Match Point – Seattle Seahawks vs. Minnesota Vikings

Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

 

Essendo profondamente innamorato di molti lavori di Woody Allen, la prima cosa a cui ho pensato domenica sera alle 22 e qualche minuto è stata: “Match Point”. E siccome ancora adesso è difficile scrivere qualcosa di serio e approfondito a riguardo, non posso far altro che farmi trascinare dalla poetica che sta alla base di questo film, cercando di mettere in fila quei concetti e quei sentimenti che pervadono la testa di un appassionato come tanti e che, ancora adesso, sbandano da un punto all’altro della testa in cerca di spiegazioni.

Se pensate che vincere grazie ad un errore altrui sia una delle cose più belle che possano capitare ad un tifoso, probabilmente i fatti sono due: o non siete abbastanza appassionati o non avete mai vinto in questo modo. Ogni sostenitore vorrebbe veder vincere i suoi pupilli grazie ad una giocata decisiva o ad una lotta esasperata per superare l’avversario all’ultimo secondo. Purtroppo domenica non è stato così, ma questo non può e non deve escludere dai meriti chi, nel freddo siberiano delle città gemelle, ha lottato ogni secondo dei sessanta minuti di gioco e in ogni centimetro del campo. Ognuno dei cento e passa giocatori in campo ha composto un tassello essenziale di una sfida epica, giocata in condizioni non solo estreme, ma neanche lontanamente immaginabili dal nostro punto di vista.

Si dice che la fortuna aiuta gli audaci, ma cosa, in mezzo a tutto quell’insieme di azioni fortunate e fortunose, ci ha reso abbastanza audaci da meritar fortuna?

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Performance difensiva

Ciò che è effetto di sola fortuna non si ripete con tanta simiglianza due volle. (Vincenzo Cuoco)

È vero che le difese vincono le partite. È ancora più vero che certe partite vanno vinte in difesa. Posso permettermi di dire, a freddo, che molte volte la performance difensiva di un gruppo ormai storicamente forte e performante viene sottostimata. In pochi hanno sottolineato come alcune situazioni chiave della partita siano state controllate in maniera quasi esemplare dalla difesa di Seattle. Dal “turnover on down” del primo drive offensivo della partita fino a quella brutta, bruttissima, chiamata arbitrale ai danni di Kam Chancellor (che di fatto ha girato la partita allo scadere), passando per il fumble di Adrian Peterson la difesa degli ospiti non si è limitata ad arginare l’attacco super conservativo (e non poteva essere altrimenti, ricordate il fattore clima?) dei Minnesota Vikings, ha dovuto anche far fronte a situazioni decisamente svantaggiose, reagendo sempre in maniera esemplare e senza concedere touchdown offensivi. Fin dal primo quarto, gli uomini di Kris Richard hanno arginato il miglior running back della lega in un sistema offensivo basato principalmente sulle sue corse, impedendo agli avversari di trovare quel break necessario per creare punti. Ma non finisce qui. Se si analizza il tempo di possesso delle due squadre si può notare come i padroni di casa abbiano tenuto palla per ben 5 minuti in più, senza però essere abbastanza produttivi offensivamente. Sulle spalle di Bridgewater e compagni pesano come macigni i due turnover non capitalizzati, soprattutto in un match in cui un touchdown può fare la differenza. In un contesto in cui può essere decisiva anche solo un’occasione per segnare, sbagliarne due non è un merito. Se la cieca fortuna aiuta gli audaci, in questa situazione forse ci ha visto bene.

 

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Russell Wilson

Ho la competizione nel sangue. Ti disturba?  (Match Point)

Se siete alla ricerca della definizione perfetta del concetto di “credere nei propri mezzi” forse la partita disputata da Russell Wilson può aiutarvi. Partire da quanto dichiarato da Pete Carroll nella conferenza stampa del lunedì, ovvero che le comunicazioni audio fra quarterback e sideline non funzionavano e che le possibilità per Wilson di chiamare audible erano bruscamente limitate dal freddo, può servire a farsi un’idea di come e perché giocare a -21°C possa essere definito epico senza mezzi termini. Le difficoltà dei due attacchi in quelle condizioni sono state evidenti e seppur nessuno dei due sia emerso davvero, ha fatto la differenza chi ha avuto la brillantezza di uscire da una situazione difficile e potenzialmente letale resuscitando (nel vero senso della parola) un’azione e una partita intera nello stesso momento. L’importanza di avere quel giocatore che riesce a fare questo genere di giocate, esattamente quando serve, non è calcolabile. Soprattutto se si è sempre in quel contesto in cui può essere decisiva anche solo un’occasione per segnare. Poteva non essere così, ma così è stato.

 

Walsh

Gli dei del football

Qualche volta gli innocenti vengono trucidati per un disegno più grande. Lei è stato un danno collaterale. (Match Point)

Nella visione superficiale e poco professionale che il tifoso medio ha dello sport, aver creato poche occasioni per vincere una partita è sempre segno di demerito. Forse in un contesto dedicato puramente allo spettacolo questo concetto può essere ritenuto passabile. Ma non qui, non in uno sport professionistico, non nella vita. Nessuno si sarebbe scandalizzato di una vittoria dei Vikings in questo turno di playoff, sia chiaro. Forse, però, in molti si sarebbero chiesti: “Si può vincere una Wild Card segnando solo field goal?”. Siete sicuri che gli dei del football non la pensino allo stesso modo? Si possono deludere questi fantomatiche ed impalpabili divinità dopo che ti hanno servito più e più occasioni per onorarli?
Scusate la retorica. Scusate se ripeto parole già dette in passato in occasione di situazioni “simiglianti”. La verità è che anche noi, come loro, stiamo cercando di trovare una spiegazione logica a tutto ciò che è successo domenica. Forse questa non c’è. Forse è soltanto merito degli dei del football, queste creature fantastiche che invochiamo quando non sappiamo credere ai nostri occhi.

Onore ad ogni singolo giocatore sceso in campo in quelle condizioni, ad ogni membro dello staff in sideline e ad ogni tifoso rimasto in piedi, al freddo per tre lunghissime ore. Onore a Minnesota e ai suoi tifosi, che tanto hanno sofferto in passato e che, forse, non si sarebbero meritati una delusione del genere. Noi, fidatevi, di delusioni ne sappiamo qualcosa.