Draft 2014 Aftermath: Minnesota Vikings

Ringraziamo per il fondamentale apporto gli utenti del Forum sui Minnesota Vikings ed in particolare Teo’s.

Chiusa finalmente o purtroppo (dipende dai punti di vista…) la frenetica tre giorni di Draft, ci apprestiamo ad analizzare il Draft 2014 dei Minnesota Vikings, per capire come general manager e coaching staff si siano mossi per cercare di migliorare ulteriormente un organico che nel corso della offseason ha visto molti cambiamenti.

Per meglio comprendere i movimenti del GM Rick Spielman e dell’HC Mike Zimmer dobbiamo infatti brevemente ricapitolare i passaggi più importanti attraverso i quali Minnesota è giunta all’appuntamento clou della offseason. La disastrosa stagione 2013, che ricordiamo aveva indotto il front office a sollevare dal proprio incarico l’head coach Leslie Frazier per affidare la gestione della squadra a Mike Zimmer, sino a quel momento defensive coordinator dei Cincinnati Bengals, aveva messo in luce numerose lacune nell’organico dei Purple & Gold. In attacco il solito, cronico, problema del quarterback che perdura oramai dal ritiro del grande Brett Favre, ed il problema, in una offensive line tutto sommato abbastanza affidabile, della left guard (Charlie Johnson, a sorpresa poi rifirmato per 2 anni a 5 milioni di dollari) che rappresentava l’anello debole della catena. In difesa invece molti più buchi e praticamente in tutti i settori: dalla defensive line, dove bisognava ricostruire un’efficace muro contro le corse oltre che dare esaurienti risposte in pass-rush (ruolo nel quale il sopraffino interprete nelle ultime 6 stagioni, Jared Allen, era in scadenza di contratto), alla linea secondaria, in cui c’era bisogno di almeno due titolari di livello nel ruolo di cornerback, al reparto linebacker, in cui Greenway non dava più le sicurezze di qualche stagione fa come strongside, e Cole e Mauti erano da verificare come middle titolari. Ricordiamo a titolo informativo che i Vikings si erano classificati al 31º posto della NFL come penultima peggior difesa della lega, al termine della stagione 2013.

Da ciò un’offseason estremamente aggressiva, che ha visto la stragrande maggioranza di innesti proprio in difesa, tra i quali spiccano senz’altro gli arrivi da New York sponda Giants del nose tackle Linval Joseph, per ovviare al grave problema che i Vikings avevano contro le corse, e da Carolina del cornerback Captain Munnerlyn, in grado di rappresentare un’importante soluzione al problema del nickel cornerback, ruolo nel quale Josh Robinson non aveva di certo brillato. In una campagna di rafforzamento che aveva visto tra arrivi e rinnovi ben 23 uomini messi subito a disposizione di Zimmer, il terzo e forse più fragoroso colpo di mercato è stato il rinnovo di Everson Griffen, defensive end scuola USC, negli ultimi 4 anni impiegato da Minnesota come situational pass-rusher e meno frequentemente come interior lineman, che va a prendere il posto dell’idolo di casa Jared Allen (in realtà un po’ meno idolo da quando approdato ai rivali divisionali di Chicago…), oltre che a strappare un contrattone da  42,5 milioni di dollari per 5 anni. Il ruolo di middle linebacker ha visto invece l’arrivo di Jasper Brinkley, di ritorno da Arizona. Non una soluzione a lungo termine, ma comunque un giocatore di esperienza che dovrebbe essere in grado di effettuare senza troppi problemi le rotazioni con Mauti ed eventualmente Cole. Alla luce di quanto appena illustrato, quindi, i Vikings si presentavano sostanzialmente con 3 need molto importanti, ovvero quarterback, linebacker da schierare esterno nello strongside, ed un cornerback esterno. A ciò andava poi aggiunta tra le altre, una need leggermente meno importante ma comunque concreta, rappresentata dalla guardia sinistra, per dare una migliore pass protection al quarterback ed una migliore run protection ad Adrian Peterson.

