Chicago Bears Training Camp: tra gioie e dolori.

Si sono aperti da meno di una settimana i cancelli del centro sportivo della Olivet Nazarene University (Bourbonnais, Illinois), teatro dei Training Camp dei Chicago Bears per il 2015, e già abbiamo per le mani importanti considerazioni riguardanti la prossima stagione di football.

Prima di tutto, l’approccio col nuovo staff; lungi da noi pensare che un qualsiasi giocatore avrebbe mai potuto parlare male della nuova cricca di allenatori voluta, lucidata e presentata in grande stile dal General Manager Ryan Pace, ma sembra che quanto sta uscendo dalla bocca dei vari giocatori di spicco della squadra sia proprio la verità.
Lo dimostrano i grandi progressi a livello tecnico, tattico e fisico di un po’ tutti i reparti, rinfrescati da quello che in città chiamano “Coaching Whitewash”, un lavaggio sbiancante che pare aver spazzato via il torpore dell’assonata gestione Trestman.

Ma andiamo con ordine, dividendo il discorso per reparti.
Come ogni anno, gli occhi dei supporters presenti sugli spalti sono tutti puntati sulla difesa; col cambio di impostazione difensiva, tutto è amplificato e, tra curiosità e aspettative, si cerca di valutare soprattutto la confidenza di certi giocatori coi nuovi ruoli.
A livello personale, tutti i giocatori si son detti entusiasti della gestione Fangio.
Secondo Jared Allen, che si è detto piuttosto divertito nel provare a giocare OLB, il nuovo DC può portare nuova linfa ad una difesa opaca e dare grande spazio a quella rudezza che è mancata negli ultimi due anni.
Confidente nell’uomo e negli schemi anche Lamarr Houston, mentre buoni segnali arrivano da due dei Linebacker interni in corsa per il posto: Shea McClellin e Christian Jones.
Il primo, che si pensava backup di Allen come OLB dedito alla pass-rush, si sta trovando a suo agio come ILB e pare aver guadagnato una certa leadership all’interno dell’intera difesa.
Il secondo, Undrafted nel 2014, sembra voler incrementare i risultati intrapresi l’anno scorso, quando sembrava l’unica luce in fondo ad un tunnel difensivo che non era mai stato così buio.

Discorso analogo per quanto riguarda la DL, che inizia a trovare un assetto decente e a portare risultati discreti; il reparto, ad oggi guidato dal trio Sutton-Goldman-Ferguson, con Jeremiah Ratliff in corsa per un posto di rilievo, ha iniziato questo Camp un po’ in sordina, subendo la O-Line più del dovuto, salvo riaversi nel pomeriggio del sesto giorno, durante il quale è riuscito a imporre il proprio gioco alla linea opposta.

Per quanto riguarda le secondarie, pare che il quartetto starter debba ancora essere individuato con Brock Vereen e Antrel Rolle in pole per i due posti da Safety e Kyle Fuller quasi sicuro di partire titolare nella posizione di Left CB. Ancora da vedere chi fra Jenning e Hurst finirà dall’altro lato e chi andrà invece a giocare come Nickel.
Proprio Jennings, ormai veterano dei Bears, ha decantato le gesta tattiche di Vic Fangio indicandolo come uno che “conosce il modo di far giocare una difesa nella maniera giusta”; frase piuttosto banale a primo impatto, ma che restituisce un effetto altisonante a qualsiasi fan di Chicago ancora traumatizzato dalla stagione scorsa.

Ma veniamo al reparto più incerto della storia della franchigia, l’attacco.
Partiamo ovviamente dal giocatore chiave della questione, Jay Cutler; il quarterback dei Bears ha guidato i QB della lega, nel 2014, per giveaways…ovvero per palle perse e regalate agli avversari.
Ora, notizia delle notizie, dopo cinque giorni di Camp con più di due ore di practice al giorno, i tournovers causati dal #6 sono stati, udite udite, Zero.
Nemmeno una palla regalata i DB, niente fumble, niente collezione di incompleti. Sarà anche un Camp, saranno solo allenamenti, ma intanto le cannonate partite dal braccio di Jay hanno sempre trovato le sicure mani dei ricevitori designati.
Adam Gase uomo del miracolo? Può darsi. Jay Cutler ha ammesso di aver trovato subito il feeling giusto con quanto richiesto da un Offensive Coordinator che già conosceva e che sembra aver rinfrescato la mente del QB, soprattutto se si considera che i suddetti snap sono stati giocati in assenza dei ricevitori di maggior spicco.
Gase dal canto suo ha messo in campo un attacco semplice con opzioni e decisioni del QB ridotte all’osso, preferendo un impostazione classica dedita alle chiamate dello staff.
Per quanto riguarda chi la palla la riceve, bene Martellus Bennet, che sembra approcciarsi alla nuova stagione esattamente come ha fatto a quella passata e bene anche Marquess Wilson, decisamente avviato a meritarsi una posizione che conta.

Ma veniamo ai dolori di cui parla il titolo. Limitato, come abbiamo detto, il lavoro delle due punte di diamante dell’attacco Navy & Orange: Alshon Jeffery e Kevin White.
Il primo, innalzato da fan e critica a degno sostituto di Brandon Marshall, si ritrova dopo poche ore infortunato ad una spalla, tanto da evitare l’allenamento con le protezioni nei successivi giorni del camp.
Il secondo, prima scelta dei Bears nel Draft 2015 e attesissimo dai fans corsi a comprare le jersey #13, si è presentato direttamente in PUP (Physically Unable to Perform) List all’inizio del Camp, a causa di un dolore alla tibia attribuibile ad un contatto occorso nei Mini Camp di inizio estate.
Il giocatore è stato forzato a limitare il suo allenamento agli esercizi di tipo cardiorespiratorio e di mantenimento della forma, nonostante le sue insistenti richieste di provare qualche snap.
Se per quanto riguarda Jeffery l’HC John Fox si è mostrato piuttosto fiducioso a proposito di un rientro celere, per quanto riguarda il rookie si è deciso di non sbilanciarsi, tanto da mettere in dubbio una sua presenza a roster durante le prime settimane di stagione regolare.

Sul piano delle corse poco da segnalare, in quanto l’intero running game pare ancora una volta poggiare sulle possenti e sicure spalle di Matt Forte.
Per quel che riguarda i back up, bene KaDeem Carey e Jeremy Langford, decisamente più deludente Jimmy Clausen, del tutto imballato durante i pochi snap giocati.

Fermiamo quindi i sensazionalismi per i successi di Cutler e il panico per le assenze o per la poca incisività di alcuni difensori: siamo pur sempre ad un camp.
Il fatto che nessuno spinga forte quanto in partita, porta la pressione generale ad essere decisamente più bassa di quella che Jay e compagni troveranno al Soldier Field contro i Packers durante la prima di campionato e da lì per altre quindici domeniche di gara.
Quello che possiamo dire è che però, dopo sei giorni di Camp, alcune delle più impietose analisi girate per il paese nell’ultimo mese possono essere smentite; chi vede i Bears tra le ultime squadre dell’intera Lega potrebbe restare sorpreso dal livello raggiunto da questo team in piena rifondazione che non pretende di essere competitiva nel primo anno di questa gestione nuova di zecca ma che, allo stesso tempo, non ha intenzione di fare da franchigia materasso agli altri competitor.