Ferguson: al di là del football
St. Louis, stadio Edward Jones, sono circa le 19 italiane, l’una a New York, le 12 nel Missouri. Lo stadio è in fermento perché stanno per entrare i giocatori in campo e dare il via alla partita contro gli Oakland Raiders. Dal tunnel cominciano ad apparire due figure, Tavon Austin e Kenny Britt, poi si aggiungono anche Jared Cook, Stedman Bailey e Chris Givens. Non è una classica entrata in campo piena di lampi e frastuono; i giocatori si fermano sulla bocca del tunnel e con le mani alzate iniziano quella che sembra una danza. Poi escono sul campo, con una piccola corsa, sempre mantenendo le mani ben sopra la testa.
Il pensiero corre subito 13 km più a nord di Saint Louis: a Ferguson. Nessuno ha potuto dimenticare cosa avvenne il 9 Agosto di quest’anno in quel sobborgo, e i giocatori dei Rams, con la loro entrata atipica, hanno voluto far capire che anche loro non hanno dimenticato. Il giorno prima quel maledetto 9 Agosto, i Rams avevano giocato la loro prima partita di pre-season contro i Saints: una sconfitta. Ma cosa è successo quella mattina a Ferguson? La storia è così complessa che è estremamente difficile sintetizzarla in un articolo. Sia sufficiente sapere che sui fatti di quella mattina ci sono state indagini separate da parte di: FBI, Polizia di Ferguson e Dipartimento di Giustizia. Tre sono state le autopsie e 4,500 sono stati i partecipanti al funerale. Autopsie? Funerale? Sì, il nove Agosto a Ferguson un ragazzo di 18 anni è stato ucciso da un agente di polizia.
Un fatto tragico che ha dato il via ad intere settimane di guerriglia urbana nel sobborgo di Saint Louis. Le proteste hanno alimentato alcune polemiche non proprio piacevoli sul fatto che a Ferguson i governanti, la classe dirigente, e la polizia sono in maggioranza bianchi, ma la maggioranza della popolazione è afro-americana. Il sobborgo non è di quelli che si raccomanderebbero ad una giovane educanda: le tensioni sono molte, il reddito pro capite è basso, la delinquenza in crescita… come in tutta Saint Louis del resto. Il fatto è che a sparare è stato l’agente Darren Wilson, e a morire è stato Michael Brown: Wilson bianco, Brown afro-americano. La ricostruzione di quella mattina è oggetto di controversia, con registrazioni audio, testimoni, prove fisiche, interventi, ritardi, provocazioni e tanto tanto odio. Il governatore del Missouri è stato costretto a dichiarare lo stato di allarme e a fare intervenire la Guardia Nazionale. Di certo c’è che Brown alle 11.51 era ancora vivo ed era in uno “store” con una scatola di sigari in mano, nemmeno 15 minuti dopo era senza vita in mezzo alla strada. Da quel momento sono inziate le proteste, pacifiche, violente, l’intervento di Obama, le dichiarazioni di personaggi importanti, le inchieste giornalistiche, le prese di posizione, le esternazioni del Gran Jury… In parole povere, inizia una vera e propria guerra.
