A cosa pensa la Nfl
Domenica notte guardando Minnesota-Chicago è saltato all’occhio come, improvvisamente, gli arbitri lasciassero correre su alcuni falli tecnicamente denominati “roughing the passer”, ossia quando un difensore colpisce un quarterback che si è già liberato del pallone. La regola dice che sta all’arbitro stabilire in quali occasioni sarebbe stato possibile per un difensore venuto a contatto col giocatore avversario terminare l’azione di placcaggio ovviamente cominciata quando il quarterback in questione era ancora in possesso del pallone. Vale a dire che se un lineman ha già cominciato il gesto per placcare e mettere a segno un sack è impossibile che riesca a smaterializzarsi ed evitare il contatto anche se il lancio in avanti è già partito. Questo per evitare colpi viziosi, gesti pericolosi per il regista di una squadra e per eliminare tattiche “omicide” preparate per mettere volontariamente fuori uso il motore del team rivale. Da due o tre stagioni la Nfl ha palesemente chiesto di essere più severi su certi interventi e nel corso delle partite abbiamo assistito a 15 yard di penalità che fioccavano una dopo l’altra per gesti puramente involontari.
Aumentando la pressione sugli arbitri con il concetto della preservazione dei quarterback come se fossero gli unici giocatori a rischiare la carriera sul campo da gioco, li si è messi nella condizione sì, di interpretare ancora il movimento dei difensori, ma di aumentare il numero di bandierine gialle lanciate sul campo per paura di incorrere in punizioni da parte della lega. Nella decisione che dura meno di un attimo, salvare il quarterback a prescindere da tutto è diventata una priorità, per evitare polemiche pare che, nel dubbio, si fischi sempre. Questo ha trasformato alcune chiamate in vere e proprie ridicolaggini che, nel loro piccolo, hanno più o meno cambiato il corso di una gara. Certamente quello di un drive.
Già da un po’ ci eravamo accorti di questa tendenza quasi da gara di preseason, dove gli arbitri sono giustamente più fiscali su certi contatti, ma quest’anno ci si è spesso trovati a che fare con situazioni paradossali. Domenica notte si è improvvisamente cambiato senso di marcia, Kyle Orton è stato steso tre volte in situazioni che, in almeno due casi, sarebbero state tramutate in penalità anche prima che la pena fosse rsa più severa. Di contro, i sette arbitri, avevano sorvolato su un colpo di Adewale Ogunleye ai danni di Gus Frerotte già in avvio di secondo quarto, colpo che definire vigliacco sarebbe quasi eufemistico visto che il gioco era praticamente già terminato. Altro che ritardo. Un colpo cercato, voluto e ottenuto, con una cattiveria piuttosto gratuita su un corpo indifeso e ormai rilassato.
Ma se sul fallo di Ogunleye, punibile tranquillamente come “violenza non necessaria” possiamo attaccarci ad una incredibile (e grave) svista, ecco che sui tre precedenti interventi ci è venuto da pensare che, a nostra insaputa, e ci mancherebbe altro, sia arrivato l’ordine di.. .lasciare giocare un po’ di più. Non crediamo sia così ma, nel caso, tutto questo creerebbe l’effetto opposto di quanto detto sopra, portando cioè gli arbitri a temere di essere troppo severi, incorrendo in proteste e polemiche. Vedremo se si è trattata solo di una nostra sensazione, certo è che, con tutti i problemi che si potrebbero risolvere, creare scompiglio in una situazione che di per sé era gestita benissimo non ha aiutato il gioco a migliorare. E’ il solito di scorso dell’avere troppe idee da mettere in atto, del dover cambiare qualcosa ogni mese perché così è richiesto al tuo lavoro, di commissiner o giù di lì, anche quando non ci sarebbe da toccare nulla.
Anche da queste posizioni vengono fuori le brillanti notizie di giocare 18 partite per squadra di regular season, cominciando ad agosto e togliendo due partite amichevoli nel mese che da anni rappresenta il culmine della preparazione alla stagione vera e propria. Certo, le 18 partite spingerebbero i team a richiedere un roste allargato ben oltre ai 53 uomini presenti oggi, il che porterebbe a dover alzare il salary cap e, inevitabilmente, a gestire più soldi per i veterani che così non avrebbero più di che lamentarsi dei milioni sempre più spesso “regalati” ai rookie. Certo, potremmo anche pensare che, se io aumento il numero di giocatori a roster diminuisco giocoforza quello di atleti disoccupati e, se io do questo alla NFLPA forse, e sottolineiamo forse, in cambio possiamo (quasi) pretendere il famigerato salary cap per i rookie. O, comunque, un gestione differente e ben regolamentata del salario da attribuire alle matricole.
Congetture, certo, ma con una loro logica, costruito su quanto si è detto in questi anni, dalle 4 partite a stagione da esportare fuori dagli States (una al mese) alla 18^ giornata da aggiungere a calendario, quella che vedrebbe tutte le sfide giocarsi su suolo straniero. Una follia tira l’altra insomma ma, se da una parte si è fatto di tutto, anche troppo, spesso prendendo stecche paurose, per difendere i quarterback, dall’altra si ragiona di più partite, con seguente percentuale di infortuni, anche gravi, destinata a salire. Si parla di smobilitare intere squadre all’estero, con conseguente stress e, anche qui, maggiore pericolosità vista l’impossibilità di adattarsi a terreni di gioco spesso totalmente differenti a quelli a cui si è abituati da lustri di battaglie.
