Chicago Bears 2014: Lo scivolone dopo il letargo

Era la post season 2013 e la città di Chicago fremeva di sogni, ambizioni e proclami post risveglio.

Dopo l’opaco 8-8 di esordio, Marc Trestman e soci mettevano pubblicamente la freccia e si buttavano sulla corsia di sorpasso, a tutta birra. Dal canto loro, i giocatori, non si facevano mancare nulla: Brandon Marshall eleggeva il suo QB, Jay Cutler, a possibile MVP dell’anno seguente, Lamarr Houston e Jared Allen si mostravano carichi e affamati di sack come non mai e chi arrivava o restava in Navy&Orange alzava gli artigli e prometteva una stagione cannibale; e intanto la città si scaldava…

Bene, non sono servite 16 week per gettare una bella secchiata di acqua gelata sul pelo degli Orsi dell’Illinois. Nell’anno dell’Ice Bucket Challenge, son bastate le prime 6-8 settimane per capire che i Monsters of the Midway sarebbero usciti dalla loro doccia gelata come tanti piccoli cucciolotti infreddoliti. Record finale di 5-11 in Division e ultimo posto nella NFC North, il risultato.

Viene spontaneo chiedersi cosa non abbia funzionato sulle sponde del Lago Michigan e ad una prima occhiata la risposta è: Boh, di tutto?

Partiamo dall’uomo dell’anno, in negativo: Jay Cutler. A marzo scorso venne candidato dai compagni all’MVP 2014 e, considerando i numeri del 2013, moltiplicati per un ipotetico, ulteriore, miglioramento, questa teoria non sembrava poi così assurda. Orbene, giunti alla quindicesima settimana, ecco che ce lo ritroviamo panchinato e in mezzo ad un turbinio di teorie ed illazioni a proposito di una grossa Trade. Rapporto con Chicago finito, dicono i giornali. E come dargli torto? In una delle sue annate migliori (370/561 per 3812 yards, 28 TD e 18 INT per un 88.6 di QB Rating), il QB guida il suo attacco verso le ultime posizioni della lega in quanto a punti segnati, yard lanciate e yard corse. Tanti gli intercetti, tanti i sack subiti, tanti gli incompleti.
Certo non può essere tutta colpa sua; chi scrive ha difeso Cutler in passato, ne ha chiesto la testa quest’autunno ed è leggermente tornato sui suoi passi in questa postseason.

Perché? Facile… perché le colpe sono da distribuire equamente; riguardare alcune partite con attenzione non ha fatto altro che focalizzare bene tanti errori di sistema che al momento, col calore della partita in corso, erano sfuggiti a tutti. Primo fra tutti gli imputati, in tutte le posizioni, il Coaching Staff. Chiamate ridicole, schemi raffazzonati, tentativi di stupire al limite del grottesco e poca, pochissima convinzione; sia in attacco che in difesa. A completare l’opera abbiamo un pacchetto ricevitori, tra i migliori della lega, che definire “bizzoso” è dire poco: a giocate al limite del disumano, il trio Marshall-Jeffery-Bennet, ha alternato dormite e drop decisamente sanguinosi.

E il rushing game? Una barzelletta. Matt Forte è stato coinvolto pochissimo (quasi finisce in campo per referendum popolare, piuttosto che per scelta del HC) e nei momenti più sbagliati. Ora, non essendo Jay Cutler un Aaron Rodgers o un Tom Brady, cosa vuoi pretendere?

Certo, il QB è ben pagato e potrebbe fare di più, metterci decisamente del suo… ma avrei voluto vedere un Flacco o un Romo nelle stesse condizioni, con WR non sempre affidabili, senza running game e pilotati da un Coaching Staff penoso; altro che postseason.

Parlavamo di Coaching Staff e dirigenza; a tal proposito è bene ricordare che l’Head Coach (Marc Trestman) e il general Manager (Phil Emery) sono stati messi alla porta. Tale sorte non è incredibilmente (ancora) toccata al DC, Mel Tucker, colpevole di aver messo in campo la peggior difesa che abbia mai vestito la gloriosa divisa Blu e Arancio.

Ricordate i tempi dei Monsters of the Midway? Non dico di risalire a Butkus, Singletary e Perry, no; mi basta andiate con la memoria a Lovie Smith e alla Bears Defense anni 2000, a nomi come Urlacher, Tillmann, Jeffery, Briggs, Melton e Peppers. Qualcuno se n’è andato, qualcuno è andato altrove, altri son rimasti. Ma di quella difesa non è rimasto niente. Tenere Rodgers e i Packers sotto i 17-20 punti, spuntarla o perderla di misura con squadre come New England, New Orleans e Pittsburgh, annientare i numeri dei migliori WR e RB della lega…bei ricordi. Lontani, fulgidi ricordi.

Nel 2014, giocare contro attacchi piuttosto forti è significato incassare 40-50 punti almeno, anche per più partite consecutive (prendere più di 50 punti in due partite consecutive come contro GB e NE non era mai successo nella storia della franchigia).

