NCAA Game Of The Week: Ohio State @ Michigan

Se pensate all’Ohio, non può non formarsi nella vostra mente un’immagine fatta di sterminati campi di grano, di mais, di avena. Se pensate al Michigan, giocoforza il pensiero andrà alle città sui grandi laghi, alla sua vocazione automobilistica.

La rivalità Michigan-Ohio State, detta con molta enfasi e poca fantasia “The Game” è una rivisitazione in piccolo di una rivalità tra due stili di vita, che ESPN nel 2000 ha scelto come la più sentita del Nord America. La gara ha avuto particolare interesse per il titolo nazionale nel corso degli ultimi quattro decenni non raramente influenzandone l’esito, e la maggior parte delle sfide hanno determinato il titolo della Big Ten Conference, e di conseguenza la “sfidante” al Rose Bowl: in ben 22 occasioni la gara è stata una sorta di finale per il titolo di conference, mentre altre 27 volte ha contribuito, con il risultato, a determinare il campione.

L’incontro annuale tra le due scuole del Midwest si tiene alla fine della stagione regolare dal 1935 (con tre eccezioni nel 1942, 1986 e 1998). Dal 1918, si va ad Ann Arbor negli anni dispari (il Michigan Stadium fu inaugurato nel 1927) ed a Columbus negli anni pari (l’Ohio Stadium aprì nel 1922), questo anche a seguito della divisione in due division della Big Ten, che ha collocato i due college in due diversi raggruppamenti. Il 2013 sarà l’ultima possibilità di vedere due Michigan-Ohio State nel giro di una settimana, perchè in teoria potrebbe presentarsi la possibilità che si sfidino anche per il Big Ten Championship, possibilità ampiamente sfumata dopo la pessima stagione che sta tenendo Michigan. La possibilità di una rivincita nel Big Ten Championship sarà eliminato nel 2014: nel mese di aprile 2013, la Big Ten annunciato il riallineamento delle due division su base geografica con l’arrivo di Maryland e Rutgers, il nuovo allineamento posizionerà i Wolverines ed i Buckeyes insieme nella East Division.

La rivalità prese inizio nel 1897 quando ancora erano al mondo persone che avevano assistito con i propri occhi ad un’altra rivalità tra Michigan ed Ohio, ma molto più seria: la “Toledo War” per lo status amministrativo della striscia di terra dove si trova Toledo, contesa tra il 1835 ed il 1836 dai due stati. A differenza della disputa territoriale, positiva per l’Ohio, la disputa sportiva vide la squadra di Columbus avere nettamente la peggio fino al 1912, con un record di 0-12-2. Da qui un silenzio durato sei anni per l’uscita di Michigan dall’allora Western Conference, colloquialmente definita Big Nine, che finì proprio con il ritorno dei Wolverines per la stagione 1918, questo fece salire a dieci le squadre ed automaticamente generò il nomignolo Big Ten che è tuttora in vigore. Guidati dall’halfback Chic Haley i Wolverines vinsero il primo confronto nel 1918, ma persero i successivi tre.

L’entusiasmo per il football a Columbus portò alla costruzione di quello che è attualmente l’Ohio Stadium, che fu inaugurato il 21 ottobre 1922 proprio con la gara contro Michigan: i Wolverines non ebbero pietà battendo Ohio State per 19-0. Come pegno di una scommessa, all’ingresso nord potete vedere ancora oggi, fiori gialli in campo blu come ricordo della vittoria di Michigan, che inaugurò la sua Big House nel 1927 restituendo la cortesia ai Buckeyes ma battendoli nuovamente per 21-0. Gli anni ‘20 ed i primi anni ‘30 non furono certo ricchi di soddisfazione dalle parti di Columbus, finchè sulla sideline non arrivò Francis Schmidt, chiare origini teutoniche, che scherzò su come si facesse a vincere contro Michigan, ovvero sperando che i Wolverines infilassero entrambe le gambe in un’unica gamba dei pantaloni, tuttavia in quattro anni rifilò quattro sconfitte ai rivali, e 112 punti a 0, creando l’abitudine di donare un ciondolo a forma di pantaloni ad ogni giocatore di Ohio State che batte Michigan. Tuttavia i Wolverines stavano di nuovo crescendo, creando una squadra che nel 1940 spiattellò i Buckeyes 40-0 e che da molti è considerata la miglior Michigan di sempre. Anche gli anni ‘40, iniziati con l’ultima gara della carriera collegiale di un duo fenomenale come Harmon e Kromer, vide una forte prevalenza di Michigan, prevalenza che si protrasse fino al celebre Snow Bowl del 1950 in cui l’Ohio Stadium fu tormentato da un blizzard fortissimo e da una neve incessante che costrinse le squadre ad una sorta di terrificante guerra di trincea fatta di 45 punt nella speranza che fossero gli avversari a sbagliare per primi e concedere un fumble. I Wolverines vinsero la gara senza completare passaggi in avanti e senza chiudere nemmeno un down: il 9-3 fu determinato da una safety e da un fumble ricoperto in touchdown.