Ritenendo evidentemente eccessivo spendere per un quarterback la pick #8 in possesso dei Vikings, la prima mossa di Spielman, ben noto per essere uno che utilizza le proprie pick per muoversi molto all’interno del board, è stata quella di una trade down con i Cleveland Browns, saliti di una posizione al costo della propria #9 assoluta e della propria #145 assoluta (un Round #5). E proprio con la #9 assoluta, un po’ a sorpresa ma neanche poi tanto, Spielman è andato a prendere l’outside lineabacker da UCLA Anthony Barr. L’outside linebacker, come detto, era una delle need primarie dei Vikings e la presa di un OLB era attesa nell’arco dei primi due giri, visto che la classe non era estremamente profonda. La mossa di primo acchitto potrebbe lasciare un po’ spiazzati, visto che Barr ad UCLA aveva giocato inizialmente da running back (ma anche come tight end e wide receiver) per poi essere convertito in un 3-4 OLB nel corso del 2012, ruolo nel quale si è dimostrato uno dei cacciatori di quarterback più implacabili della nazione (23,5 sack in due stagioni chiuse entrambe in doppia cifra), ma come i più sapranno Zimmer in Minnesota giocherà una 4-3, almeno, base (non sappiamo infatti al momento se punterà ad una difesa ibrida, impiegando in alcuni down anche una 3-4), quindi verrebbe naturale chiedersi il motivo di questo investimento da parte dei Vikings. Ciò è presto detto: proprio per la sua storia sportiva collegiale, Barr si è dimostrato un atleta molto malleabile, grezzo e tutt’altro che finito, il che unito ad un fisico imperioso (6 piedi e 5 per 255 libbre distibuite su un frame estremamente compatto), ad un’ottima velocità e ad un upside unanimemente riconosciuto dagli addetti ai lavori ha spinto i Vikings ad investire su di lui. Zimmer non a caso, durante la conferenza stampa “post-pick”, a domanda ha risposto “si, il paragone con Von Miller è giusto”, dando quindi un’idea del lavoro di transizione da pass rusher puro a strongside linebacker da primi down e rushatore nei nickel package che attenderà il talento da UCLA. Qualcuno ha storto un po’ il naso dinanzi a questa mossa, sostenendo che i Vikings hanno comunque fatto un investimento rischioso alla 9ª assoluta visto che il lavoro da fare sul ragazzo non è di rinifinitura ma al contrario importante e probabilmente non è neanche detto che dia i migliori frutti nell’immediato, però anche alla luce dei movimenti successivi che andremo a sviscerare e alla luce di quelli che erano gli altri talenti nella posizione, è una mossa che obiettivamente ci sta.

Sistemato quindi il buco nello strongside, il quarterback rimaneva una need sempre più pressante, visto che Bortles si era nel frattempo già accasato a Jacksonville con la #3 assoluta e prima della #40 assoluta che i Vikings avevano in pugno, c’erano i Browns, i Texans, i Raiders ed i Buccaneers potenzialmente interessati a selezionare un signal caller cui affidare le chiavi del proprio attacco. Secondo quanto riferito in seguito da alcuni rumor, i Vikings avrebbero voluto fare trade up con Philadelphia per poter prendere con la #22 assoluta Johnny Manziel ma l’offerta di Cleveland, nel frattempo inseritasi per ottenere a sua volta la pick degli Eagles, sarebbe infine risultata migliore. Vera o no questa indiscrezione, sta di fatto che Spielman è riuscito a mantenere la freddezza per temporeggiare ed aspettare il turno di Seattle, da cui ha preso la #32 assoluta in cambio del proprio Round #2 (Pick #40) e #4 (Pick #108) giro, con cui è andato a scegliere Teddy Bridgewater da Louisville, l’altro quarterback che assieme a Manziel era appaiato in cima alla loro lista dei desideri. La trade up, oltre a regalare a Minnesota il 7º giocatore selezionato al primo giro in soli 3 anni, è stata una mossa obbligata ed intelligente visto che da un punto di vista squisitamente contrattuale permette ai Vikings di garantirsi l’opzione del 5º anno (che quando si parla di quarterback è sempre una comodità sia in ottica cap che in ottica valutazione del giocatore), mentre guardando all’interno delle dinamiche del Draft ha evitato il rischio concreto che il ragazzo finisse ad Houston, Oakland o Tampa Bay, che come detto sceglievano prima di Minnesota.