Qualche giorno dopo la sparatoria, la Polizia rende pubblico un video in cui il ragazzino 18enne caduto sotto i colpi della pistola di Wilson, viene un po’ ridimensionato dalla retorica dei primi racconti: innanzitutto scopriamo, almeno noi italiani sempre tardi ad avere notizie concrete e sempre facili ad abboccare alla retorica, che il ragazzino è un ragazzone di un metro e novantatre per 132 kg, che alle 11.51 di quel nove Agosto è stato ripreso dalla telecamera di sorveglianza dello “store” e nel video è evidente che egli prende la scatola di sigari ed ha un alterco con il commesso. Se ne va senza pagare e subito dopo arriva la segnalazione alla polizia di una rapina. La descrizione è proprio quella di Brown: maglia bianca, calzoncini color cachi, cappellino dei Cardinals (baseball), accompagnato da un altro ragazzo (Dorian Johnson). 4 minuti dopo la segnalazione, l’agente Wilson ferma proprio Brown e Johnson sulla strada nei pressi dello “store”. Senza scendere dall’auto ma proseguendo a passo d’uomo con essa, l’agente invita i due a salire sul marciapiede. I dialoghi sono oggetto di controversia ma fatto sta che i due non eseguono l’ordine, il poliziotto a quel punto fa manovra e torna vicino ai due, Brown inizia una lotta con Wilson: l’agente ancora dentro l’auto, il ragazzo fuori, tramite il finestrino. Parte un colpo di pistola, secondo l’FBI due colpi. Almeno uno colpisce alla mano Brown che scappa, Johnson rimane dietro l’auto. L’agente Wilson insegue il fuggitivo e spara ancora. Alcuni sostengono che il poliziotto abbia sparato i colpi mortali a Brown mentre questi era con le mani alzate in atteggiamento di resa, la versione di Wilson invece vedrebbe l’agente seguire Brown per un breve tratto ordinandogli di buttarsi a terra, poi Brown si sarebbe voltato e avrebbe cominciato a correre verso il poliziotto, tenendo una mano sotto la maglia all’altezza della cintura, a questo punto Wilson alternando ordini perentori a spari, avrebbe finito in ultimo per colpirlo alla testa uccidendolo. Quello che c’è di sicuro è che Brown è stato ucciso con sei pallottole, tutte sparategli frontalmente.
Le notti violente di Ferguson sono durate molto, c’è stato bisogno anche di un coprifuoco, dello stato d’allarme, della Guardia Nazionale… Quando il 24 Novembre, il Grand Jury, formato da 7 bianchi e tre afro-americani ha deciso che non c’è da procedere contro Wilson, la rivolta sembrava inevitabile. Settimane buie, difficili. Ed ecco che il 30 Novembre, a soli sei giorni dalla conferenza stampa in cui si enunciava la decisione del Grand Jury, cinque giocatori afro-americani della squadra di Saint Louis, a soli 13km dal centro di Ferguson, entrano in campo con le braccia alzate. Una presa di posizione, che piaccia o meno, molto forte e che ha già portato a grandi proteste da parte della Associazione dei poliziotti di Saint Louis che si è definita profondamente delusa dalla “scena” dei giocatori dei Rams. Sono state chieste delle scuse formali ma per ora è arrivata la voce degli autori di questo gesto; Britt ha affermato che il loro intento era quello di fare qualcosa per la loro comunità, far sentire il loro appoggio.
Molto chiare le parole del TE Cook rilasciate a termine della partita:
“Non siamo nella condizione di andare a Ferguson e di fare qualcosa perché siamo troppo impegnati. Secondariamente è molto pericoloso andarci e nessuno di noi vuole finire in nulla di simile. Abbiamo voluto esporci e mostrare il nostro rispetto per chi protesta e per tutta la gente che sta facendo un gran lavoro ovunque nel mondo per questa causa”
Ipocrisia da miliardari che giocano a fare la protesta semplicemente alzando le mani davanti ad una telecamera? Forse. Gran gesto da parte di uomini solitamente lontani dalle vicende quotidiane di un sobborgo come Ferguson, con l’intento di dare supporto, simbolico e mediatico, a chi invece è costretto a vivere questi drammi (è il caso di dirlo), sulla propria pelle? Forse. Sciocca ingerenza all’interno di un procedimento penale, molto complesso e delicato, da parte di “showmen” poco informati e facili alla retorica pietista? Forse. Ognuno si sentirà in diritto di esprimere la propria opinione sui fatti, sui modi, sulle questioni… quello che è certo è che questa non è una storia allegra, non ha a che fare con lo sport, e da qualunque parte la si voglia vedere rimangono pur sempre il corpo senza vita di un ragazzo a terra, un poliziotto che ha rassegnato le dimissioni per paura di ritorsioni e violenze varie, ed una città di oltre ventimila abitanti tutt’ora attraversata da odio e rancore.

