Andy Dalton?
Da tifoso dei Bengals questo è un argomento molto delicato, per tutti gli altri probabilmente molto meno. La reazione più comune quando si nominano i Bengals è: “con Dalton non si va da nessuna parte”. Vale sia per i tifosi italiani, sia per quelli americani. Anche tra i tifosi di Cincy molti criticano il proprio QB, salvo poi festeggiare quando si arriva ai playoff. In questo articolo vorrei sottoporvi un’analisi il più oggettiva possibile e aggiungere la mia opinione personale. Badate bene, questo articolo non sarà in difesa di Dalton, ma non sarà neanche una critica, da che parte sto?In mezzo.
Si tratta di un’analisi un po’ più dettagliata rispetto ai “commentini” dei vari social per cui il mondo o è bianco o è nero, diciamo innalzando un po’ il livello. La cosa che più mi stupisce è che anche alcuni giornalisti alcune volte danno giudizi un po’ troppo grossolani, ma forse lo fanno proprio per parlare alla pancia di quei tifosi? Tutto sommato i Bengals sono una franchigia di nicchia, che ha combinato ben poco, a parte perdere di pochissimi punti 2 Super Bowl contro Joe Montana (che proprio poco non è…), un po’ di ironia si può fare e se si va oltre fa niente, non sono mica i Dallas Cowboys o i Pittsburgh Steelers… Chiudiamo qui la parentesi critica nei confronti di alcuni opinionisti e giornalisti americani, ognuno ha la sua opinione ed è giusto così.
Torniamo a concentrarci su Dalton. Ho visto molte delle partite giocate da Dalton da quando è stato draftato e vorrei concentrarmi in particolare sugli ultimi due anni, ma prima facciamo un passo indietro.
Al college, a TCU, ha avuto un’ottima carriera, coronata da un Rose Bowl e innumerevoli record per TCU, ma era college e poco importa qui. Arriviamo al Draft 2011. I Bengals scelgono A.J. Green al primo giro e Dalton al secondo, prima di lui furono scelti Cam Newton, Locker, Gabbert e Ponder, subito dopo Kaepernick. Proprio con quest’ultimo nasce il primo paragone, ma ci torneremo più avanti.
I Bengals, nati a fine anni ’60, dopo una decina d’anni di sviluppo graduale, arrivano al Super Bowl del 1980 e si replicano nove anni dopo. Nei quindici anni successivi non combinano praticamente niente e arrivano a prendere con la prima scelta assoluta il QB Carson Palmer nel 2004. I risultati migliorano, ma Palmer arriva ai playoff solo in due stagioni su sette (una saltata per infortunio). Nel 2011 inizia l’era Dalton, quattro playoff consecutivi in quattro stagioni, con quattro sconfitte alle wild-card e un record di 40-23-1, TD/INT 99/66, 85.2 di rating. Ha lanciato 14.758 yard, quarto dietro Peyton Manning, Dan Marino e Carson Palmer (a meno di 150 yard) per yard lanciate nei primi 4 anni da pro. Verrà probabilmente superato da Andrew Luck, ma questa statistica evidenzia il fatto che l’attacco ha sempre girato intorno a lui e molto meno sul gioco di corsa, escluso forse l’ultimo anno.
Recentemente Sport Illustrated ha rilasciato il suo QB ranking, in base alle aspettative per il 2015, piazzando Dalton al 20esimo posto. Dietro ci sono Kaepernick(che forse sta ricevendo critiche un po’ eccessive) e Foles (che personalmente non avrei mai scambiato con Bradford, tralasciando la questione Mariota), che secondo me non dovrebbero essere così in fondo. Ma risaliamo la classifica, tenetevi forte, 19esimo c’è Derek Carr! D’accordo un buon giocatore e a Oakland si aspettano grandi cose da lui, ma cosa ha dimostrato in un a sola stagione? Che non è da mettere in panca,mi sembra un po’ azzardato metterlo davanti a uno che ha raggiunto i playoff per quattro anni consecutivi. Un po’ più avanti c’è Cutler, e ancora più su il trio Palmer-Stafford-Tannehill, che di certo non hanno vinto più di Dalton.Nonostante ciò li considero QB di tutto rispetto, degni di un posto da titolare in NFL. Decimo Tony Romo, ma lui gioca nei Dallas Cowboys… e senza Murray che gli toglie pressione sarà molto dura quest’anno. Su Flacco ottavo non mi esprimo, sono troppo di parte. Non fraintendetemi, non voglio sminuire nessuno dei giocatori sopra citati, in generale, a parte i Bengals, tifo per lo spettacolo e, per esempio, mi piacerebbe vedere in campo Johnny Manziel e le sue giocate “funamboliche” a cui mi aveva abituato al college, nonostante i Browns siano i “nostri” maggiori rivali. L’unico con cui forse è possibile fare un confronto diretto con Dalton è Palmer, considerando che hanno giocato per la stessa squadra. Entrambi hanno trovato la franchigia in un momento di grossa difficoltà (Cincy aveva la quinta scelta assoluta al Draft 2011) è il salto di qualità con Dalton è stato molto maggiore.