Di conseguenza, è facile capire come la difesa dei Bears possa essersi classificata negli ultimissimi posti della lega, in qualsiasi situazione: Pass-rush da dimenticare nonostante nomi altisonanti come Houston e Allen, difesa sui lanci imbarazzante e sulle corse piuttosto molle. Nulla si salva del reparto più importante ed amato della Windy City; la filosofia Trestman doveva essere “segnare sempre più degli altri”, ma non è stato così. Volevamo essere un’altra Green Bay, ma non lo siamo. Non lo siamo mai stati e mai lo saremo.

In ottica futura le cose non sembrano molto rosee:alcuni giocatori sono in scadenza, come i pilastri Briggs e Tillman, ombre dei campioni che furono, che vorrebbero però chiudere la carriera a Chicago; la situazione secondarie è abbastanza contorta, con una lunga lista di giocatori che non trovano continuità in nessuna posizione; chi tenere? Chi lasciare? Conte è affidabile? Mundy può ritrovare il ritmo? Fuller troverà continuità?

In linea, come detto, è mancata parecchio la pressione all’avversario; Houston non ha prodotto che un unico sack, dopo il quale si è pure infortunato, Allen si è svegliato solo a fine stagione e i rookies (primo su tutti Ferguson) hanno mostrato qualcosa di buono ma nulla di eccezionale. A tirare la baracca, ci han pensato solo Willie Young e Stephan Paea, quest’ultimo, tra l’altro, in scadenza di contratto.

I nomi ci sono ma cosa ci dicono? Torneranno produttivi? Basterà un cambio di impostazione per tornare a dominare il linea? O serve già un colpo di spugna?
Venendo ai Linebacker, reparto privilegiato di Chicago, ecco che spuntano altri quesiti: Briggs resta? McClellin è ancora una carta da giocare? Bostic troverà finalmente il suo spazio? Unica bella sorpresa del 2014 è stato Christian Jones, undrafted LB da Florida State.

A onor del vero, il reparto non si è comportato malaccio: è stato il meno peggio. Peccato che questo non sia abbastanza; per il nome dei Bears ma anche e soprattutto per vincere.

Alla fine dei conti, a Chicago, è mancato un po’ tutto; eppure di materiale buono ce n’è un po’ ovunque. Questo renderà ancora più difficile il lavoro dei successori di Trestman ed Emery. Bisogna pensare chi riconfermare e chi lasciare andare, su chi scommettere e su chi mettere una croce; bisogna capire dove intervenire in Free Agency e dove col Draft.

A parere di chi scrive, giocatori come Cutler, Allen e Houston vanno per forza confermati (il QB è già stato prolungato al 2020) ; il peso dei loro contratti è decisamente esagerato e sarebbe una follia impelagarsi in improbabili trade dopo un anno di contratto o con dead money colossali all’orizzonte. Bisogna solo svegliarli di brutto, così che ritornino a produrre quello che sanno.

Al draft bisognerà intervenire pesantemente sulla difesa, ancora sulle secondarie, sulla linea e infine sui Linebacker, cercando di pescare gente subito pronta per il grande salto, godendoci gli ultimi anni di spalle coperte in attacco che ci rimangono. Di certo, la cosa da rivoluzionare completamente è l’atteggiamento. Nell’era di Lovie Smith scendeva in campo una squadra rude, aggressiva, tosta; magari perdente, a volte mediocre, ma sempre ostica e motivata. Con Marc Trestman, il “genio offensivo” dalle chiamate a dir poco discutibili, non solo abbiamo visto una squadra disorganizzata e spaiata; abbiamo soprattutto visto una squadra molle, demotivata, superficiale e questo ha fatto imbufalire non poco i tifosi che da metà stagione hanno iniziato ad accogliere i propri giocatori con fischi e boo persistenti, oltre ad essersi inventati un “FireEveryone” che ha tenuto banco fino all’ultima settimana; ma anche alcuni giocatori come quel Brandon Marshall tornato più volte in spogliatoio con il dente avvelenato e parole di fuoco per tutti.

Personalmente, se dovessi vedere in campo i veri Houston e Allen, un buon pacchetto di LB e delle secondarie solide che non mi facciano mettere le mani nei capelli, sarei già contento. Mi basterebbe non vedere più i CB e le Safety a 4 metri dai ricevitori più pericolosi della lega o la DL che si lascia scarrozzare dalla OL opposta, lasciando ai RB delle vere e proprie corsie di lancio. In attacco, con le chiamate giuste, la dovuta attenzione da parte dei ricevitori e il sensato coinvolgimento dei RB, non dovrebbero esserci problemi: il gioco di Cutler non sarà mai spettacolare, non sarà mai da lacrime né da contratto Elite…ma può essere facilmente vincente.

Basta davvero poco, per assurdo, perché questi Orsi possano uscire dalla caverna dentro alla quale sono sprofondati (invece che uscirvi belli rabbiosi dopo il lungo letargo), tornando a mordere come dovrebbero saper fare; tutto starà alla nuova dirigenza e al nuovo pool di allenatori, che dovranno essere in grado di piazzare due o tre mosse fondamentali in Free Agency e al Draft e, soprattutto, dovranno essere in grado di ridare smalto e cattiveria ad una franchigia che merita di tornare competitiva, in una città che aspetta da troppo tempo un riscatto.

 

– Nicholas J Hook –