Fermi tutti! Il titolo passa da Florida
C’era un tempo, per Steve Spurrier, dove tutto sembrava filare liscio come l’olio. Vero, lo stress era tanto, ma perlomeno ne era valsa la pena, perché il coach si era tolto tante belle soddisfazioni, ammesso che un titolo nazionale e cinque corone della Sec si potessero definire in tale modo. Aveva un attacco prolifico e divertente, la Fun’N’Gun, lui che aveva giocato quarterback in blu arancio 33 anni fa, vicendo pure l’Heisman Trophy. La sua squadra, Florida, sua alma mater, collezionava vittorie su vittorie, almeno una decina all’anno, e non riusciva più a contare i records in termini di produzione offensiva, soprattutto aerea, che quell’attacco riusciva ad ottenere con frustrante (per gli altri) facilità.
I Gators, con Spurrier a sbraitare improperi sulla linea laterale, avevano macchiato per sempre la storia di South Carolina affossandola in un 63-7 buono per divenire la peggior sconfitta di sempre dell’ateneo, ma il buon vecchio coach difficilmente avrebbe immaginato che un giorno, e quel giorno si è materializzato sabato scorso, i Gamecocks avrebbero subìto un’altra sconfitta di epiche proporzioni, e soprattutto che sarebbe stato lui medesimo a trovarsi dalla parte sbagliata del guado, trafitto da un mortifero 56-6 dalla stessa squadra cui aveva dedicato i migliori anni della gioventù, ed a cui aveva arricchito in maniera esponenziale la bacheca di trofei.
Non ci voleva. Non così pesante. Spurrier ha dichiarato davanti ai microfoni che non avrebbe saputo come migliorare la situazione, visto che la miglior difesa della Sec aveva preso 21 punti istantanei scaturiti da turnovers del proprio attacco, e la partita era finita ancora prima di poter cominciare sul serio, decretando un bilancio finale in pareggio all’interno della conference. Bilancio dal quale si evince che la stagione vincente, parlando di sola Sec, è stata una sola nel quadriennio gestito dal coach, e ciò non corrisponde assolutamente ai risultati prefissi quando l’avventura era cominciata, dopo il suo ritorno dalla tempestata avventura in Nfl con i Washington Redskins. Tutto ciò che ci si era prefissi di fare era rendere grande South Carolina, avvicinando le varie Florida, Lsu e Tennessee, finendo invece per farsi raggiungere dalle piccole Ole Miss, Vanderbilt, e compagnia bella.
A fine partita, Spurrier ha stretto forte la mano dell’avversario di turno, Urban Meyer, dicendogli che avrebbe desiderato per Florida quattro vittorie consecutive, il che significa, guardando al calendario, che si augura che i Gators possano vincere il titolo nazionale che lui per primo aveva vinto con quei colori, forse cercando consolazione nel solo fatto che perlomeno, quella brutta e dolorosa sconfitta era arrivata dall’università che lui stesso aveva frequentato.
Università che non può più essere tenuta lontana dalle luci della ribalta, non dopo aver devastato sei avversarie consecutivamente, non dopo aver distrutto Louisiana State, non dopo aver irriso con soddisfazione Georgia, non dopo aver segnato quasi 50 punti a partita durante tale striscia vincente. Florida determinerà chi giocherà il Championship di Miami. Sì, avete sentito bene. La finale della Sec è già determinata, Florida ed Alabama, nientemeno che l’attuale numero uno del ranking, si stanno preparando ad affrontarsi tra venti giorni circa, e se i Gators dovessero mai uscire vincenti anche da quella prova, avrebbero la strada spianata verso la finalissima.
La squadra si è trasformata in esplosiva e cinica dopo quella brutta sconfitta contro Ole Miss, che ne aveva minato troppo presto la credibilità: nessun avversario dei Gators ha più segnato nei primi quarti delle ultime sei partite, gli avversari sono stati seppelliti sotto più di 100 punti nella medesima frazione di tempo, Tim Tebow è tornato a prendere decisioni ottime ed a guidare la squadra da vero leader, Percy Harvin riceve e corre che è una meraviglia, difesa e special teams hanno contribuito con big plays, mete, calci bloccati, turnovers recuperati. Ed i Gators sono molto più pericolosi di un avversario normale, perché sono una squadra fresca, riposata, i cui titolari possono permettersi di vedersi risparmiati diversi placcaggi, tanto è il vantaggio accumulato prima di rientrare in campo dopo gli intervalli.
La cosa, ormai, non ha più senso che passi inosservata.
Florida deciderà le partecipanti alla finale, la cui vincitrice succederà a Louisiana State, oramai pronta a cedere lo scettro di campione nazionale. In una stagione contraddistinta dalle pessime decisioni prese da Jarrett Lee, quarterback scelto per sostituire Matt Flynn, cui piace molto imboccare i defensive backs avversari, i Tigers si sono perlomeno tolti la soddisfazione di coronare la rimonta più consistente nella storia dell’ateneo, rientrando di 28 punti nell’ultimo periodo della gara disputata contro Troy, rientrando da uno svantaggio arrivato a 31-3 a metà del terzo quarto.