 

Al netto del fatto che Manziel fosse oramai andato via, ciò che più ha convinto i Vikings a selezionare il prodotto di Louisville, come ancora una volta apprendiamo da Zimmer, è stato il suo pedegree di vincente avuto sin dall’high school passando per tutta la carriera collegiale e, aggiungiamo noi, anche il fatto che per un motivo o per un altro oltre Derek Carr altri prospetti su cui fare cieco affidamento sembravano latitare. Quella di Teddy Bridgewater, fisico esile ma ottima altezza (alla NFL Combine è stato misurato 6 piedi e 2 per 214 libbre), era una scelta per certi versi abbastanza telefonata visto che il ragazzo era stato il prospetto in assoluto più visionato dal coaching staff, che lo aveva seguito al Pro Day di Louisville, che aveva sostenuto con lui un private workout estensivo e che lo aveva ospitato in visita al quartier generale dei Vikings a Winter Park. Teddy B, almeno secondo chi scrive, si adatta maggiormente rispetto Manziel al modulo dell’offensive coordinator Norv Turner, visto che è fondamentalmente un pocket passer (per lui appena 170 yard corse in 3 anni di college football) al contrario dell’ex Texas A&M che è invece il prototipo odierno del classico scrambler (ragion per cui, in Minnesota, dove il padre di tutti gli scrambler, Fran Tarkenton, è considerato quasi un’istituzione, l’approdo di Manziel era invocato a gran voce). Tuttavia rimane da vedere quanto risulterà compatibile con il playbook di Turner, che fa del gioco verticale e dei lanci a lunga gittata il proprio fulcro, dato che non ha un braccio estremamente potente quanto ad esempio quello di Carr e che nei lunghi lanci ancora difetta un po’ in accuracy. Altri dubbi sono stati avanzati sul suo fisico, troppo esile secondo alcuni per le difese pro della NFL, ma evidentemente tali dubbi non hanno influito sul front office dei Vikings più delle qualità messe in mostra da Bridgewater nel suo triennio a Louisville, nel quale ha dimostrato di avere un’ottima accuracy sul medio-corto, di saper stare bene nella tasca, di saper gestire adeguatamente i blitz e leggere altrettanto adeguatamente le difese avversarie (nel 2013 ha completato il 70,1% di passaggi in azioni che lo vedevano obiettivo di pass rush o blitz da parte delle difese avversarie), di essere produttivo sotto pressione (nel 2013 ha un rapporto touchdown/intercetti in red zone pari a 17-0) di sapersi esaltare negli incontri importanti e di essere, per tutta questa serie di motivi, il quarterback più week 1 ready della nidiata.

Il day 2 del Draft, nel quale i Vikings erano come detto orfani del secondo giro ceduto ai Seahawks, ma comunque in possesso di due terzi giri (uno dei quali ottenuto ancora dai Seahawks dalla trade che nel 2013 ha portato a Seattle il wide reciver Percy Harvin), ha invece riservato due sorprese: con la prima chiamata infatti i Vikings hanno selezionato Scott Crichton, defensive end da Oregon State, mentre con la seconda Jerick McKinnon, running back proveniente dalla piccola Georgia Southern University. Si può parlare a ragion veduta di sorpresa perché defensive end e running back erano due ruoli nei quali erano previsti si degli innesti, ma solo nell’ultima giornata del Draft, e nel caso di McKinnon è ancor più ragionevole parlare di sorpresa perché al momento della chiamata erano ancora disponibili running back più quotati come Andre Williams di Boston College, Devonta Freeman di Florida State o soprattutto Ka’Deem Carey di Arizona.