Le pesantissime critiche piovute su Wes Fesler, che letteralmente buttò alle ortiche il titolo nazionale del 1950 insistendo nel voler giocare quella sciagurata gara, lo portarono alle dimissioni ed all’avvento di Woody Hayes: tra il 1951 ed il 1968 i Buckeyes collezionarono dodici vittorie su diciotto incontri, ivi compresa quella ad Ann Arbor del 1957 quando si superò per la prima volta la soglia dei 100.000 spettatori in una partita tra queste due squadre. Va sicuramente ricordata tra queste la gara del 1958 terminata 20-14 grazie al fumble provocato da Dick Schafrath per il placcaggio di Gene Sisinyak sulla linea della yard di Ohio State, che tolse l’illusione della vittoria a Michigan. La conclusione di quest’era che fu più un incubo per i Wolverines fu nel ‘68 quando Ohio State vinse 50-14 e fallì una conversione da 2 punti sull’ultimo touchdown. Una conversione da due quando sei in vantaggio di 36 punti a una manciata di giri di lancetta dalla fine, destò la curiosità dei giornalisti: alla domanda sul perchè avesse tentato per i due punti, pare che Hayes rispose “Because I couldn’t go for three”.

Ma le ere finiscono, così sebbene Hayes continuò ancora ad essere coach dei Buckeyes, non fu più così facile per quelli di Columbus portarla a casa, perchè in sideline di “quelli di lassù” come li chiamava Hayes, arrivò Bo Schembechler, quello del “Bo who???”, quello che era stato assistente di Hayes, quello che diede vita al decennio soprannominato “La guerra dei dieci anni” per la potenza in grado di mettere in campo le due squadre che tra il ‘70 ed il ‘75 giunsero al match sempre tra le Top 5 e Michigan sempre imbattuta. Questo periodo iniziò nel 1969 quando Ohio State si presentò alla gara del 22 novembre ad Ann Arbor con una serie di 22 gare senza sconfitta, ma la battaglia tra due difese gagliarde si chiuse con la vittoria 24-12 per Michigan che realizzò ben sei intercetti.

Durante la guerra, le due squadre condivisero il titolo della Big Ten ben sei volte, ma sul finire degli anni ’70 fu Michigan a prendere il sopravvento vincendo le gare dal 1976 al 1978. Il decennio così denso di emozioni e così carico di suggestioni per una rivalità così sentita, si chiuse in maniera molto ingloriosa per Ohio State e soprattutto per Hayes che durante l’Orange Bowl prese a pugni un giocatore avversario e venne licenziato in tronco. Al suo posto arrivò Earle Bruce che fece decisamente la sua parte nel periodo dal 1979 al 1987: cinque vittorie e quattro sconfitte, con l’ultima gara vinta nel 1987 da licenziato per la pessima annata che stava compilando con i Buckeyes.

Gli succedette John Cooper che viene ricordato come disastroso contro i Wolverines: nel 1993, 1995 e 1996 si presentò da favorito alla gara ed imbattuta, tutte e tre le volte tornano a casa con un pugno di mosche, e questo nonostante sulla sideline dei Wolverines si fossero succeduti Schembechler, Moeller e Carr. La gara del 1993 finita 28-0 per Michigan fu commentata da un affranto Cooper “They outplayed us on offense, on defense, and in the kicking game. If you’d told me we would come up here and get beat 28-0, I’d have probably stayed home”.

Jim Tressel, che succedette a Cooper, scelse di enfatizzare la gara, molto più del suo predecessore, e subito nel 2001 riuscì a violare la Big House dopo 14 anni vincendo 26-20, l’anno dopo bissò il successo grazie ad un intercetto a tempo scaduto di Will Allen che preservò il 14-9 finale. A Tressel riuscì una doppietta che non accadeva esattamente da vent’anni, ma non riuscì nell’impresa di aggiudicarsi il centesimo confronto nel 2003, che andò ai Wolverines di Lloyd Carr guidati dal runningback Chris Perry.

Carr e Tressel, sulle rispettive sideline, furono protagonisti nel 2006 di uno dei Game of The Century degli ultimi tempi, quando Ohio State #1 ospitò Michigan #2 nei giorni immediatamente successivi alla morte di Bo Schembechler, il toccante ricordo dell’assistente ai Buckeyes e capo allenatore ai Wolverines, che aveva attraversato un trentennio di quella rivalità vedendola da entrambe le sponde, fece da degno prologo ad una gara emozionante che vide spuntarla Ohio State che riuscì ad annullare un tentativo di recupero di un onside kick di Michigan, terminando 42-39.