Una strategia che, oltre a snaturare il gioco in sé, andrebbe addirittura in senso opposto alla tutela dei giocatori che viene pretesa poi dagli arbitri. Tutto questo proprio mentre uno dei migliori quarterback degli ultimi anni è fuori dalla prima di campionato e chissà quanto ci resterà ancora. Un po’ incoerente ma, del resto, tutto questo fa il palo con la troppo morbida lotta al doping che in Nfl, e non solo lì, potremmo estendere il discorso a tutto il mondo sportivo, una guerra che si schiera in modo estremo contro la marijuana e, troppo spesso, chiude un occhio su vitamine abbastanza discutibili. Ma forse è così che deve andare nel circo dello sport professionistico e siamo noi a doverci adattare.
Certo, ci ha fatto sorridere leggere due settimane fa un articolo su Espn a firma di Gregg Easterbrook nella rubrica Page 2 sull’aumento dell’elettronica per aiutare gli arbitri. Sembrava qualcuno di conosciuto, qualcuno che infesta da anni i canali televisivi nostrani con una crociata a favore della moviola in campo eccetera eccetera… qui si parlava di crisi degli arbitri, di tanti errori commessi e della possiblità, ad esempio, di inserire un chip all’interno del pallone che aiuti a capire quando si tratta veramente di touchdown o no. Cero, questo non è il calcio dove le fotocellule sui pali aiuterebbero parecchio, e la prima volta che il chip ha un problema e non scatta son dolori. Ma davvero, in un gioco fatto di sette arbitri, più una tribuna di giudici sempre in collegamento video, le possibilità di challenge degli allenatori, la chiarezza del 99% delle regole, molto meno interpretabili che in altri sport, davvero, dicevamo, c’è bisogno di un chip per capire se un pallone è in endzone, se un giocatore ha ricevuto il pallone in campo o se il kicker ha centrato o meno i pali?
Crediamo di no, crediamo che servirebbe di più seguire meglio gli arbitri durante la off season (cosa a quanto pare molto sottovalutata dalla Nfl rispetto ad altre importanti leghe nord americane), cominciare a pescarne di molto più giovani e motivati, di non perdersi sull’interpretazione di un fallo al quarterback aumentando o diminuendo le richieste di fazzoletti da lanciare al vento. Eppure, nel mondo della tecnologia per eccellenza come quello dell’America, nello sport forse maggiormente evoluto nel corso della propria storia, nella logica del fare anche quando non c’è da fare niente, crediamo che questo passo potrebbe essere compiuto in un modo o nell’altro. Con la speranza che, il successivo, non siano gli sponsor sulle magliette come ipotizzato da qualche giornalista (italiano) un paio di stagioni or sono.
Si fermino un secondo, Goodell e soci, nel loro continuo assedio a Los Angeles che potrebbe rovinare l’equilibrio aggiungendo una squadra alle 32 presenti, spostando le partite casalinghe di alcune squadre dall’altra parte del mondo, smettano di pensare ad aggiungere gare in uno sport che conta ogni anno sempre più infortuni. Ridurre la preparazione fisico-atletica, aumentare l’agonismo. Pensare ai microchip e a come non far più sfiorare i quarterback da quei cattivoni dei difensori, quarterback che, tra le altre cose, vorremmo spedire all’ospedale più spesso proprio noi, facendgli fare un paio di gare in più.
Niente di male se il tutto verrà inserito nei tempi e nei modi giusti, portando con sé maggiori tutele e squadre, in ogni caso, più pronte, più allenate e più numerose. Ma con l’incubo doping che continua a pesare alla follia, con teste matte che maneggiano costantemente armi e droghe (ultimo il mitico Plaxico Burress, capace di ferirsi da solo a una gamba e perdere il posto ai NY Giants a 10 mesi dalla vittoria del titolo), con regole di mercato che pesano in alcune situazioni davvero troppo a favore della società e con un contratto collettivo che manca e rischia pesantemente di far saltare salary cap e una intera stagione ci chiediamo. E’ davvero il caso di ordinare più attenzione al “roughing the passer” e vaneggiare di week 18 e microchip? A volte, se un prodotto sembra perfetto, è meglio lasciarlo stare e continuare a far credere che sia così, senza stravolgere il tutto con giochetti dannosi e, talvolta, controproducenti. Almeno finché regge.

Alessandro,la tua disamina e’ perfetta.Lasciando perdere il discorso doping nella NFL,purtroppo devo dire che gli infortuni
incidono ogni anno in misura sempre maggiore nel football.Ovviamente mi sembra inopportuno allargare la regular-season oppure lanciare una politica di expansion in Europa(mi sembra piu’ vicina l’ipotesi del Messico o del Canada comunque),pero’ devo confessarti che mi piacerebbe che ci fossero piu’ incontri di regular season in Europa invece che solo quello di Wembley(per il quale trovare un biglietto e’ quasi miracoloso)e
magari a breve anche uno in Italia(ma e’ mera utopia la mia……)
Un incontro in Italia, finch