Anno 1982

I mesi successivi alla rinuncia di Beneck furono sicuramente determinanti per il futuro del football a Roma; da una parte c’era lo zoccolo duro dei Gladiatori che affrontava il presente e manteneva viva una debole fiamma e dall’altra una pattuglia di reduci della LIF che decidevano di misurarsi con l’altra realtà che aveva preso piede nell’ Italia settentrionale. Due scelte lecite, come leciti sono stati i diversi punti di vista e, sopra ogni altra cosa, la voglia di giocare con la palla e le protezioni da football. Registriamo, a tal proposito, un altro passaggio fondamentale dei ricordi di Marcello:

Il giocattolo ormai si era rotto in mille pezzi e a ben poco potevano valere gli sforzi per formare nuove squadre e cambiare così il corso degli eventi. A Grosseto avevamo dato una mano per far crescere gli ‘81ers, da quali si sarebbe poi generata la bella storia dei Condors, ma a Pavullo molti dei ragazzi che nell’81 avevano giocato per i Diavoli che non erano più di Milano, e mai lo erano stati, finirono con l’ingrossare le fila dei Falchi Modena; questi, insieme ai Tori di Torino, trasformatisi in Tauri, approdarono nell’AIFA.

Tuttavia il colpo più duro per una LIF che si stava sfaldando fu la fine dei Lupi, i cui giocatori formarono l’ossatura dei neonati Grizzlies di Nicola Pietrangeli che, da subito, vennero ammessi al Campionato AIFA.

Nella nuova squadra romana confluirono non solo i giallorossi campioni LIF nell’80 e vicecampioni ’81, ma anche molti giocatori che l’anno precedente avevano militato nei Gladiatori, come Mobley, Caccamo, Volante, Tron, Annoscia, Morpurgo, Grisoli, Di Segni, Di Virgilio, D’Amore, Iatosti e altri ancora.

Io ero costretto lontano da Roma per il servizio militare, prima a Pesaro, poi a Cormons ed infine ad Orvieto; fu un vero miracolo a far si che i Gladiatori non venissero completamente cancellati dal panorama.

So di fare un torto a più di qualcuno non ricordandone il nome, ma non posso non ricordare i nomi di Tassoni, Franchetti, Jones, Rodi, Fenuccio, Salvatore, Insola, Salvadori, De Berardinis, che più di altri si prodigarono affinchè i Gladiatori potessero sopravvivere.

Certo, la lontananza da Roma non mi aiutò molto e penso non giovò neppure ai Gladiatori; in ogni caso, di tanto in tanto, torno a pensare a quei giorni, chiedendomi se la scelta di non abbandonare Beneck fosse stata quella giusta.

Soprattutto, se in quel momento riuscii a valutare il condizionamento che esercitai sui miei compagni di squadra per una scelta che, di fatto, estromise i Gladiatori dal football che contava per oltre due anni.

Nell’82 disputammo due soli incontri, a Narni e Sticciano con gli ’81ers, vincendoli entrambi, ma questo contò veramente poco.

Un ritaglio stampa datato 29 Novembre 1982

Chiariamo subito un concetto: i Grizzlies dell’82 erano veramente un team formidabile, capace come fu di raccogliere fra i migliori elementi di quel football romano che si era esaltato nella LIF.

Dopo aver battuto i Rhinos, mai sconfitti da una squadra italiana fino ad allora, sfiorarono il Superbowl e rimasero i più forti in Roma fino all’86, dopo di che fummo proprio noi Gladiatori a riprenderci la leadership cittadina. Tuttavia, a volte, torno a pormi quella domanda: se non fossi stato lontano da Roma, anche se ben sistemato da Beneck presso la Scuola Militare di Educazione Fisica, la mia decisione sarebbe stata la stessa?

Certamente se fossimo confluiti tutti nel team di Pietrangeli i Gladiatori sarebbero morti e poco sarebbe cambiato, perché pochi fra noi superstiti avrebbero trovato posto in quel team che era una “quasi” nazionale LIF, rinforzata da atleti di notevole prestanza fisica e da due americani che rispondevano ai nomi di Carl Mobley e Spencer Banks.

Ma in effetti ai Grizzlies poco mancò fra l’82 e l’83 di imporsi nel campionato AIFA e forse, quel poco in più che si sarebbe potuto aggiungere sarebbe bastato. O forse no.

Certamente non lo sapremo mai.

L’unica cosa certa è che, tornando con la mente a quei giorni, mi sembra di sentire nuovamente sulle spalle il peso per le responsabilità di quella scelta: noi Gladiatori rimanemmo “fedeli” a Beneck, al suo modo di concepire il football che, ormai, non poteva più trovare spazio.

Pagammo a carissimo prezzo quella scelta.

C’era in tutti noi la consapevolezza che sostenere quelle idee, quel modo di concepire il football, rappresentassero una battaglia ormai perduta, ma ciò non significò che non meritasse di essere combattuta.

Al contrario, credo proprio che ne valse la pena.

Lunghi mesi con poco football, qualche partita contro nuove squadre che non hanno ancora deciso il nickname, un paio di vittorie che non passeranno alla storia, un runner maremmano di cui risentiremo parlare…

Una nota nei titoli di coda di questa puntata.

Dal punto di vista della comunicazione il mondo del football non è mai stato immune dai tipici difetti dell’ Italia del campanile, ma è comunque chiaro che alcune cadute di stile molto evidenti, contenute in una serie di dichiarazioni messe in rete “postume” e riferite alla LIF, sono del parere che potevano essere evitate; dopotutto, è la solita storia di orticelli piccoli piccoli e di protagonisti mancati.