Jarrett Lee, messo in panchina da Les Miles durante il primo tempo, è rientrando nella ripresa, dopo che il suo sostituto, il freshman Jordan Jefferson, aveva fatto una comparsata lanciando per 7 volte con un solo completo e misere 5 yards, segnando tuttavia un touchdown su corsa che si è rivelato essere l’inizio della grande rincorsa. Nel solo quarto periodo, con Lee tornato al timone, hanno segnato Brandon LaFell, 12 ricezioni per 126 yards, Charles Scott, 24 corse per 90 yards, e Quinn Johnson, entrato in meta per due volte nel giro di appena nove minuti. Tutto l’accaduto ha avuto luogo davanti ad uno stadio oramai deserto, in un ambiente quasi surreale, visto che due terzi dei presenti aveva deciso di andarsene già all’intervallo, per evitare di continuare ad assistere a tale scempio, che aveva seriamente messo in pericolo la striscia di 25 vittorie casalinghe consecutive ottenute contro un avversario appartenente ad un raggruppamento non Bcs. Chissà cosa avranno pensato, tali presenti, divenuti poi assenti, quando, la sera, hanno acceso la televisione e visto gli highlights sulla Espn…
A quanto sembra, la Tulsa di cui avevamo parlato qualche settimana fa è la vittima preferita di Houston, che sabato ha inflitto ai Golden Hurricane la loro quarta sconfitta con 70 o più punti al passivo (70-30 il finale per i Cougars): 73 erano difatti stati i punti subìti nel 1966, 82 nel 1988 ed addirittura 100 nel 1968.
La sonante vittoria, caso rarissimo in cui una squadra appartenente al ranking viene presa a sberle da una non classificata con un distacco di addirittura 40 punti, non solo è servita da rivincita del match disputato l’anno passato, terminato 56-7 a favore di Tulsa: con il successo, Houston è riuscita difatti a riscattare una stagione altalenante, fatta di troppi alti e bassi, qualificandosi per un Bowl e ritornando d’attualità per una corsa alla West Division di una Conference Usa che fino a venti giorni fa pareva blindata proprio a favore degli stessi avversari battuti sabato. Sono tre ora le squadre in testa alla division a quota 5-1, con Rice a fare da terza incomoda, e proprio gli Owls saranno opposti ai Cougars nell’ultima gara di regular season tra quindici giorni; in caso di vittoria Houston avrebbe ambedue gli scontri diretti a proprio vantaggio anche con un arrivo con parità a tre, e potrebbe quindi accedere alla finale di conference per la seconda volta negli ultime tre stagioni provando a giocarsi un posto per il Liberty Bowl, garantito a chi si conquista la Conference Usa.
Secondo qualche giocatore intervistato nel dopogara la squadra è entrata in campo convinta di potercela fare, di conseguenza ad una settimana di allenamenti molto positiva, credendo nel gameplan che il coaching staff aveva assemblato in vista di questo impegnativo ostacolo divisionale. Tutto ha funzionato alla perfezione, e molti giocatori sono usciti con prestazioni degne di una carriera: il quarterback Case Keenum ha finito con 404 yards e 6 passaggi da touchdown, il wide receiver Tyron Carrier, un redshirt freshman, con 127 yards e ben tre mete, una delle quali scaturite da un suo ritorno di kickoff da 93 yards, mentre Loyce Means, cornerback, ha intercettato David Johnson in tre distinte occasioni riportando anche un pallone in endzone per 69 yards.
Vendetta è servita.
Nel sottobosco del college football, dove i riflettori sono tutti puntati su Sec e Big 12, in pochi si sono accorti di Oregon State, che all’attualità sta tenendo il passo nei confronti di Usc per quanto concerne la leadership della Pac 10. Mentalmente si potrebbe cadere nell’errore, dati gli ultimi risultati dei Trojans, di pensare che la conference sia ancora una volta proprietà esclusiva della squadra di Pete Carroll, ma facendo due conti veloci, si capisce la pesantezza dell’unico capitombolo di stagione dei californiani, arrivato proprio contro i Beavers in quello che fu il primo upset significativo di questa annata.
Perché, vi chiederete, visto che Usc è 7-1 nelle gare di conference, ed Oregon State è invece 6-1? La risposta è più semplice di quanto pensiate.
Le due squadre hanno entrambe giocato 10 partite, ma mentre ai Trojans rimane la sola sfida con Ucla per chiudere il cammino interno alla Pac 10, ai Beavers toccherà misurarsi rispettivamente contro Arizona State ed Oregon, due partite divisionali quindi, a posto che ambedue vincano le partite rimaste in calendario finirebbero con un record paritetico, significando quindi che il tie breaker da far entrare in azione guarderebbe dritto allo scontro diretto di quel 25 settembre, mandando Oregon State direttamente al Rose Bowl, evento che non accade dal lontano 1965.
La cosa è conosciuta come “l’Evento di cui non deve essere fatta menzione”, dicitura coniata da Mike Riley, che qualcuno ricorderà come head coach dei San Diego Chargers, rigeneratosi nel college football e che ora si trova veramente ad un passo da un’impresa colossale per un’università della portata di Oregon State. Molti avevano dubitato delle vittorie sin qui ottenute, visto il basso livello delle opponenti battute, ma il successo di sabato scorso contro California, che fino a poco tempo fa era una concorrente più che accreditata e faceva parte delle migliori 25 d’America, ha aumentato notevolmente la considerazione nazionale nei confronti dei Beavers.
Se son Rose, fioriranno…
