geografiche. In casi come questi, gli aspetti tecnici della vittoria, il grande valore degli avversari e persino il concerto dei mitici "The Who", passano in secondo piano.
Certo il football è lo sport di squadra per eccellenza, ma credo sia possibile individuare 5 personaggi che hanno avuto un peso decisivo in questo straordinario trionfo.

Drew Brees
Il MVP del Super Bowl alla fine del 2005 era considerato quasi alla frutta. Nonostante le ultime due buonissime stagioni a San Diego con un Pro Bowl annesso, l’ex tennista texano aveva subito un serio infortunio alla spalla proprio nell’ultima partita di regular season contro i Broncos e molti tecnici, già poco inclini a riconoscerne il talento, pensavano che la sua carriera potesse scemare presto nell’anonimato. I Chargers offrirono un contratto al di sotto delle aspettative e avendo come sostituto la prima scelta Philip Rivers, preso dai Giants un paio di stagioni prima, misero in chiaro la loro intenzione di liberarsi del numero nove. I Miami Dolphins avevano in mano la possibilità di prenderlo ma, titubanti e mal consigliati in merito al recupero dall’infortunio, persero il treno. I Saints se lo assicurarono, garantendogli però un solo anno di contratto, a testimonianza che la loro fiducia non era poi così incondizionata.
Brees mise insieme una stagione straordinaria arrivando ad un passo dal Super Bowl, sconfitto soltanto dall’allora super difesa dei Chicago Bears, conquistando tecnici e tifosi, elevandosi a leader indiscusso della squadra. Il resto è storia recentissima e le statistiche, pur straordinarie, ( in 4 stagioni ha lanciato per oltre 18000 yards e 122 TD con un rating di 97.3) non spiegano adeguatamente l’apporto alla causa dell’idolo assoluto della Louisiana.

Sean Payton
In passato i grandi head coach sono stati da subito eletti a superstar quasi al pari dei giocatori più rappresentativi, basti pensare a Bill Parcells, Bill Cowher, per non scomodare addirittura Bill Walsh, Chuck Noll, Tom Landry o Hank Stram. Sean Payton, che sicuramente non ha ancora alle spalle la carriera di questi illustri personaggi, è rimasto spesso nell’ombra, a cominciare dal suo non certo esaltante passato da giocatore fino alle sue prime poco fortunate esperienze da assistente allenatore nei college. Tuttavia dal 1997 al 2005 il suo ruolo di QB coach per gli Eagles e i Cowboys passando per quello di offensive coordinator ai Giants, ha portato tutti i QB di quelle squadre oltre le 3000 yards, nonché alla partecipazione dei Giants al Super Bowl nel 2000.
Al termine della stagione 2005 i Saints erano una delle peggiori squadre della lega dopo aver chiuso l’anno con il pessimo record di 3-13, quando il front office individuò Payton come nuovo head coach. La finale di conference conquistata al primo anno gli valse il titolo di allenatore dell’anno ma il bello doveva ancora venire. Pochissimi allenatori avrebbero scelto in un Super Bowl di tentare quel quarto down e goal alla mano, ma sicuramente nessuno, dopo non averlo convertito, si sarebbe inventato un on-side kick per cominciare la ripresa, rischiando di passare da idiota per i prossimi 10 anni. Oggi Payton è giustamente celebrato come il miglior allenatore in circolazione ed è già entrato nella storia della NFL, avendo portato alla vittoria finale una squadra che prima di lui aveva vinto una sola partita di playoff in 35 anni di storia.

Darren Sharper
Per il 34enne FS la storia è un po’ diversa. Sharper è senza ombra di dubbio uno dei più grandi FS della storia di questo gioco e fin dai primi anni con i Green Bay Packers il suo strepitoso talento è sempre stato riconosciuto. Tuttavia a 33 anni i Vikings lo avevano lasciato andare senza troppi rimpianti, dopo una stagione decisamente negativa che lo aveva fatto considerare da tutti come il classico grande giocatore arrivato al viale del tramonto.
Mai previsione fu così errata, se Brees è giustamente il leader dell’attacco, Sharper è diventato subito il leader della difesa mettendo assieme una stagione da annali, 9 intercetti di cui 3 riportati in endzone per 376 yards di ritorno, nuovo record NFL. Così come i grandi linebacker intimidiscono i RB avendo sempre in canna il placcaggio punitivo, così Sharper intimidisce i QB come forse solo Ed Reed sa fare, avendo sempre in canna l’intercetto e a volte perfino il cosiddetto pick-six.
Come si sa “defense wins championship” e pochi come Darren Sharper incarnano alla perfezione questo concetto e oggi, a distanza di 12 anni dal Super Bowl perso contro i Broncos quando era solo un rookie nei Packers, può coronare la sua carriera da Hall of Famer con il titolo che meritava.