Per quanto riguarda Crichton, la chiamata l’ha spiegata Spielman molto sinteticamente: “in una pass-happy league avere quanti più pass-rusher non è mai abbastanza e Crichton era il miglior giocatore disponibile in quel momento”. Defensive end pure da 4-3, il ragazzo di origini samoane, è stato nel corso della sua carriera collegiale uno dei migliori cacciatori di quarterback della Pac-12 (la stessa da cui proviene anche Barr), capace di mettere a segno in 3 stagioni 22,5 sack e 51 TFL, e verosimilmente verrà inizialmente impiegato nelle rotazioni, tanto care a Zimmer, sia come left che come right end. L’HC è stato molto chiaro sul fatto che in campo scenderanno solo i migliori, ma è difficile credere che il rookie riesca a partire titolare dinanzi ai più esperti e performanti veterani Griffen e Robison. Robison al quale Crichton è stato comunque non a caso paragonato, in quanto pur non essendo un freak atletico eccelle nelle qualità che possiede, prima tra tutte la versatilità che gli ha permesso di essere schierato ad Oregon State tanto come end nei front base quanto di essere spostato all’interno nei  passing down, ma anche l’ottima tecnica grazie alla quale in pass rush riesce a sopperire ad un fisico come detto non fenomenale ma comunque ben strutturato (6 piedi e 3 per 273 libbre). Da rimarcare anche la sua serietà (ha deciso di rendersi eleggibile con un anno di anticipo per aiutare economicamente la famiglia nella quale la mamma pratica due lavori poiché il padre di Crichton, disabile, non può lavorare) che ne fanno se possibile un complemento ancor più solido per Minnesota.

Quella di McKinnon è invece una scelta che convince un po’ meno, in parte per il fatto che come detto in precedenza c’erano ancora tanti prospetti interessanti tra i running back che forse davano qualche garanzia in più per un ruolo di backup di AP, ma soprattutto perché il running back sarebbe potuto arrivare il terzo giorno dando la precedenza ad un ruolo, quello del cornerback, che richiedeva un innesto con più urgenza. Probabilmente però c’era la paura che tra fine terzo ed inizio quinto giro il ragazzo da Georgia Southern sarebbe andato via. McKinnon proviene come detto da Georgia Southern, un college della FCS, ed è salito alla ribalta per numeri di primissimo livello fatti registrare non sul campo, come ad esempio per Terrance West di Towson, bensì alla Combine in cui ha corso le 40 yard in 4.41, saltato al vertical jump per 40,5 pollici e sollevato 225 libbre per addirittura 32 ripetizioni alla bench press (per fare un esempio, un armadio dotato di incredibile atletismo come l’offensive tackle Taylor Lewan ne ha fatte 29…). Numeri impressionanti quindi, che hanno evidentemente indotto i Vikings a spendere per lui un terzo giro. In possesso di rapidi cambi di direzione, di ottima accelerazione e di un frame fisico ben amalgamato, il ragazzo in verità ha ancora molto da dimostrare visto che a Georgia Southern ha giocato il maggior numero di snap come quarterback da read-option, visto che in pass protection lascia molto a desiderare e visto che come ricevitore è tutto un’incognita (nel 2013 ha ricevuto soli 3 passaggi per 23 yard). Quest’ultimo aspetto è quello che rende la sua scelta più difficile da inquadrare, in quanto la ricerca di un RB in questo Draft era subordinata agli schemi di Turner nei quali al ball carrier è anche richiesto di avere buone mani per ricevere nel backfield. Insomma sembra di essere indubbiamente dinanzi ad un freak atletico e, come un po’ per Barr, di essere dinanzi ad un prospetto molto raw sul quale poter lavorare, ma l’impressione è che ai Vikings forse servisse altro.

Il day 3 ha subito dato una risposta alla need presente nella offensive line, ovvero come già illustrato, quella della offensive guard. Con la pick #145 i Vikings sono andati a selezionare David Yankey da Stanford, il cui percorso al Draft è qualcosa di inspiegabile: considerato quasi unanimemente come 3ª migliore guardia di questo Draft, dato da molti come materiale da Round #2, senza spiegazioni (non aveva problemi caratteriali, anzi svolge attivamente volontariato portando pasti caldi ai senzatetto, non aveva fatto registrare positività a droghe o doping, non aveva avuto infortuni seri in una carriera collegiale di successo nella quale nel 2012 e 2013 era stato eletto All-American) è scivolato sino a Round #5, col quale i Vikings considerandolo best player available (BPA) l’hanno portato in Minnesota. Nel suo trascorso nel prestigioso ateneo californiano, Yankey si è dimostrato un offensive lineman estremamente versatile capace tanto di svolgere il ruolo di guardia quanto quello di left tackle, a protezione del blind side di Andrew Luck, nell’ultimo anno collegiale del talento dei Colts. In possesso di un’ottima tecnica, di braccia molto lunghe (34 pollici), piedi agili, mani ben salde dalle quali i defensive tackle fanno fatica a liberarsi, il prodotto di Stanford è abile in pass protection e se possibile ancor di più in run blocking. Non è estremamente veloce e non è una pura guardia da zone-blocking, però rappresenta senz’altro un fit molto molto importante per la linea offensiva dei Vikings. Il ragazzo dovrebbe giocarsi un posto da left guard titolare, ma nel caso dovesse risultare ancora non pronto per essere investito dei gradi di titolare (ipotesi molto remota) è possibile che venga impiegato nelle rotazioni, non solo come guardia ma eventualmente anche come left e right tackle, e scommettiamo che sarà uno degli steal di questa edizione del Draft, andando a rinnovare la tradizione vichinga di offensive lineman presi nei tardi giri e rivelatisi poi ottimi starter.

