New Orleans Saints: il talento non basta

Pur non seguendo la NFL da tantissimi anni ho visto i Saints perdere partite incredibili ma con quella di Domenica credo (e spero) di aver toccato il fondo. 41-10 contro uno degli attacchi più sterili dell’intera lega e con un attacco dei più prolifici è roba che neanche Nostradamus alla settima pinta di birra doppio malto sarebbe riuscito a predire.

Dopo una sconfitta del genere mettersi a dare voti mi sembra un’operazione inutile oltre che dannosa per la mia salute mentale. Se volete un breve riassunto della partita vi basterà guardare questo video del ’96 di Jim Mora, allenatore dei Saints dal 1986 al 1996, che riassume perfettamente ciò che abbiamo visto contro i Carolina Panthers:

Concentriamoci piuttosto su questa squadra e il momento di crisi che sta attraversando.

In attacco, nonostante alcune lacune evidenti (Marques Colston che negli ultimi due anni ha droppato tantissimi passaggi, Jimmy Graham che ogni tanto sparisce, una linea d’attacco spesso in affanno evidente) ciò che forse mi turba di più sono gli schemi. O meglio, le chiamate. Quest’anno Sean Payton ha davvero buttato al vento troppe opportunità, specialmente nella red zone. Forse sarebbe meglio dedicarsi di più alla squadra (e alla partita) e lasciare l’onere di chiamare le azioni all’OC, dando magari una rinnovata al playbook che non fa mai male.

La difesa è il reparto palesemente più disastrato e non solo a causa degli infortuni: la secondaria (guidata da un Kenny Vaccaro assolutamente irriconoscibile dopo un anno da rookie spettacolare) è un colabrodo, l’unico linebacker buono a roster è Curtis Lofton e la linea di difesa non riesce a creare un minimo di pressione sulla tasca avversaria. Per non parlare della difesa contro le corse. La mancanza di fiducia tra i vari reparti è piuttosto evidente.

Emotivamente la squadra è fragile, tanto da riuscire a mettere insieme quattro quarti di buon football solo quando sono gli altri a commetere errori (turnover, 3-and-out offensivi) prima di loro (vedi Pittsburgh la scorsa settimana). Alla prima difficoltà che si presenta, sia essa una conversione di troppo concessa in difesa o un malfunzionamento in attacco, i Saints cominciano a sciogliersi come neve al sole e il collasso è sempre più vicino man mano che la partita avanza. Come può accadere ciò? Su alcune testate online sono state avanzate svariate ipotesi in proposito e un tema ricorrente è quello della mancanza di leadership.

Dopo lo stravolgimento dell’ultima offseason quando i Saints hanno perso giocatori come Jabari Greer, Will Smith, Jonathan Vilma e Lance Moore e lo spogliatoio è rimasto con molti giovani, senza dubbio talentuosi, che tuttavia non riescono a giocare uniti, come una squadra. Seppur necessari per via di infortuni, età e problemi di salary cap, quei “tagli al personale” ci hanno lasciato una gruppo di giocatori con poca esperienza che non riesce a reagire appena le cose cominciano ad andare male. E così, nonostante il talento individuale di giocatori come Junior Galette e Kenny Vaccaro, arrivano le prime sconfitte, i primi malumori e si arriva in week 14 con Galette che dichiara alla stampa che (parafraso) “i nuovi giocatori sono nettamente migliori dei veterani che se ne sono andati la scorsa estate.”

Peccato che al momento la difesa dei Saints sia al 31° posto nella lega mentre i “vecchi” hanno un anello al dito.

E tutto questo porta a far dire a Brees, l’eterno ottimista, frasi come “I think we obviously still have a lot of maturing to do” e “Maybe we just need to be more professional.”

Un’altro dei “vecchi”, Zach Strief, ha apertamente difeso i suoi ex compagni con un tweet che recita:” [Vilma] and [Will Smith] are the benchmarks for leadership and professionalism, blessed to have been their teammate. #walktogetherforever”

Professionalità, maturità, leadership, fiducia. Per vincere in NFL il talento non basta.

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