Il declino di un fuoriclasse
In tutti gli sport arriva un momento in cui il grande campione che ha segnato la sua epoca è costretto a lasciare la competizione, qualunque essa sia. Per qualcuno il declino è graduale, il campione vede diminuire la sua efficienza nel corso delle ultime stagioni, passa da fuoriclasse a buono, ad accettabile, fino a inconsistente. Altre volte il declino è verticale e doloroso da vedere e nel breve volgere anche di una sola stagione, colui che ha dominato la competizione, diventa un comprimario o, nel peggiore dei casi, un ostacolo per la propria squadra.
Qualcuno di questi campioni ha la lucidità e l’amor proprio di capirlo per tempo, abbandonando il campo al momento giusto, lasciando ai propri tifosi un’immagine vincente nonostante la malinconia nel vederlo ritirarsi. Altri grandi campioni non colgono questo momento, oppure non si rassegnano all’evidenza del fatto che il proprio corpo e le proprie capacità non sono più all’altezza di mantenere un livello accettabile per il nome che si porta.
Ciò che domenica notte è andato in scena allo Sports Authority Field di Denver è qualcosa che non avremmo voluto vedere, ma che difficilmente potrà essere scordato. Peyton Manning, uno dei più grandi QB di sempre, nonostante abbia completato la sua rincorsa a Brett Favre nel libro dei record per yards lanciate in carriera, è stato protagonista di una delle prestazioni più orripilanti che un qualsiasi QB abbia mai mostrato su un campo da football. Le statistiche 5/20 35 yards 4 intercetti paradossalmente non spiegano nemmeno completamente la prestazione, che senza un paio di errori dei DB dei Chiefs e un miracolo di Demaryius Thomas, avrebbe potuto tranquillamente essere ancora peggiore.
Manning fa parte della categoria di campioni che non si rassegna all’evidenza che il proprio corpo non è più una macchina compatibile con lo stress richiesto da un gioco logorante come il football e che declina verticalmente nel volgere di una stagione. La prestazione di domenica è solo l’ultima di una serie di gare terribili giocate quest’anno, sostanzialmente tutte, tranne l’eccezione contro i Packers. In realtà gli osservatori più attenti non possono omettere di notare che il declino verticale era già cominciato con la seconda metà della scorsa stagione, ciò non gli ha impedito di chiudere al Pro Bowl, ma poco importa.
Certamente il cambio di sistema offensivo non ha giovato al quasi quarantenne, soprattutto perché basato sostanzialmente su una filosofia diametralmente opposta a quella che ha accompagnato Manning per tutta la carriera. La versione run heavy del west coast offense di marca Shanahan, modernizzata da Gary Kubiak, che ha avuto successo sostanzialmente ovunque, non per ultima a Baltimore lo scorso anno, è una specie di kriptonite per un QB pressochè immobile e che già da rookie era un puro pocket passer che si muoveva pochissimo anche dentro la tasca. L’abitudine ad agire dalla shotgun, inoltre, gli ha impedito di adattarsi alla lettura della difesa dalla più tradizionale posizione dietro il centro. C’è da dire che la potenza del braccio di Manning, buona ma non eccezionale nemmeno quando era un rookie, è stata sostanzialmente azzerata dai numerosi interventi al collo di alcune stagioni fa. Da sempre Manning ha impresso la maggior parte della velocità ai suoi palloni usando il corpo e le gambe ben piantate a terra, mal digerendo i passaggi in movimento che sono l’A-B-C del gioco di Kubiak. Di certo la pochezza dell’attuale linea offensiva dei Broncos non ha contribuito a facilitare la situazione, considerando che, invece, negli ultimi anni a Denver i cinque protettori del veterano avevano collezionato svariati Pro Bowl che oggi di quella linea rimane solo Vasquez.
Nonostante le attenuanti, che esistono e sono sotto gli occhi di tutti, non è possibile chiudere gli occhi davanti al disastro a cui stiamo assistendo in questa stagione. Sono bastati tre drive del sostanzialmente esordiente Brock Osweiler, per dimostrare che quest’attacco, per quanto limitato, può muovere il pallone e anche vincere, vista la straordinaria difesa messa in piedi da Wade Phillips.
Semplicemente il corpo e i riflessi di Manning non gli consentono più di fare quello che il suo straordinario cervello gli suggerisce, è difficile da ammettere ma è così. Nemmeno i meritori sforzi del coaching staff nel ridisegnare l’attacco con l’uso compromissorio della Pistol Formation e il ritorno a numerosi giochi dalla Shotgun ha modificato in maniera sostanziale la situazione.
E’ evidente che Manning non può essere “panchinato” da qui a fine anno in quella che quasi certamente sarà la sua ultima stagione, anche perché lo stesso Osweiler potrebbe non esserci più l’anno prossimo, dato che è in scadenza di contratto. Tuttavia è altrettanto evidente che John Elway deve mettersi da subito al lavoro per il futuro prossimo perché quest’attacco non consente di sperare nel Super Bowl in questa stagione. Sembra assurdo in situazione di 7 vittorie e 2 sconfitte, ma questa è l’amara realtà.
Per quanto riguarda il campione e l’uomo, non si può che elogiare uno straordinario personaggio che ha riscritto il libro dei record cambiando la concezione stessa del ruolo di QB e che fuori dal campo è stato un impeccabile esempio di umanità, simpatia e correttezza. Sarebbe stato bello salutarlo con un altro titolo, o perlomeno con un finale di carriera più consono alla sua grandezza, ma ci accontenteremo di ricordarcelo al suo meglio.


Ho pensato lo stesso quando è toccato. Brett Favre!!!
Il problema è spiegato proprio nel post…
“soprattutto perché basato sostanzialmente su una filosofia diametralmente opposta a quella che ha accompagnato Manning per tutta la carriera”
A 40 anni non sei più elastico mentalmente, hai gli schemi e gli uomini in testa che si muovono, seguendo gli stessi schemi di sempre, alla velocità di sempre…. Non è il declino di un campione, son sicuro che se ne avesse la possibilità , fra un paio d’anni, con questi schemi, metterebbe in riga fior di QB con ancora il latte materno che gli sbava dalla bocca..
Purtroppo l’età avanza per tutti e il football di oggi è diverso da quelli di una 15ina di anni fa. Ciò non toglie che sia uno dei più grandi QB di sempre. Non il più grande perché ha vinto poco, e quando contava davvero, non ha dato sempre la svolta alla partita coma ad esempio Il tanto odiato Tom Brady o il leggendario Joe Montana.
Intanto ringrazio tutti per aver letto e commentato il mio articolo. Per Andrea Riso, per 4 o 5 giornate era evidente che il problema fosse il nuovo sistema offensivo, tuttavia dalla sesta in poi e in parte anche prima, Kubiak si è piegato all’evidenza e ha introdotto la pistol, che non ha mai usato, e la shotgun a discrezione di Manning. I risultati sono stati risibili ad eccezione della partita con Green Bay. Purtroppo Peyton non ha più braccio e non ha più riflessi, queste sono le cause dei continui intercetti. Le sue letture sono ancora impeccabili, ma le sue reazioni sono lente e i suoi lanci ancora di più. Da tifoso dei Broncos è dura vederlo così dopo questi tre anni meravigliosi.
La cosa triste è che storicamente ha sempre sofferto il freddo, auindi puo solo andare peggio…. cmq bell’articolo, anche se troppo melodrammatico: alla fine mi stavo per mettere a piangere!!!!!!!!
Poi quando incontri la pass rush di Kansas City il declino diventa rapido e doloroso! 😛
Alessandro Cincione