Gli appassionati di football #3: Playbook
Sono tanti i ragazzi che si appassionano al football e fanno conoscere la loro passione attraverso i canali di comunicazione, vogliamo presentarvene alcuni nel corso di queste settimane, questa settimana è la volta della crew che da vita alla trasmissione “radiofonica” dal titolo “Playbook”, che tratta di sport d’oltreoceano tra cui anche il football, composta da Stefano “Bota” Rondolino, Francesco “Goosy” Cugusi, Alessandro “Zara” Zaramella, Carlo “Teddy” Benedetto.
Intanto, molto brevemente, fatevi conoscere: chi siete e come siete arrivati al football, casomai siate partiti altrove.
Ciao a tutti io sono Stefano, per tutti Bota e ho 37 anni. Mi sono avvicinato agli sport americani partendo dal baseball, avendolo provato da piccolo durante delle vacanze studio negli USA. Da sempre appassionato di cultura americana ho iniziato a giocare a Football nei Blacks Torino (prima che ci spostassimo a Rivoli) nel 1999. Ora seguo la squadra, a cui sono ancora molto legato, nelle vesti di DJ e speaker alle partite casalinghe.
Io sono Francesco ma se seguite Playbook mi conoscete come Goosy, arrivo principalmente dalla NBA come credo la gran parte degli appassionati italiani di sport a stelle e strisce, e la mia conoscenza del football posso dire di essermela costruita completamente da solo sul web con qualsiasi mezzo possibile; aver calcato il campo da gioco seppur per pochissimo tempo ha aiutato moltissimo a conoscere e amare questo sport.
Sono Alessandro, 28 anni, mi sono avvicinato al football ormai più di 10 anni fa vedendo le partite (poche) che ai tempi, venivano trasmesse in chiaro, avvicinamento diventato passione tanto da giocare per 3 anni a football nei Blacks Rivoli prima di un infortunio al collo che non mi ha più permesso di giocare.
Carlo Benedetto (detto Teddy), 22 anni, studente universitario col vizio degli Stati Uniti. Un giorno vagando per le corsie della Fnac mi sono imbattuto in una copia di NBA Live 08 a quindici euro e da li sono entrato nel vortice dello sport americano. Cominciando a seguire sporadicamente l’NFL mi sono innamorato di LaDainianTomlinson e quando ha firmato con i Jets dopo essere stato lasciato per strada da San Diego mi son detto: “questi mi stanno simpatici, tiferò per loro!”. Non l’avessi mai fatto.
Quali sono i tratti salienti del vostro vivere la passione per sport diversi dal pallone, in una delle città simbolo del pallone italiano?
Stefano: Ormai il web e i social network permettono di discutere di sport americani senza problemi. Torino ha inoltre molti appassionati di football e basket e non è inusuale incontrarsi nei locali, anche se quando succede è più facile che ci si confronti sulle società nostrane più che su quelle americane, anche perchè si tratta spesso di giocatori, prima che tifosi, quindi la rivalità e i gossip non possono certo mancare.
Francesco: Forse a questa domanda possono risponderti in maniera più interessante gli altri, io sono anche un grande amatore del calcio avendo giocato per 12 anni da quando ne avevo 4, e sono tifassimo del Toro quindi la mia passione è anche nel calcio.
Alessandro: Ovviamente essendo uno sport di nicchia è vissuto in parte in modo diverso (non ti trovi al bar a parlarne come per il calcio) ma per altri aspetti in modo uguale (la sacralità delle dirette notturne e non) qui a Torino per fortuna essendoci 2 squadre di football si è riusciti anche a mettere su un discreto gruppo di appassionati con cui di volta in volta seguire le partite. Per quel che riguarda il calcio, è uno sport per cui non ho minimamente interesse.
Carlo: Io in materia calcistica posso vantare un’ignoranza comparabile a quella di Bagatta in fatto di football, però tifando Jets mi identifico molto con i tifosi del Torino, loro mi capiscono.
Come mai la scelta di far sfogare la vostra voglia di parlare di sport “di nicchia” in questa modalità?
Stefano: Fare radio è in primis un divertimento. Grazie alla TV on demand, ma anche ad alcuni canali in chiaro, gli sport che amiamo iniziano ad attirare l’interesse e la curiosità di un pubblico sempre maggiore, e capita sempre più spesso di ritrovarsi a parlarne con un pubblico più profano. L’unione delle due cose ci ha spinto a provarci, per vedere se in effetti la cosa poteva interessare, e così è stato.