Tracy Porter
Il CB al secondo anno, pur non avendo avuto la stessa importanza dei tre personaggi già citati, è stato il matchwinner delle due partite più importanti della stagione, ma anche lui viene da due anni dove non è certo stato il più pubblicizzato della squadra. Non è un caso che i Saints quest’anno abbiano speso la loro prima scelta per il CB da Ohio State Malcolm Jenkins, un giocatore dalle caratteristiche molto diverse da Porter. Pur avendo delle doti atletiche strepitose, Porter ha talvolta peccato nell’attenzione e nella tecnica di placcaggio e per questo Jenkins, meno esplosivo ma considerato più completo, doveva prendere il suo posto. Porter ha chiuso la regular season con 4 intercetti di cui uno riportato in endzone, ma soprattutto ha fatto fuori i Vikings di Brett Favre con l’intercetto nel Championship e ha chiuso il match ieri con il pick-six ai danni di Manning, non male intercettare e segnare un TD contro due Hall of Famer nelle due partite più importanti della carriera.

Who Dat Nation
Potrebbe apparire un po’ sentimentale inserire la Who Dat Nation, ovvero i passionali e soprattutto chiassosi tifosi dei Saints, in questo elenco, ma a detta degli stessi protagonisti senza questo componente il Super Bowl non sarebbe arrivato. Sembra passato un secolo da quanto i tifosi dei Saints si presentavano al Superdome con la busta di carta della spesa sulla testa (ironicamente per non farsi riconoscere in quanto tifosi dei Saints) con scritto Aint’s (quelli che non sono o che non possono essere o che non riescono). Sembra passato un secolo anche da quando il Superdome veniva usato, durante la stagione 2005, come ricovero per le migliaia di senzatetto che l’uragano Katrina aveva provocato. Grazie anche alle encomiabili azioni umanitarie messe in atto dalla proprietà dei Saints e dallo stesso Drew Brees in persona, la città si è stretta attorno alla squadra eleggendola a proprio irrinunciabile simbolo, quasi al pari della musica jazz. A Miami la stragrande maggioranza dei tifosi veniva da New Orleans e durante tutta la stagione la presenza della Who Dat Nation è stata un elemento imprescindibile per il successo della squadra. Come in ogni “sogno americano” che si rispetti dopo la sofferenza e l’umiliazione è arrivata la gloria.

Articolo inserito da Carlo aka Elway7

Commenti all'articolo

Il 09/02/2010 emiliano the bus di modena ha scritto:

Complimentoni per il bel pezzo Carlo!!!

Io non capisco ancora come San Diego abbia potuto lasciare andare Brees...che cappellata mondiale ragazzi...
Un QB che arriva Pro con tutti i crismi del grandissimo regista( leggi 2 volte finalista per l'Heisman), che alla fine conclude almeno 3 delle sue 5 stagioni Bolts molto positivamente(considerando anche la sua 1a da rookie che sappiamo essere sempre complicatissima), che nel 2004 è nominato NFL Comeback Player of the Year...insomma...qualcuno mi spiega come diavolo è possibile fare una scelta del tipo scellerato come quella presa da SD?...no, perchè proprio mi sfugge qualcosa...mi sono perso qualche puntata importante?

Il 09/02/2010 Carlo aka Elway7 ha scritto:

Secondo me oltre all'infortunio alla spalla che effettivamente era grave e al di là di avere Rivers in panca resta la solita questione del fisico. Agli allenatori NFL piace avere un QB alto almeno 1 e 90 e piazzato fisicamente. Ci sono stati altri casi in passato anche se non clamorosi come Brees, un nome a caso Doug Flutie, un buonissimo qb turlupinato perchè era basso e piccolo in favore di pipponi mondiali tipo Rob Johnson, che aveva l'unico merito di essere alto 1 e 95.
Detto tutto questo pare evidente che l'aver preferito Rivers a Brees resta un clamoroso errore, anche se negli ultimi due anni Rivers ha fatto bene.

Il 14/02/2010 Gian Luca Montanari di Ravenna ha scritto:

Non dimentichiamoci Garrett Hartley il Kicker dei Saints che sbucato non si sa da dove a metà campionato ha avuto il sangue freddo di infilare 5 field goal tutti oltre dalle 40 yd dai play off in avanti. Al Superbowl ha mantenuto i Saints in vita dando fiducia nei propri mezzi a tutta la squadra, bastava che ne avesse sbagliato una e forse la partita avrebbe preso un altra piega. Viva i Kicker e buon Football a tutti.

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