Regular season review, seconda parte
BIG TEN
Quella di Penn State è stata decisamente un’annata vissuta sopra ogni più rosea aspettativa, perlomeno a giudicare da come le cose si erano volte in virtù degli incidenti diplomatici occorsi un momento prima dell’inizio del campionato, scaturite in poco simpatiche sospensioni. Colei che doveva essere una contendente di medio livello, buggerata da mezza America in quanto incapace di infondere disciplina ai propri giocatori, si è presto trasformata in contendente di primo livello, capace di superare l’eterna rivale Ohio State, che da lunghi anni aveva dominato la conference in lungo ed in largo.
Non è stato solamente lo scontro chiave di Columbus a regalare ai Nittany Lions la possibilità di primeggiare, la squadra si è comportata ottimamente per tutto l’anno restando in prima fila nei confronti di un’eventuale selezione per il National Championship, vivendo sulla forte stagione del quarterback Daryll Clark, responsabile di 17 passaggi da touchdown e di 9 corse nelle endzone altrui, del running back Evan Royster, 12 mete e 1.000 yards oltrepassate abbondantemente, nonché di una difesa che ha giocato a livelli eccellenti con costanza (Aaron Maybin, defensive end, ne è stato il miglior elemento), capace persino di lasciare i Buckeyes a bocca asciutta limitando il loro attacco a due miseri field goals. Proprio in occasione di quel confronto, tuttavia, erano emersi quei legittimi dubbi circa l’abilità di Clark di giocarsi le partite più importanti alla stessa maniera di quelle meno difficili, in quanto il quarterback era stato sostituito da Pat Devlin, con cui in seguito l’attacco aveva segnato i punti decisivi, ed aveva giocato molto male nella clamorosa sconfitta contro Iowa, motivo per cui Penn State non ha terminato un anno altrimenti perfetto tra le prime due squadre del ranking.
Pazienza, è comunque arrivato un Rose Bowl che comunque non sarebbe dovuto essere nelle potenzialità di questi Nittany Lions, saldamente comandati da un Paterno che neanche le stampelle sono riuscite a limitare.
Sembrava Javon Ringer, almeno fino a metà stagione, il miglior running back della lega, probabilmente aiutato anche dall’ottima partenza della sua Michigan State, ma è stato LeShonn Greene a far stropicciare gli occhi a mezzo mondo del college football, contribuendo in maniera determinante alla positiva stagione della già menzionata Iowa, andata a migliorare di due vittorie quanto fatto nel 2007. Greene, che in tutte e 12 le gare disputate ha saputo varcare la soglia delle 100 yards, solamente dodici mesi fa era fuori dal mondo del football a causa di problemi accademici, e vi ha fatto ritorno classificandosi come secondo a livello nazionale per media di yards corse a partita con 144, ed assicurandosi il record ogni epoca di yard stagionali degli Hawkeyes con 1729. Se c’è un Mvp di lega, non può che essere lui.
Per quanto comunque positiva sia stata la campagna di Ohio State, questa verrà ricordata solamente per un episodio, ovvero quell’infame sconfitta di inizio stagione contro Usc, un 35-3 devastante, che ha conseguito persino dei cambiamenti a livello di regia. Tra le svolte positive dell’annata della squadra che nessuno voleva avere in finale (e le gufate hanno sortito il loro effetto…) c’è stato da registrare l’inserimento offensivo della matricola Terrelle Pryor, sì, proprio quello che aveva scelto l’università sfogliando la margherita per un mese in più degli altri, nonché quello che, ad un certo punto, è stato messo in campo senza troppi patemi al posto dell’inconcludente Todd Boeckman, giocatore ovviamente sufficiente per vincere, ma alla sola condizione di non farlo forzare eccessivamente. La forte difesa dei Buckeyes ha confermato che avremo due nuove stars nel futuro della Nfl, James Laurinitis e Malcolm Jenkins, ambedue inseribili nei primi tre posti di qualsiasi graduatoria riservata rispettivamente a linebackers e cornerbacks, senza per questo scordare gli 8 TD con 1091 yards di Beanie Wells, nuovamente affermatosi tra i migliori running backs d’America nonostante i diversi problemi d’infortunio.