Tressel nel 2011 rassegnò le dimissioni prima della ridicola storia dei tatuaggi pagati con pezzi da collezione da parte dei giocatori di Ohio State, la NCAA fu inflessibile e sottrasse dal record della scuola le gare del 2009 e del 2010, ma Tressel chiuse comunque la sua carriera ai Buckeyes con un lusinghiero record 9-1. Rich Rodriguez, capo allenatore a Michigan tra il 2008 ed il 2010, mise assieme tre stagioni piuttosto anonime ma riuscì a essere ricordato comunque ad imperitura memoria per essere stato il primo coach sotto cui i Wolverines furono trovati colpevoli di aver violato i regolamenti NCAA. Rodriguez fu licenziato in tronco il 5 gennaio 2011. Il resto più che storia è cronaca: le deludenti stagioni di UM e il sogno di Ohio State, guidata da Urban Meyer, di tornare a giocarsi il titolo nazionale dopo quello sfumato nel 2006.

Urban Meyer e la Spread Option

Non si diventa grandi per caso. Il successo è solo la conseguenza di una lunga preparazione, uno studio meticoloso. Nel football americano poi, bisogna saper scovare quei concetti che si sposano con il personale a disposizione. Una volta stabilita una reputazione, sarà più facile reperire qualsiasi personale e quindi ampliare i concetti, diventando infine un modello da seguire per gli altri.

Questa è la storia di Urban Meyer, nato e cresciuto in Ohio. La sua carriera è presto detta, una serie di fermate come assistente in vari programmi, il primo lavoro da HC a Bowling Green, poi Utah, Florida e infine il lavoro dei sogni, Ohio State. Durante ognuna di quelle fermate, Meyer ha portato con se il meglio delle filosofie offensive con cui aveva a che fare. Lui stesso non lo nega, anzi dichiara che il suo playbook è un misto di quelli di altri coach: Scott Linehan per il gioco aereo, Bill Snyder e Rich Rodriguez per quello su corsa. Una serie di altri coach che avevano in comune una cosa: coach non ancora affermati, ma le cui idee sembravano funzionare, se condite con i giusti complementi e con il talento.

“L’idea di base è semplice. Sono stato uno degli ultimi a passare alla spread, è vero. Mi sono accorto dei vantaggi che proponeva solo quando ho avuto un quadro completo. Dunque arrivo a Bowling Green, un college piccolo, con giocatori piccoli, ed il mio primo pensiero è stato: come faremo a muovere la palla? Mettemo su una combinazione di schemi di corsa in cui coinvolgere il QB, con un gioco di passaggi sofisticato. Fin quando giochiamo spread, e la difesa tiene due safety profonde, con il QB che minaccia la corsa avremo sempre un vantaggio numerico.”

L’idea è giusta, se ci pensate un attimo. Due safety profonde, supponiamo 4 ricevitori e quindi altri 4 difensori impegnati a difendere a uomo contro di essi. Restano a disposizione 7 uomini per l’attacco (un RB, QB, e 5 OL) contro 5 difensori nel box. Un vantaggio numerico che si può sfruttare per correre la palla. Se non si coinvolge il QB nel gioco su corsa come negli attacchi tradizionali, per la difesa il lavoro è più semplice perché non bisogna pensare a coprire il QB. Il QB per Meyer non deve essere necessariamente un atleta alla RGIII, basta che sia una minaccia sul gioco di corsa (si pensi al miglior interprete di questo attacco, Tim Tebow). Un QB che minaccia di correre, è un giocatore che deve essere coperto. E dunque rappresenta un vantaggio numerico per l’attacco. Fin quando la difesa resta in un look tradizionale con 2 safety profonde, Meyer è contento di correre la palla dato questo vantaggio numerico. Una sola idea di base, che copre tutti i concetti del gioco su corsa di Meyer. Una combinazione di giocate semplici, spesso in shotgun, fra cui le famigerate zone read option ma anche speed option, o corse per il QB senza nessuna lettura. E con l’aiuto di un RB fisico come Hyde, il gioco su corsa di Ohio State quest’anno è stato spesso inarrestabile, pure in una conference come la Big 10 in cui le difese sono costruite per fermare principalmente il gioco su corsa.

