L’ULTIMO DEI NEURONI (BLU)

Se in Italia tassassero la noia, sarei rovinato.

Anche l’ultimo neurone rimasto sta facendo una fatica bestia per sopravvivere. Ricordo che un anno fa, proprio in questo periodo, mi lamentavo della tenda a ossigeno sotto la quale ero segregato causa partite con recuperi all’ultimo minuto e amenità varie. Ok, ritiro tutto: era un sogno, l’adrenalina che scorreva, il palmo delle mani sudato… Tutto meglio dell’attuale azzeramento sinaptico. Guardare una partita dei Giants è peggio di un documentario di tre ore sulle abitudini sessuali di un macaco di Sumatra. Però ammetto che a volte trovare qualcosa di buono aiuta lo spirito, quindi il mio pensiero positivo del lunedì è che se esistesse la LDF (Lega del Diversamente Football) composta da noi, Tampa, Phila, Minnesota e Jacksonville, saremmo campioni a mani basse. Almeno quest’anno.

Il fatto comico accadutomi ieri è l’aver confuso l’orario col cambio dell’ora, quindi di aver cominciato la visione con un’ora di ritardo. Penso che il sospiro di sollievo si sia sentito fino in strada. Mi ero perso sessanta minuti di nulla, a quanto ho capito.

Ma veniamo alle gesta dei nostri eroi.

Commovente il tentativo di Coughlin di dare la carica a ogni drive, col suo continuo applaudire. Ma ho il sospetto tentasse di scacciare una mosca perché altrimenti non si spiegherebbe. Gli abitanti indigeni della sideline hanno provveduto a dare il meglio anche ieri, imbastendo intorno alla squadra un muro ovattato volto a proteggerla da qualsivoglia possibilità di grave errore (invano). Era evidente il principio col quale si affrontava la partita (lo stesso contro Minnesota): primo, non commettere errori, non forzare, niente colpi di testa e fantasie strane, tenere Manning lontano dagli errori, idem per i RB. Del resto lo capisco pure: l’importante era spezzare la maledizione delle sconfitte, a ogni costo, persino fornendo prestazioni inguardabili, e così facendo smuovere un minimo l’autocommiserazione dei giocatori e far intendere loro che sì, sarebbero atleti in grado di giocare a football.

Eli soprattutto è stato riempito di schemi da oratorio, niente forzature ma solo passaggini da cinque o sei yds, senza infamia e senza lode, giusto per muovere la catena e recuperare autostima. Il risultato è che il compitino da sei politico l’ha portato a casa pure ieri, ma anche se non ci fa sognare, è sempre meglio del due in pagella delle giornate precedenti. S’è sparsa la voce che il nostro abbia preso l’abitudine di frequentare un gruppo di terapia di QB anonimi, e che anche ieri sera sia andato nella sede, sia salito sul pulpito e alla platea in cerchio abbia detto: “Mi chiamo Eli, sono un QB e da due settimane non ho lanciato intercetti.” Cori sommessi di plauso.

Avendo terminato la visione della partita con un taccuino desolatamente vuoto, lascio parlare le impressioni, e la prima di tutte è che dopo otto giornate, a grande richiesta, si innalzerà di nuovo un monumento a Times Square (la richiesta è dei piccioni) dedicato a Josh Brown, ieri una certezza coi suoi cinque FG che gli sono valsi il record in carriera. I punti del resto stanno tutti lì e quando il tuo kicker è l’unico ad andare a referto, che ci vuoi fare, prendi quel che viene, come disse il naufrago quando sull’isoletta scoprì l’esistenza solo di una scimmia.

Hillis per ora è una piacevole sorpresa. Gli si chiede una manciata di yds quando c’è da chiudere sul corto, di avanzare la palla a testa bassa e prendere il TD quando si è sul 3 e poco a ridosso dell’EZ. Nient’altro. E lui lo fa, dando equilibrio a un reparto che soffre da tempo immemore. Non vedremo mai una sua corsa di 60 yds, ma non importa, il suo lavoro lo sa fare e sospetto che se continua così potrebbe portare a casa un contratto anche in futuro perché è giocatore essenziale che serve e, l’abbiamo visto anche ieri, se davanti gli metti un FB di sostanza il suo lo porta a casa. Se Wilson e Brown tornano sani potrebbe essere un’alternativa eccellente nel variare i giochi (che poi c’è sempre Gilbraide a chiamarli, e ho detto tutto).

Ieri avremmo potuto girare un cinepanettone con quel che è successo in campo. Da scompisciarsi. Le penalità di snap ritardati, con Manning che sembrava sempre accorgersi all’ultimo secondo del cronometro arrivato a zero per poi sbottare incazzato (e chi lo deve guardare il cronometro, il centro?); la scenetta in cui sulla linea urlava a Diehl che aveva sbagliato lato della formazione mentre Diehl impiegava due minuti per capire, col risultato di giocatori che giocavano a un due tre stella fino a totalizzare una bella illegal formation; il dover chiudere un terzo down con una yd e, perché dire a Hillis di abbassare la testa e prenderla era troppo prevedibile, chiamare una corsetta esterna a Cox partendo da una formazione in cui il RB sta a cinque yds dal QB è sembrato geniale, col risultato che se mettiamo insieme la velocità dei difensori e la lentezza dei nostri OL, il risultato non poteva che essere, quello sì, prevedibile (Gilbraide, sei il genio della lampada a petrolio); e dulcis in fundo il TD concesso dagli ST a Phila, grazie al quale per la iardesima volta abbiamo tenuto in vita un malato terminale, con DeOssie, longsnapper veterano da una vita in maglia blu e sempre affidabile, che d’improvviso invece di Wetherford ha pensato di avere dietro Shaquille O’Neal e con lo snap si è regolato di conseguenza.

Alla fine, diciamolo, il risultato finale di 15 a 7 è di una tristezza assoluta.

Il pensiero compassionevole va a Victor Cruz, relegato dalla nuova politica no-risk a prendere pallettine sulla sideline o nel mezzo, ma giusto appena dietro la linea di scrimmage, perché di andare sul profondo non se ne parla che poi il Manning jr si sturba e fa qualche vaccata, troppo pericoloso. Sarete d’accordo con me, immagino, che avere Cruz e non mandarlo a battere in profondità e velocità le secondarie è come avere Usain Bolt in casa e mandarlo di sotto nell’aia a correre dietro alle galline per beccarne una per cena. Di ciò ti ringrazieremo sempre Gilbraide e ti ricorderemo nei nostri pensieri.

Direte: ma allora non ti va bene neanche vincere? Esatto, perché prima giocando da schifo perdevo e amen. Adesso sempre schifo è ma si vince, quindi pure coi rimorsi di coscienza mi tocca vivere. Oltre all’aver visto la nostra pass rush fare quattro sack, ma non sarebbe neanche questo se lì in mezzo non ci fosse quello di Kiwanuka. Proprio tutte dovrò ricordarle quest’anno.

Due paroline sulla NFC East vogliamo dirle nella giornata in cui solo noi siamo stati vincenti? Bene, ormai è chiaro: chi riuscirà a giocare almeno lo 0,1% meno peggio degli altri, porterà a casa il titolo divisionale. Wow, da festeggiare e ricordare nei secoli dei secoli, suppongo.

Domenica abbiamo il bye e non so se sono più felice perché non perderemo o perché non vinceremo come ragazzini persi in mezzo a un prato. So solo che per il momento chiudo qui che è tardi, stasera ho una riunione dei Tifosi Giants Anonimi.

“Salve, mi chiamo Electric, e da due settimane sono costretto a scrivere articoli più idioti di quando perdevamo”.