Con la prima delle loro due pick al Round #6 (Pick #182) invece, i Vikings sono andati a prendere il primo di tre di cornerback selezionati al termine del Draft, Antone Exum da Virginia Tech. In realtà non è tanto corretto parlare in questo caso di cornerback perché Spielman ha subito precisato che sarà impiegato come safety, ruolo ricoperto al college assieme a quello di cornerback. È questa una pick molto intrigante messa a segno dal board, perché il ragazzo sarebbe senz’altro andato via prima se non avesse avuto la mannaia di due seri infortuni nell’ultimo anno a pendere sulla propria testa. Al termine della stagione 2012 infatti, mentre giocava a basket subì una lesione dell’ACL e del menisco laterale del ginocchio destro. Ristabilitosi in circa 8 mesi, fece in tempo a scendere in campo in appena 3 incontri prima di subire contro gli Hurricanes una distorsione alla caviglia che lo ha tenuto fermo per tutto il resto della stagione 2013. Infortuni a parte, nel 2012 Exum (che sembra essere l’ennesimo ragazzo serio di questo Draft dei Vikings, dato che sta studiando per ottenere la seconda laurea) aveva fatto intravedere ottime cose dimostrandosi innanzitutto un giocatore estremamente versatile, venendo impiegato sia come nickel cornerback che come free safety e come rover, senza dimenticare anche il ruolo che è riuscito a ritagliarsi negli special team. Abile tanto in zone che in man coverage oltre che in run support, se dovesse dimostrare di aver recuperato una certa solidità fisica, non ci sarebbe poi tanto da sorprendersi se Zimmer arrivasse addirittura a vederlo titolare assieme ad Harrison Smith (difficile sbilanciarsi ora su chi potrebbe essere free e chi strong, visto che ambedue hanno dato prova di sé sia come placcatori che in copertura aerea, anche se la propensione del ragazzo di Virginia Tech per l’hard hitting farebbe più propendere per una coppia FS/Smith-SS/Exum) visto e considerato che la concorrenza non è irresistibile, in caso contrario è ipotizzabile un suo potenziale impiego anche come situational outside cornerback data la sua fisicità ed una struttura fisica comunque non eccessivamente penalizzante (6 piedi per 213 libbre), oltre che negli special team. Tra tutti i prospetti selezionati negli ultimi due giri, Exum sembra ad ogni modo quello con le più alte chance di superare i tagli a roster nel mese di settembre, con le sole condizioni fisiche a rappresentare l’unico possibile ostacolo.

Tempo una chiamata ed i Vikings con la Pick #184 sono andati poi a scegliere il secondo defensive back del loro Draft, ovvero Kendall James, in uscita dalla piccola Università del Maine, altro college del circuito FCS. Primo prospetto selezionato in questo Draft dai Vikings a non essere fisicamente un gigante della categoria (5 piedi e 11 per 180 libbre), ha comunque dalla sua un’ottima velocità di crociera (alla Combine ha stampato un più che soddisfacente 4.40 alla 40 yard dash), interessanti ball skills ed una marcata abilità nell’eseguire con successo la zone coverage più che la man coverage. Gli aspetti negativi sono invece legati fortemente alla sua struttura fisica, poiché braccia corte e mani piccole lo limitano in pass breakup e soprattutto intercetti, e data la sua altezza va chiaramente in difficoltà nel coprire adeguatamente tight end e wide receiver fisicati. Possibile, anche perché il più ovvio, un suo impiego come backup di Munnerlyn nel ruolo di nickel cornerback se non fosse che in run support è notevolmente carente, un “posto fisso” dovrebbe comunque trovarlo negli special team, nei quali con la maglia dei Maine Black Bears ha particolarmente brillato come gunner. Buone comunque per lui le possibilità di far parte dei 53 a roster a settembre.