Le delusioni più grandi sono state Illinois, Michigan e Purdue: la prima, capitanata ancora da Juice Williams, ha giocato una pessima stagione se confrontata con la presenza al Rose Bowl dello scorso gennaio, la seconda non ha avuto vita facile nella transizione agli schemi di Rich Rodriguez clando a picco dopo aver perso tutte le sfide più significative, la terza ha infine chiuso con un deludente 4-8 l’ultima stagione in panchina di Joe Tiller e vanificando l’annata da senior del quarterback Curtis Painter, che dodici mesi fa era stato uno dei migliori performers di conference e che dopo 37 partite da titolare consecutive è stato persino sostituto nella sconfitta contro Penn State.
PAC 10
Pac 10, negli ultimi tempi, è sempre stata sinonimo di Usc. Alla fine i Trojans l’hanno spuntata sugli altri ancora una volta, certo non si può dire l’abbiano fatto sfruttando appieno le proprie potenzialità (erano senza dubbio la squadra più talentuosa d’America), e complicandosi la vita da soli, ponendosi dapprima alle attenzioni di massa con la notevole vittoria su Ohio State, per poi sgonfiarsi dinanzi alla sorpresa Oregon State e perdere qualsiasi considerazione di National Championship, fattore che risultava primario in una stagione che avrebbe dovuto ristabilire l’ateneo quale potenza assoluta del college football. Resta comunque impressionante la prova complessiva fornita dalla difesa comandata da Rey Maualuga, che non ha impressionato tanto per i numeri messi a referto, quanto per l’incisività di ogni sua azione a svantaggio degli avversari di turno, cosa che non è sfuggita a chi gli ha assegnato il premio come miglior giocatore difensivo dell’anno.
Per capire la qualità della Pac 10 di quest’anno basti sapere che ben sei squadre hanno usato due o più quarterbacks durante il campionato, e che Mark Sanchez di Usc è stato l’unico regista a classificarsi tra i migliori 20 della nazione. Nemmeno questo gli ha garantito tuttavia di essere considerato a pieno merito quale miglior giocatore della conference, questo perché Jacquizz Rodgers, running back di Oregon State, si è imposto con 1253 yards e 17 mete nella sua annata da freshman, aggiungendo notevole smalto alle sue statistiche considerato il fatto di non superare i 5’7 in altezza. La pallina da flipper dei Beavers è stato il principale motivo per cui la squadra è rimasta in corsa per la conquista del Rose Bowl fino all’ultimo istante, e la sua assenza nella sconfitta di epiche proporzioni (38-65) contro Oregon è stata determinante per aver mancato di compiere un’impresa davvero storica per l’università.
Nel frattempo Washington e Washington State si sono giocate la palma di squadra peggiore dell’intero panorama Bcs: i Cougars sono riusciti ad ottenere l’unica vittoria di conference proprio nel derby contro gli Huskies, che a loro volta hanno concluso questo dimenticabile viaggio nella Pac 10 a quota 0-8. Peggio di così davvero non si poteva fare.
BIG EAST
Più delusioni che altro, nella Big East, perché facendo due conti anche veloci si capisce che ci si aspettavano South Florida e West Virginia in cima al gruppo delle contendenti, magari con un finalone di regular season atto ad identificare chi, tra esse, si sarebbe potuta accaparrare un posto nel National Championship o quantomeno nel Fiesta Bowl. Niente di tutto ciò, anzi, i Mountaineers si sono dovuti accontentare di un secondo posto in coabitazione dopo un inizio difficilissimo ed un 8-4 che secondo molti non vale il talento in possesso della squadra, mentre i Bulls sono finiti addirittura nei bassifondi ottenendo due sole conferme nel calendario divisionale, perdendo tutti gli altri scontri diretti.