Alessandro: Mah, diciamo che nessuno lo ha mai fatto, in Italia per sfortuna/fortuna esiste solo il calcio, quindi perché non provare qualcosa di nuovo, visto soprattutto come sta crescendo il football negli ultimi tempi.
Come mai la diretta radiofonica piuttosto di una più comoda e tagliuzzabile registrata?
Stefano: La nostra è una radio giovane, ha tre anni di vita. E’ solo da metà della passata stagione che ci si è presentata la possibilità di trasmettere in diretta. Era un salto professionale che ci piaceva fare, anche perchè in passato io ho già condotto delle trasmissioni su radio FM e la cosa non mi preoccupava. La diretta consente di ricevere telefonate improvvisate, anche se per mancanza di tempo cerchiamo di non farne, ma soprattutto di interagire con noi attraverso la chat che compare nel player da cui ci si ascolta, sul sito o via mobile. E’ una piccola grossa soddisfazione per noi.
Inoltre postprodurre una puntata, cosa che faccio per altre trasmissioni, richiede del tempo e preferiamo andare in onda a ridosso del weekend per essere il più vicini possibile agli eventi di cui parliamo, senza far passare troppo tempo.
Francesco: Il primo anno Playbook andava in onda solo registrata, con le puntate disponibili in podcast come è di fatto anche ora; in seguito abbiamo avuto la possibilità di andare in onda in diretta e io e Bota, fondatori della trasmissione, amiamo le sfide e abbiamo da subito approfittato per questa opportunità che crediamo dia comunque prestigio alla trasmissione proprio perché come dici tu non è una cosa semplice o comoda.
Carlo: Credo che la spontaneità della diretta non sarebbe la stessa cosa se registrata e rimaneggiata.
Come è venuta l’idea della collaborazione con una radio on-line? E come si è sviluppata?
Stefano: I ragazzi che hanno avviato la radio erano miei conoscenti. Col passare del tempo siamo diventati amici ed è capitato che si parlasse di football. Essendo loro estranei al nostro ambiente mi ero stupito che ne sapessero qualcosa, ma è saltato fuori che si erano avvicinati alla palla ovale un po’ grazie alle partite in chiaro e un po’ grazie ai loro viaggi negli USA prima, e alle nottate su Madden poi. Stavano ampliando il palinsesto e mi hanno proposto una trasmissione sul football. In Italia qualcosina esiste già, ma alcune realtà locali seguono in primis la società della propria città e il football italiano. Ho pensato che sarebbe stato bello e più originale imbastire un progetto che coprisse tutti i maggiori sport americani e così è nata Playbook.
Francesco: A me lo ha proposto Bota che aveva già i contatti coi ragazzi di Electo Radio.
Come preparate la scaletta del programma? Ci sono molti margini di improvvisazione?
Francesco: Principalmente io mi occupavo di preparare i contenuti sportivi ma da quando ci siamo allargati come squadra la cosa nasce in maniera più naturale; credo che l’improvvisazione debba essere alla base non solo delle trasmissioni ma sia necessaria per rendere il tutto meno noioso o monotono per chi ascolta; prepararsi una sfilza di numeri e statistiche che comunque gli appassionati già conoscono, non sarebbe servito a nulla se non accompagnato da una buona dose di battute, spunti personali e riflessioni completamente fatte sul momento.
Alessandro: La scaletta del programma viene fatta parlando principalmente di fatti e partite che hanno avuto risvolti di maggior visibilità nel week end, altrimenti necessiteremmo di 3h di trasmissione.
Carlo è dei Jets, secondo voi che avete esperienza diretta, è contagioso?
Stefano: L’unica cosa che è contagiosa, nell’averlo a fianco, è l’ilarità
Francesco: Credo sia la malattia meno contagiosa esistente
Alessandro: No, mai, per fortuna il brutto gioco non lo è mai.
Carlo: Ma va, i Jets causano gravi problemi al fegato, per non parlare della salute mentale, ma sono tutto tranne che contagiosi.
Francesco, secondo te Bill Belichick nei momenti di relax disegna le collezioni di Dolce&Gabbana?
Francesco: Guarda proprio da poco è noto l’aneddoto di Belichick che si è presentato al meeting con la squadra dopo la vittoria in San Diego mostrando a tutti le foto che il buon Gronk ha fatto a petto nudo con dei cuccioli di gattini e li son scoppiati a ridere tutti tra cui Darrelle Revis che ha raccontato il fatto ai media; io credo che a parte le battute, Belichick per chi ha la fortuna di conoscerlo di persona sia tutto altro che un mostro o un freddo stratega, quello lo è per la parte che consociamo noi ovvero quella del pallone ovale.
