Dove eravamo rimasti?

Vi avevamo lasciati nel pieno della rimonta di fine stagione. Immersi nella speranza di veder proseguire quel trend che, come l’anno scorso, ci ha visto diventare una delle più temute squadre d’America dopo il classico tracollo di metà stagione. “Sono finiti” dicevano. Ormai hanno capito tutti come fermarci, vero. Così era sembrato dopo le sconfitte contro due serissime rivali di conference come Green Bay Packers e Carolina Panthers. “Finalmente si ristabiliscono le gerarchie” sentenziava il nostalgico spettatore della NFC West, quello che rimpiange la Seattle mediocre che buttava in campo Seneca Wallace o Charlie Whitehurst e si qualificava ai playoff nonostante un record negativo, facendo gridare allo scandalo chi si definiva avanguardista implorando la lega di distruggere le division e rivedere il sistema della post season. La verità è che, oltreoceano, quella terra così distante dal resto del paese non è mai stata ammirata sufficientemente e, nel tempo, ogni scusa è stata buona per gettare sempre più discredito su una piazza considerata troppo poco americana. Tutto ciò è riconducibile a quello che il produttore televisivo e autore di due libri sui Seattle Seahawks (“Notes from a 12 man” e “Seattle Seahawks Super Season”), nonché loro noto tifoso, Mark Tye Turner ha definito come sindrome dei “new kids at school”.

 

Quando sei l’ultimo arrivato in una classe da venti e più bambini difficilmente sei ammirato e quasi sempre sei odiato.

 

Per spiegare nel dettaglio cosa ha reso la Seattle sportiva “l’ultimo bambino arrivato a scuola” servirebbe molto tempo, una disquisizione sulla geopolitca statunitense a metà degli anni ’70 piuttosto lunga e sicuramente un contesto leggermente diverso da questo. Molto probabilmente, però, gli estremi di questa definizione possono essere compresi benissimo anche da chi segue lo sport U.S.A. con cognizione di causa.

Nonostante i “new kids at school” negli ultimi tre anni abbiamo ottenuto una qualificazione al Divisional round con un rookie quarterback, una schiacciante vittoria e una sconfitta di misura in due Super Bowl consecutivi, non sono mai riusciti ad ottenere quel rispetto che in molti altri casi, anche con meno successi, viene assegnato d’ufficio.

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Si è rotto il giochino”. È quello che ha pensato la quasi totalità degli appassionati, e anche buona parte dei tifosi, dopo aver assistito alla prima metà della stagione appena conclusa. Anche noi, alla vista di una squadra evidentemente orfana di quel carattere che l’ha sempre contraddistinta negli anni passati, avevamo iniziato a distribuire le colpe fra i vari membri dello staff e del front office. Chi reo di aver poca fantasia e adattabilità alle situazioni (come Darren Bevell, anche se sul secondo punto qualche dubbio rimane ancora), chi colpevole di aver preso decisioni avventate e destinate a spaccare lo spogliatoio. La verità, invece, sarebbe stata facilmente intuibile se tutti noi avessimo dato maggior peso alle parole che Pete Carroll consegnava alla stampa nel corso dei momenti più bui della stagione. “Siamo in crescita” o “Stiamo lavorando” non erano semplici frasi di circostanza e il cambiamento di rotta dopo la settimana di riposo lo ha dimostrato chiaramente.

Settimana dopo settimana le scelte dello staff si sono dimostrate azzeccate e la parabola della stagione ha cambiato verso. Grazie al grande lavoro svolto da Pat Ruel e Brennan Carroll (figlio di Pete, n.d.r.) l’offensive line è risultata via via sempre più equilibrata, e soprattutto capace di fare il proprio lavoro per tutta la durata della partita. Di conseguenza è cresciuta anche l’efficienza del gioco di corse, una delle più importanti causa dei numerosi tracolli nell’ultimo quarto di partita, di nuovo in grado di macinare yard importanti consentendo a Russell Wilson di prendere la leadership della squadra e di mettere a referto prestazioni fuori dal comune a coronamento di vittorie importanti, anche grazie all’incredibile chimica formatasi con Doug Baldwin, Jermaine Kearse e lo straordinario rookie Tyler Lockett (aveva ragione chi lo definiva il vero “steal of the Draft”).

Russell Wilson falls into the end zone for a 2nd quarter touchdown Sunday against the Vikings. The Seattle Seahawks played the Minnesota Vikings Sunday, December 6, 2015 at TCF Bank Stadium in Minneapolis. (Dean Rutz / The Seattle Times)

Ovviamente non menzionare i miglioramenti in difesa sarebbe un crimine. Via Cary Williams, che vince il premio come delusione dell’anno senza possibilità di appello, e col rientro di un Jeremy Lane incredibilmente migliorato, la secondaria ha recuperato le prestazioni che le hanno fatto guadagnare quel soprannome di Legion of Boom tanto amato da tifosi e media. Per tutto ciò non si può non dare merito al lavoro del “rookie” defensive coordinator Kris Richard.

 

È così che siamo giunti fino a questo punto. L’inizio della collaborazione con Endzone.it coincide con l’alba della post-season, la quarta consecutiva dei ragazzi di Pete Carroll, alla quale entrambi ci presentiamo in una veste diversa dal solito. Da una parte un Blue Emerald Blog rinnovato, pronto a seguire la squadra passo dopo passo ospite di un grande portale sul football americano. Dall’altra i Seattle Seahawks di Russell Wilson, questa volta vero leader, fuoriclasse e capitano.

L’appuntamento è a domenica ore 19.05. Noi ci saremo.