Chi ha tratto vantaggio da tutto questo è Cincinnati, altra cenerentola del campionato, che per la prima volta nella sua storia compierà il viaggio verso un Bowl maggiore, frutto di un campionato passato a lottare con Pittsburgh per la supremazia divisionale, risolta solamente dalla partita dello scorso 28 novembre, dove le due squadre avevano dato spettacolo in una delle sfide più entusiasmanti di tutta la stagione di college. Fondamentale la freddezza del quarterback Tony Pike, che si è sempre fatto vedere sicuro di sé nei momenti topici del cammino, coincisi con quattro successi consecutivi contro rivali della Big East, West Virginia compresa, ed importante la puntualità del wide receiver Dominick Goodman, statisticamente il migliore del lotto in tre di quelle quattro apparizioni decisive ai fini della classifica.
Mvp, a nostro modesto avviso, può essere considerato LeShon McCoy, running back di Pittsburgh, 1403 e 21 touchdowns, anima di un attacco non a caso inceppatosi in quei momenti in cui le difese avversarie trovavano soluzioni contro di lui, anche se considerazioni forti le merita il pari ruolo Donald Brown, asso di Connecticut capace di guidare la nazione per numero di yards accumulate, 1822, e per media di yards a gara, più di 151, statistiche leggermente gonfiate dallo scarsissimo valore del gioco di passaggi degli Huskies, che hanno quindi fatto riferimento quasi ed esclusivamente a Brown per risolvere i loro problemi offensivi. Da ricordare, ad ogni modo, la stagione di Pat White, che ha fatto suo il record Ncaa ogni epoca per maggior numero di yards ottenute su corsa da un quarterback.
Sempre a Pittsburgh appartiene il miglior giocatore difensivo, Scott McKillop, linebacker classificatosi al secondo posto per placcaggi in solitario con 78, ed affermatosi come primo di tutta la conference per tackles totali, 126, nonché per placcaggi con abbinate perdite di yards per gli avversari, 16,5. Tra i migliori defensive ends, invece, si è confermato George Selvie di South Florida, mediaticamente penalizzato dalla cattiva annata dei suoi Bulls, ma sempre in odore di una chiamata al prossimo draft Nfl.
Sembra essere stato un anno di transizione quello vissuto dalla Big East, proprio come testimoniato dalla continua discesa di Louisville, fino a pochi anni fa costante nel presenziare a ranking, e dai campionati molto discontinui giocati da Connecticut e Rutgers, che hanno entrambe mostrato due facce diverse della stessa medaglia spezzando in due tronconi distinti i loro calendari, contraddistinti da partenze esattamente contrarie agli arrivi.
CONFERENCES NON BCS
Sono piccole ma pericolose, ogni anno una di loro si propone con costanza per un Bowl di quelli che contano, molte cominciano a chiedere che cambi qualcosa, per non restare perennemente nell’ombra. Sono le squadre delle conferences che non danno qualificazioni automatiche ai Bowls Bcs, e parecchie di esse, quest’anno, hanno dato dimostrazione di poter essere più forti di tante altre appartenenti a gruppi più blasonati.
Utah ha terminato la propria stagione senza sconfitte, imponendosi anche sulla rivale Brigham Young in un’ultima gara di Mountain West che ha deciso il titolo di conference, ed ha messo a tacere molte delle malelingue che non volevano gli Utes nel giro d’affari della Bcs vincendo contro Oregon State, Michigan (quando nessuno aveva previsto la pessima stagione dei Wolverines) e Texas Christian, una delle difese più forti della Ncaa, ottenendo quindi molti successi di qualità. Il quarterback Brian Johnson ha giocato del football a tratti perfetto, facendo dimenticare a molti il suo passato costellato di infortuni di ogni genere, ed il suo rendimento è stato tra i motivi per cui Utah giocherà il Fiesta Bowl contro Alabama in un palcoscenico che ha dimostrato di meritare.