Carlo: Non esiste. Vorrebbe dire aprirsi troppo al mondo esterno!
Se aveste un genio della lampada, cosa chiedereste della vostra trasmissione?
Stefano: Ho pensato a lungo alla risposta da darti: sai che sono contento così? Forse al genio chiederei di dirmi esattamente in che percentuale i nostri follower seguono NBA, NFL, NHL e MLB, in modo da dedicare loro tempi proporzionati. Avevamo fatto un sondaggio ma saperlo con maggior accuratezza è uno dei miei pochi attuali crucci.
Francesco: Un canale con visibilità nazionale senza dover per forza passare dai social per farci conoscere che è una cosa che detesto personalmente.
Alessandro: Avere una visibilità tale da poter trasmettere parte della nostra passione a quante più persone possibile.
Carlo: Forse una durata maggiore per un po più di approfondimento su quello che trattiamo.
La scelta della musica da proporre. Vostri gusti musicali o una scelta di abbinamento con gli sport che trattate?
Stefano: Io personalmente arrivo dall’Hip-Hop ma ho iniziato ad aprezzare molto l’hard-rock facendo lo speaker e il DJ alle partite di football: è il genere che si presta meglio (la black music non piace a tutti allo stesso modo e per scaldare i giocatori in campo il rock è sicuramente più idoneo). Sugli spalti, tra le mamme e le fidanzate dei giocatori, il metal fa troppo bordello e piace meno, il punk è meno massiccio e quindi lascio che sia l’hard-rock a prevalere. Così è per Playbook: 70% hard-rock e il resto di punk, metal e rock classico.
Francesco: Bota seleziona la musica pertanto credo che sia più interessante la sua risposta
Un pregio e un difetto di una trasmissione del vostro tipo.
Stefano: Il pregio è l’originalità del format e l’ascoltabilità. Ho la presunzione di dire, ma molti follower lo confermano, che seppur sia di nicchia e a tratti molto tecnica risulti ascoltabile e comprensibile anche a un pubblico profano. Il difetto è che parlare di quattro sport volendo stare sotto i 40 minuti è difficile, non riusciamo sempre ad approfondire quanto vorremo.
Francesco: Un difetto è sicuramente quello che andando in onda una volta alla settimana, rischi di diventare subito “vecchio” per argomenti trattati anche se uno ti ascolta solo il giorno dopo essendo frenetici i ritmi degli sport d’oltreoceano; un pregio è che benché ci sia già qualche trasmissione sportiva indipendente simile a noi, noi trattiamo i 4 maggiori sport pertanto uno interessato a 360 gradi delle maggiori discipline da noi troverà sempre contenuti interessanti.
Alessandro: Pregio: bella musica e commenti competenti. Difetto: il poco tempo per parlare di tante cose
Carlo: Direi la facile accessibilità grazie al web e dover stare un’ora la settimana in una stanza con tifoso Patriots!
Avete fatto una valutazione dell’esperienza della scorsa stagione? In che modo avete aggiustato eventualmente il tiro?
Stefano: Una volta forse eravamo più tecnici ma meno divertenti e la trasmissione era un po’ più freddina. Abbiamo cambiato leggermente approccio. Riteniamo che essere troppo tecnici e statistici non sia una mossa vincente poichè saremmo noiosi per l’ascoltatore casuale e diremmo cose che un appassionato ha comunque già letto o andra comunque a vedere. Abbiamo optato per una trasmissione più veloce che puntasse più sul confronto tra opinioni diverse. Aver aggiunto Zara e Teddy è stato un bel salto: io al di qua del vetro noto sempre con piacere come spesso loro e Goosy sostengano idee diverse ma sempre motivandole e in modo molto competente. E’ un piacere sentirli discutere e infatti quest’anno intervengo anche meno.
Francesco: Io e Bota abbiamo condotto da soli la prima stagione e sicuramente la direzione è stata quella di voler coinvolgere maggiormente ospiti, ascoltatori ed eventuali partners come voi di Endzone.
Infine, la scusa della radio non regge: spiegateci sul serio perchè non avete nessuna velina.
Stefano: Avevamo una velina ma l’abbiamo dovuta licenziare. Ridacchiava sempre quando parlando di MLB si nominavano le palline e la mazza…
Francesco: La velina c’è, è Carlo, per quello in puntata non lo sentite mai.
Alessandro: Perché fondamentalmente le donne di sport capiscono poco, se non servono neanche come bella presenza come in TV perdono di significato
Carlo: Ah non lo sapete? Zara si vergogna e non riesce più a parlare in presenza del gentil sesso!