Ma come lo valutiamo un QB? Dal talento? Dai titoli? Dal rating? Dalle stats? Dal record?
Mi pare ovvio che il talento è molto difficile da valutare, sicuramente Dalton non è al livello di Brady, Manning, Rodgers o Luck… Per quanto riguarda i titoli Eli ne ha vinti più di Peyton e forse neanche a New York considerano il primo migliore del secondo.
A proposito di Peyton, è abbastanza conosciuta l’immagine che confronta i primi quattro anni da professionisti tra Dalton e Manning, i numeri sono molti simili, si discostano un po’ solo nella quarta stagione, la più grande differenza è che Dalton è 0-4 ai playoff, mentre Manning era 0-2. E’ meglio perdere la prima o non arrivarci proprio? Non saprei… ma sono soltanto numeri.
Quindi cosa conta veramente? Gli anelli. Sia Boomer Esiason che Ken Anderson (i QB dei due Super Bowl di Cincinnati) hanno vinto l’MVP, ma non vengono ricordati al pari di chi il Super Bowl l’ha vinto.
Il bello del football, e degli sport americani in generale, è proprio questo, anche Cincinnati, squadra “di nicchia” può puntare in alto, nonostante una fanbase ristretta a parte dell’Ohio e del Kentucky.
Ed è qui che entra in gioco Dalton e il suo immancabile calo nei playoff. Nei primi due anni, i Bengals hanno perso il turno di wild-card a Houston. Potenzialmente Cincinnati, anche se leggermente sfavorita, avrebbe potuto avere la meglio, ma molto probabilmente, in caso di vittoria, sarebbe comunque stata eliminata al turno successivo. E’ vero, tutte le partite in NFL si possono vincere e perdere, ma a Cincy mancava qualcosa per competere con i più forti.
Terzo tentativo: si vince la division e si gioca in casa il primo turno di playoff, l’avversario è San Diego, l’attesa è molta perché questa volta Cincinnati è favorita, anche se di poco. Il caso vuole che sette giorni prima i Bengals avevano battuto agilmente proprio i Chargers a San Diego nella week 17 della stagione 2013. Il risultato però è completamente ribaltato grazie al duo Philip Rivers-Antonio Gates in giornata di grazia. San Diego prepara bene la partita e non sbaglia quasi nulla, mentre i Bengals giocano male, la terza difesa della lega concede ben 27 punti e l’attacco viene fermato con facilità. Dalton lancia un TD e due intercetti cercando invano di recuperare, per il 27-10 finale. Questa fu la più grande chance mancata dai Bengals degli ultimi anni, anche se orfani del DT Geno Atkins e del CB Leon Hall, i migliori nei rispettivi reparti, fino a quel momento i backup avevano ben figurato. L’attacco guidato dall’OC Gruden faceva molto affidamento su Dalton, anche perché Green-Ellis (3.4 di media a portata) combinava davvero poco. Si scrisse così la parola fine, vanificando le speranze alimentate dall’ottimo 11-5 della stagione regolare.
Arriviamo al 2014. Jay Gruden (OC) e Mike Zimmer (DC) partono entrambi per i posti di Head Coach a Washington e Minnesota e vengono promossi il Running back coach Hue Jackson e il linebacker coach Paul Guenther, con molti dubbi relativi alla poca esperienza del secondo. Durante la stagione la difesa fa inevitabilmente un passo indietro rispetto alla stagione precedente, complice anche la partenza di Michael Johnson e soprattutto gli infortuni di Vontaze Burfict, leader ormai indiscusso dopo un 2013 stellare. Jackson fa un ottimo lavoro in attacco, costruendo un gioco di corsa dal nulla, grazie alla seconda scelta Jeremy Hill e al FB undrafted Ryan Hewitt e beneficiando di una linea di tutto rispetto, escluso forse il tackle destro a causa dell’infortunio di Andre Smith. Nel gioco aereo le cose non vanno così bene. Il WR2 Marvin Jones (10 TD nel 2013) perde tutta la stagione a causa di un infortunio nel training camp, il primo TE Tyler Eifert ha un season ending injury (gomito) in week1 contro Baltimore e A.J. Green salta alcune partite (compresi i playoff) per infortuni minori. La stagione di Dalton è travagliata, di Mohammed Sanu si fida poco, spesso lancia su Green anche se in doppia copertura e con Gresham non ha lo stesso feeling che con Eifert. Non essendo Brady, che fa sembrare fenomeni (o quasi) anche ricevitori mediocri (come Brandon Tate), Dalton lancia circa 1000 yard e 13 TD in meno rispetto al 2013. In week 16 Cincinnati vince a sorpresa a Denver con una prestazione eccellente e si qualifica per i playoff. Jackson preferisce affidarsi maggiormente al gioco di corsa e alcune volte sembra non avere un ottimo feeling con Dalton, playbook molto conservativo e pochi big play. A Indianapolis i Bengals perdono contro Luck e compagni, che dimostrano di essere superiori sia in attacco che in difesa. Dalton, che completa poco più del 50%, ha vita molto dura: oltre a Green, Jones e Eifert, anche Gresham è out, Sanu viene annullato da Votae Davis, Tate droppa troppi palloni e solo a pensare a Kevin Brock… lasciamo stare. I top 3 receiver sono i RB Giovani Bernard e Rex Burkhead (improvvisato slot) e il fullback Hewitt. Non può non venir da sorridere se si pensa che nei Colts c’erano T.Y. Hilton, Reggie Wayne, Hakeem Nicks, Dwayne Allen e Coby Fleener. Se riuscirà a correre un po’, quest’anno quest’attacco sarà senza dubbio uno dei migliori dell’NFL.