Non altrettanto appeal ha avuto Boise State, 12-0 come Utah ma con un calendario evidentemente più agiato ed un livello di conference, la Wac, decisamente più basso, anche se coach Chris Petersen è senz’altro da elogiare per quanto ottenuto con un gruppo di giocatori che avrebbe dovuto fungere da trampolino di lancio per le annate future, gruppo che invece ha fatto sì che questa stagione non fosse di ricostruzione, ma già attiva verso alti traguardi. Il Poinsettia Bowl, che vedrà i Broncos impegnati proprio contro Texas Christian, è uno dei migliori matchups proposti da questa prima tornata di partite di postseason, e darà la possibilità all’università di misurarsi contro una delle migliori difese dell’intera nazione.
Alla stregua di Boise State, ovvero imbattuta ma non da apparire ai piani alti, è stata Ball State, che di quest’anno è stata una delle storie più belle: i Cardinals hanno concluso la loro miglior regular season della storia con prestazioni eccellenti da parte del quarterback Nate Davis, 3446 yards, 27 touchdowns e 6 intercetti, e del running back MiQuale Lewis, straordinario con 1701 yards e 22 ingressi nelle endzone avversarie. Peccato solamente per la finale della Mac, persa contro Buffalo con un rotondo 42-24, nella quale la solita, generosa, produzione offensiva (503 yards) è stata smontata dai 5 turnovers commessi. Menzione di merito anche per Tulsa nella Conference Usa, uscita sconfitta dalla finale di conference contro East Carolina ma responsabile di uno dei migliori campionati della sua storia, complice un David Johnson strepitoso, capace di 43 passaggi da touchdown e direttore di un macchinario che ha prodotto qualcosa come 565 yards di media a partita, un numero davvero impressionante.
Dovendo scegliere nell’immenso mazzo, una potenziale delusione potrebbe essere stata quella derivata dalla stagione di Brigham Young, che sembrava poter essere attrezzata per sostituire Utah in cima alla Mountain West. Del campionato dei Cougars è bene ricordare l’ottima annata di Max Hall, quarterback junior che ha giocato la prima parte di stagione dominando, e soprattutto quella del fido compagno e wide receiver Austin Collie, il migliore della sua conference, capace di registrare più di 100 yards in nove partite consecutive. Byu aveva cominciato con sogni di gloria, sull’onda di 16 gare vinte consecutivamente facendo partire il conteggio dal 2007, ma il tutto si è infranto contro due rivali di lega, Texas Christian e Utah, contro le quali sarebbe stato fondamentale imporsi per compiere un comunque difficile viaggio verso un Bowl importante. La stagione dei Cougars si è chiusa proprio poche ore fa, con la sconfitta per 31-21 contro Arizona, in un Las Vegas Bowl non esattamente svoltosi secondo le aspettative.
Discorso similare per East Carolina, che ha vinto, come detto poco fa, la Conference Usa, ma ha giocato complessivamente al di sotto delle proprie possibilità, bruciando un inizio molto incoraggiante, doppia affermazione contro Virginia Tech e West Virginia, con tre sconfitte consecutive nella prima parte del calendario, due delle quali contro Virginia e North Carolina State, compagini non proprio di punta della Acc, alle quali si è aggiunta, strada facendo, quella rimediata contro Southern Miss, rivale di division.
Nessuno, tuttavia, ha giocato male come Notre Dame, la cui stagione è stata marchiata a fuoco dalle decisioni di Charlie Weis e dai mancati progressi del quarterback Jimmy Clausen: i Fighting Irish hanno concluso il loro cammino con una sola affermazione nelle ultime 5 partite giocate, hanno offerto delle prestazioni offensive indegne, si sono qualificati per un Bowl per il rotto della cuffia e possono ancora terminare la stagione con un bilancio perdente in caso di sconfitta contro Hawaii, non esattamente ciò che l’organizzazione di uno dei college più rinomati della Ncaa si attendeva dopo aver investito milioni di dollari su una delle migliori menti offensive che il football abbia conosciuto nei tempi recenti.