Meyer inoltre ha inserito nel suo playbook una dose non indifferrente di option. La più corsa, la zone read option che continua ad avere successo grazie ad un QB come Braxton Miller estremamente rapido in campo aperto, seppur meno fisico di Tebow. Con essa, anche alcune giocate dalla veer, in cui il QB esegue sempre una lettura su un difensore, ma dopo di essa, segue il RB dallo stesso lato, il playside, a differenza di quello che avviene con la zone read in cui ad essere letto è il weakside defensive end. Idee che rendono il gioco su corsa ancora più letale, perché di fatto Meyer può escludere da ogni giocata il difensore di maggior talento della difesa avversaria: senza bloccarlo, ma leggendo i suoi movimenti, portandolo all’errore indipendentemente da quello che fa.

Ma si sa, il football vive in uno stato di equilibrio dinamico, in cui niente è fisso, neanche le difese. Così prima o poi i defensive coordinator decidono di non voler più tenere due safety lontane dalla linea, e ne mandano una o entrambe nel box, di fatto annullando il vantaggio numerico dell’attacco. Ed in questa situazione, Meyer sarà contento di passare la palla consapevole che i suoi ricevitori sono isolati in uno contro uno, e la eventuale safety che resta sul profondo potrebbe non essere sufficiente per coprire tutto il campo.

Il gioco su passaggi, Meyer lo ha appreso soprattutto da Purdue, che correva una one back spread negli anni ’90 (Uno dei suoi migliori interpreti, Drew Brees) ma anche da Scott Linehan, adesso OC dei Detroit Lions. “Scott proponeva all’epoca un set di 5 ricevitori, senza runningback. Un’idea che mi affascinava, perché se unita al gioco su corsa che avevo in mente era inarrestabile. Andai a Louisville con l’idea di restare un giorno per rubare qualche concetto. Ci restammo una settimana, e copiammo l’intero playbook.”

Le idee che Meyer portò via da Louisville non erano trascendentali. Si trattava solo di trovare un modo per dare la palla in mano a tutti i ricevitori, rendendoli una minaccia concreta sui passaggi. Concetto fondamentale, perché se la difesa non pensa a coprire tutti i ricevitori ma inizia a saturare il box, il vantaggio numerico sulle corse che è il vero obiettivo di Meyer svanisce. Ed allora via con i bubble screen, presi in larga parte da Purdue, ma anche con un gioco su passaggi veloce, volto a coinvolgere tutti i ricevitori. Tracce corte se la difesa gioca conservativa, magari lasciando un cuscinetto con i propri defensive back. Tracce lunghe,  ma soprattutto tante motion per mandare in confusione la difesa in caso di difesa aggressiva, magari dopo una play action, o una finta di option.

Si trattava dunque di trovare un modo per coinvolgere tutti i ricevitori, cercando di dare loro la palla in mano quanto più spesso possibile. In questo contesto si inseriscono anche le jet sweep con i WR, spesso ottimi ritornatori come Percy Harvin a Florida, giocatori capaci di far mancare valanghe di placcaggi in campo aperto. Giocatori a cui dare in mano la palla perché prima o poi succede qualcosa, perché sono dei playmaker in grado di spaccare la partita ad ogni azione. Meyer dichiara di aver avuto questa idea quando era assistente a Notre Dame. Dopo una sconfitta con Nebraska Meyer trovò David Givens, poi WR NFL con i Patriots, che piangeva nello spogliatoio perchè riteneva di non essere stato in grado di aiutare la sua squadra, non avendo toccato una sola palla durante la partita. “Decisi quel giorno che quello non sarebbe dovuto succedere a me. I miei playmaker dovevano avere la palla in mano più spesso possibile.”

La parola alla difesa. Come si difende una macchina così ben oliata? Difficile, se è vero che Meyer in quattro anni a Bowling Green è andato 39-8, con Utah è stato il primo coach a vincere un BCS Bowl proveniendo da una non-AQ conference, e con Florida ha vinto due titoli nazionali, oltre a essere ancora imbattuto ad Ohio State (23-0). Bisogna avere linebacker che siano in grado di fornire grande supporto contro le corse, ma allo stesso tempo capaci di andare in copertura contro il gioco veloce su passaggio. Bisogna saper giocare ottima difesa a uomo e creare blitz innovativi, magari zone blitz dando le letture sbagliate al QB sui passaggi. E per il gioco su corsa, espendienti come lo scrape-exchange per rallentare il gioco in option. Ma bisogna soprattutto avere atletismo, atletismo e infine atletismo. Giocando 60 minuti a concentrazione massimale, vincendo la battaglia sul piano mentale come prima cosa.

Dati i risultati ottenuti da Meyer teoria facilissima, ma in pratica quasi impossibile.

L’appuntamento con Ohio State @ Michigan è previsto per Sabato 30 Novembre alle ore 18:00 sulla ABC.

Parte storica a cura di Gataz13