Lo so, tutto ciò sembra esagerato. Fino a metà del terzo quarto ci credevamo anche, eravamo a soli 3 punti, poi Luck ha fatto quel lancio da 50 yard fuori equilibrio per Hilton con un uomo che cercava di tirarlo giù per una caviglia ed abbiamo capito che sarebbe finita male (finale 26-10). I Colts vinsero poi il divisional a Denver, ma persero con New England nella famosa partita dei “palloni sgonfi”.
Da un lato è sbagliato dare la colpa a Dalton per la sconfitta, dall’altro è anche vero che non ha ribaltato i pronostici con una performance eccellente. In generale sappiamo tutti che ogni tanto (3 o 4 partite all’anno) Dalton ha dei black-out, lancia i suoi 3 intercetti e in quelle occasioni condanna i Bengals alla sconfitta, ma non può essere sempre e solo colpa sua. Per il resto è valido sia tecnicamente che in fase di lettura della difesa. Non dimentichiamo che è partito titolare da subito, senza avere la possibilità di imparare da un QB più esperto come gestire la pressione; per alcuni potrebbe fare la differenza, dipende dal carattere.
Credo che quello che più gli manchi sia quello che gli americani chiamano “ego”. In effetti è un problema perché non si può “insegnare”, ma può essere compensato solo con tanta esperienza. Pensiamo a quando Flacco disse di essere il più forte QB al mondo, ovviamente non è vero, ma una fiducia (forse eccessiva) nei propri mezzi potrebbe aiutare nelle situazioni di grande pressione. Ne ha da vendere invece Kaepernick, ma anche Roethlisberger, Brady e Luck non scherzano.
L’altro problema è che la pazienza a Cincinnati non è infinita e, vale per Dalton e per l’Head Coach Marvin Lewis, arrivare solo alle wild-card non basta più. Per quest’anno è stata rinforzata la difesa e non è stato perso nessun elemento fondamentale, per formare, a detta di molti, uno dei roster più talentuosi della NFL. Inoltre l’anno prossimo scadranno molti contratti, tra cui quelli dei tre ricevitori primari e inevitabilmente si dovrà rinunciare a qualche elemento pregiato. A mio parere, se non si dovesse fare un salto di qualità, o se addirittura si mancassero i playoff, sarà inevitabile la dipartita con almeno uno dei due tra Dalton e Lewis.
Per rimpiazzare Dalton con qualcuno che sia meglio ci sono tre possibilità. La prima è draftare un rookie, ma andare a colpo sicuro su un QB con una scelta oltre la ventesima (di cui si disponeva negli ultimi anni) è praticamente impossibile. La seconda è fare un trade (già di per sé raro per la franchigia) per cui possa arrivare un QB di alto livello, ma che sia stato lasciato andare, a questo punto per un problema di soldi. Mi viene da pensare a Russell Wilson, ma se non trova un accordo con i Seahawks (molto difficile secondo me) significa che vuole troppi soldi per cui valga la pena prenderlo. La terza è A.J. McCarron, quinta scelta dell’anno scorso, grande carriera ad Alabama ed un anno di esperienza in practice squad.
Le tre ipotesi sembra molto improbabile che si verifichino se si arriverà ai playoff anche nel 2015; se invece succedesse un disastro totale, Dalton potrebbe fare la fine di Matt Schaub, anche se, col senno di poi, Houston non è riuscita a trovargli un sostituto adatto. Molto più semplice sarebbe sostituire Marvin Lewis, alla sua tredicesima stagione da capo allenatore, ormai un’istituzione. Se si volesse fare un cambiamento radicale, la prima testa a saltare sarebbe la sua.
Questo articolo è pieno di ”se” e di “ma”, un po’ di critica e una buona dose di ottimismo, tipico del periodo di off-season in cui tutti (i giocatori) sorprendono tutti (i coach)ma tutto in realtà è top secret. L’ottimismo scemerà ai primi infortuni nei training-camp e tutto prenderà una dimensione un po’ più reale. Nel sud dell’Ohio si aspetta pazienti da ormai un quarto di secolo e quest’anno le aspettative sono ancora più rosee.
WHO DEY!
– Emmanuele Boerci –