Nel 7º ed ultimo giro invece, Spielman è andato a selezionare tre prospetti che si giocheranno un posto al training camp estivo e che nella migliore delle ipotesi andranno a costituire materiale da depth chart. Parliamo di Shamar Stephen, defensive tackle da Connecticut abbastanza monodimensionale, per cui è ipotizzabile al più un impiego come backup di Joseph come nose tackle, Brandon Watts, outside linebacker da Georgia Tech, che verosimilmente troverà, almeno inizialmente, la sua dimensione negli special team data la sua notevole velocità e l’esperienza come gunner in punt coverage, ed infine Jabari Price, cornerback da North Carolina, che anch’egli con la sua velocità (ha corso 4.45 alla 40 yard dash) dovrebbe ritagliarsi il suo spazio negli special team.

Nota a pié di pagina per i 15 undrafted rookie, tra i quali vale la pena spendere due parole per quello che senza dubbio è il nome più roboante tra quelli bloccati quest’anno da Spielman, ovvero Antonio Richardson, offensive tackle da Tennessee, dato quasi unanimemente dai vari mock come materiale da 2º al più 3º giro, ma non oltre. Ottimo atleticismo per la sua stazza (alla NFL Combine è stato misurato 6 piedi e 6 per 336 libbre), braccia lunghe (35 pollici) e solide mani, piedi veloci e buon cambio di direzione sono i punti a favore di questo ragazzo che però nella sua carriera collegiale a Tennessee è sembrato essere poco consistente, soprattutto in pass protection, giocando più di qualche match al di sotto delle proprie potenzialità e soffrendo in alcuni match pass rusher come Clowney (per quanto comunque sia nell’ordine delle cose) o Ealy. Footwork rivedibile, così come la tecnica, anche in run blocking ha ancora margini di miglioramento poiché tecnica e consistenza non sono ancora a livello pro. A quanto si è potuto apprendere nonostante abbia giocato come titolare tutti gli ultimi 24 match dei Vols, egli avrebbe una microfrattura al ginocchio che dovrebbe aver dissuaso i vari team dal selezionarlo. Dovesse comunque giocarsi bene le sue chance al training camp ha già un futuro scritto come backup dell’ottimo right tackle Phil Loadholt, o al limite come guardia. L’impressione generale è che su di lui ci sia ancora da lavorare per limare i diversi difetti elencati, che sembrano tuttavia essere corregibili per ottenere nel giro di 1-2 anni un lineman di valore.

Dunque, una offseason molto convincente da parte dei Vikings che sembrano essersi mossi molto bene a partire dalla scelta dell’head coach, passando per la free agency sino al Draft, dove non è difficile sposare quasi tutte le scelte di Spielman. Forse si poteva fare qualcosa di meglio nel ruolo di cornerback, ruolo nel quale ci si è mossi solo a partire dal 6º giro e dove ora all’esterno verosimilmente si cercherà di rilanciare Josh Robinson, così come sorprende un po’ il fatto che, dopo aver cercato di prendere un giocatore del calibro di Henry Melton in free agency, poi la posizione di defensive tackle sia stata a conti fatti trascurata, visto e considerato il solo innesto di Stephen, che ad oggi sembra un po’ difficile o quantomeno prematuro etichettare come presa di qualità. Come già ampiamente spiegato non convince del tutto la scelta del running back di riserva, mentre invece ci sembra condivisibile tutto sommato la mancata aggiunta di un middle linebacker, un ruolo nel quale la squadra di certo non eccelle, ma che allo stesso tempo proponeva i migliori prospetti nei primissimi giri, nei quali andavano soddisfatte necessità ben più urgenti. A tal proposito va segnalato che con l’arrivo di Barr, negli ultimi giorni si sta facendo avanti anche l’ipotesi di uno spostamento a Mike di Chad Greenway, in alternativa dato come nuovo Will della squadra. Per il resto confortanti invece le risposte arrivate nei principali ruoli scoperti che la squadra aveva alla vigilia del Draft, che ora, almeno sulla carta, non sembrano essere poi molti come invece 5 mesi fa.